• Facebook
  • Mail
  • Rss
  • HOME
  • CHI SONO
  • NEWS
  • LITURGIA
  • CATECHESI
  • GALLERIA MULTIMEDIALE
    • FOTO MATRIMONI
    • FOTO
    • VIDEO
  • Cerca
  • Menu Menu
Catechesi, In evidenza, News

SINODO SULLA SINODALITA’

SINODO SULLA SINODALITA’

“Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione”

Sintesi dei Verbali dei Presbiteri, Diaconi e Laici delle Foranie della nostra Arcidiocesi di Campobasso-Bojano.

Giugno 16, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/06/cq5dam.web_.1280.jpg 792 900 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-06-16 14:00:122026-06-16 17:06:24SINODO SULLA SINODALITA’
Catechesi, In evidenza, News

CORSO PER CATECHISTI degli anni ’70

Una delle catechiste del primissimo periodo del mio parrocato a Gambatesa (1968-2020) mi ha inviato, in questi giorni, da Modena, del materiale rinvenuto tra i suoi ormai antichi ricordi di gioventù e che nel rileggerli mi hanno riportato a rivivere esperienze vissute con grande entusiasmo da parte mia e gioiosa partecipazione dalla Comunità Parrocchiale.
Tra l’altro c’è anche la seguente foto di una locandina del 1971 inviata a tutte le famiglie di Gambatesa per invitarle a partecipare alla “Settimana Liturgica” e che volentieri pubblico:

*************************

https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/06/Appunti-Corso-anni-70.mp4
Giugno 7, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/06/IMAGE0325.jpg 1875 2500 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-06-07 19:28:152026-06-09 20:17:20CORSO PER CATECHISTI degli anni ’70
In evidenza, News

MARIA, MADRE DEL PRESBITERO

 

MARIA, MADRE DEL PRESBITERO

12 maggio 2026

Ritiro presbiterio Arcidiocesi di Campobasso-Bojano

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,25-27)

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Carissimi, prima di iniziare questo nostro momento di riflessione e di preghiera, permettetemi di salutare e ringraziare il vostro Arcivescovo, Mons. Biagio Colaianni, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare negli anni in cui sono stato pastore della Chiesa di Matera-lrsina. Con lui ho avuto modo di condividere tanti momenti significativi per la vita di quella Chiesa come pure della Regione ecclesiastica nel tempo in cui è stato Rettore del Seminario maggiore interdiocesano.

Sono lieto di ritrovarmi oggi qui con voi per una giornata di spiritualità e di ritiro alla scuola di Maria, madre del presbitero.

INTRODUZIONE

Parlare di Maria a un presbiterio non significa aggiungere un tema devozionale alla spiritualità sacerdotale. Significa, piuttosto, tornare a una dimensione essenziale del ministero: il rapporto con Cristo accolto, custodito, generato, offerto e consegnato.

Maria non è una figura esterna al ministero del presbitero, non perché il presbitero ripeta la sua maternità in modo identico, ma perché ogni ministero ordinato è chiamato a lasciarsi formare da ciò che in Maria appare in modo compiuto: la disponibilità alla Parola, la custodia del mistero, la prossimità ai fratelli e alle sorelle, la fedeltà nell’ora della croce, l’attesa dello Spirito con la Chiesa nascente.

Il presbitero non è soltanto uomo della Parola, dell’altare e della comunità. E anche uomo della custodia e Maria è la donna che custodisce.

Maria, infatti, non possiede Cristo, lo riceve, non lo trattiene, lo dona. Maria non possiede il mistero, lo serve, non fugge dalla croce, vi rimane. Non precede la Chiesa come padrona, la accompagna come madre. In questo senso Maria diventa per il presbitero non solo oggetto e motivo di venerazione, ma scuola di ministero.

  1. MARIA E LA CHIAMATA: DAVANTI AL MISTERO CHE Cl SUPERA

La prima sosta è Nazaret.

Maria è raggiunta da una parola che la precede e la supera: «Rallegrati, piena di grazia». La sua vocazione non nasce da un progetto personale, ma da un’iniziativa di Dio. Ella viene chiamata dentro una storia più grande di lei. Così è anche per il presbitero. Nessun sacerdote si dà da sé il ministero, nessuno si costituisce da sé ministro del Vangelo. La vocazione è sempre ricevuta. Prima di una funzione da esercitare, il presbiterato è una chiamata che supera la persona chiamata. Maria si turba, non capisce subito, si domanda che senso abbia quel saluto. Tuttavia, il suo turbamento non diventa fuga, si trasforma, invece, in ascolto. Troviamo qui una prima indicazione per il presbitero: davanti alla sproporzione tra il dono ricevuto e la propria povertà, non bisogna fuggire, né irrigidirsi, né pretendere di capire tutto. Occorre stare in ascolto. Il presbitero, come Maria, vive dentro una sproporzione permanente: porta una parola che lo supera, celebra misteri più grandi di lui, accompagna vite che non può possedere, serve una Chiesa che non gli appartiene pienamente. La prima forma di spiritualità sacerdotale è accettare questa sproporzione senza trasformarla in ansia, in bisogno di controllo o in atteggiamento autoreferenziale. Maria risponde: «Avvenga per me secondo la tua parola». Il presbitero vive ogni giorno dentro questo “avvenga”

2.MARIA E LA PAROLA: IL PRESBITERO COME UOMO DELL’ASCOLTO

Maria non è anzitutto colei che parla. È, piuttosto, colei che ascolta.

La sua grandezza nasce dall’accoglienza della Parola. Prima di generare Cristo nel corpo, lo accoglie nell a fede. La maternità di Maria è radicata nell’ascolto. Questo è decisivo per il presbitero. Il sacerdote è uomo della Parola non semplicemente perché la proclama, la spiega o la predica. E uomo della Parola se prima si lascia giudicare, consolare, ferire e convertire da essa. Il rischio del ministero è usare la Parola senza lasciarsene raggiungere, commentarla senza ascoltarla, predicarla agli altri senza permettere che essa lavori dentro di noi. Maria insegna un’altra via: custodire.  «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Questo versetto dovrebbe appartenere alla grammatica profonda del presbitero. Il prete ha bisogno di un cuore che custodisce, non solo di una mente che organizza e di una voce che annuncia. Custodire significa non consumare subito ciò che accade, significa non ridurre tutto a materiale pastorale, significa permettere agli eventi, alle persone, alle ferite, alle domande, di diventare luogo di ascolto di Dio. Il presbitero che non custodisce diventa superficiale mentre il presbitero che custodisce diventa sapiente.

  1. MARIA E IL CORPO Dl CRISTO: IL PRESBITERO TRA EUCARISTIA E POPOLO

Maria dà carne al Verbo.

Il presbitero non genera Cristo secondo la carne, ma è posto nella Chiesa perché Cristo continui a donarsi sacramentalmente al suo popolo. In particolare, nell’Eucaristia, il presbitero serve il mistero del Corpo dato e del Sangue versato. Qui il rapporto con Maria diventa profondissimo. Se Maria ha portato nel suo grembo il corpo di Cristo, il presbitero porta tra le mani il corpo eucaristico di Cristo, Se Maria ha dato al mondo il Figlio, il presbitero lo consegna alla Chiesa nel sacramento. Questo parallelismo va trattato con delicatezza, senza confondere maternità divina e ministero ordinato. Tuttavia, esso illumina il modo in cui il presbitero deve stare davanti all ‘Eucaristia: non da funzionario del rito,  non da proprietario del sacro,  non da semplice presidente dell’assemblea,  ma da uomo che trema davanti al dono. Maria insegna al presbitero la riverenza davanti al Corpo di Cristo e gli ricorda che il Corpo di Cristo non è solo quello eucaristico, ma anche quello ecclesiale: il popolo affidato, i poveri, i malati, gli anziani, i giovani, i peccatori, i feriti, i lontani. Il sacerdote che celebra il Corpo eucaristico non può disprezzare il corpo ecclesiale. Il sacerdote che prende tra le mani l’ostia non può trattare con durezza le membra vive di Cristo. Maria educa il presbitero a una tenerezza eucaristica.

  1. MARIA E NAZARET: IL PRESBITERO NELLA VITA NASCOSTA

Una grande parte della vita di Maria si svolge nel nascondimento di Nazaret.

Dopo le parole grandi dell’angelo, dopo la nascita, dopo i segni e le profezie, vengono anni ordinari, silenziosi, quotidiani. Il Figlio dell’Altissimo vive nella casa, nella bottega, nei gesti ripetuti, nel lavoro, nella normalità. Anche il ministero presbiterale è fatto in gran parte di Nazaret. Carissimi, non dimentichiamo che: non tutto è evento che conosce gli onori della cronaca,  non tutto è celebrazione solenne,  non tutto è visibile,  non tutto è riconosciuto. C’è una santità sacerdotale che passa dalla fedeltà alle cose ordinarie: preparare un’omelia, ascoltare una persona, visitare un malato, celebrare anche quando si è stanchi, rispondere con pazienza, abitare una canonica, condividere la vita di una comunità, portare nel cuore nomi e situazioni. Maria insegna al presbitero a non disprezzare il quotidiano. Il presbitero può essere tentato di cercare sempre il momento forte, il risultato evidente, il riconoscimento, il segno immediato di fecondità. Nazaret invece ricorda che il Regno matura spesso nel nascondimento. Il prete fedele nelle cose ordinarie diventa luogo in cui il mistero di Dio si rivela.

  1. MARIA E CANA: IL PRESBITERO COME INTERCESSORE

A Cana, Maria vede ciò che manca: «Non hanno vino».

Questa è una parola tipicamente sacerdotale. Il presbitero è chiamato a vedere ciò che manca al suo popolo: manca la gioia, manca la pace, manca il perdono, manca la fiducia, manca il gusto della fede, manca talvolta il desiderio di Dio. Maria, però, non trasforma la mancanza in lamento, la trasforma, invece, in intercessione. Questa è una lezione decisiva per il presbitero. Il prete non è chiamato anzitutto a lamentarsi del popolo, della società, dei giovani, della Chiesa, dei tempi difficili. È chiamato a portare tutto davanti a Cristo. Maria non dice ai servi: “Avete sbagliato “. Non dice agli sposi: “Vi siete organizzati male Non fa discorsi sulla crisi del vino. Dice a Gesù: «Non hanno vino». Il presbitero diventa veramente pastore quando smette di essere commentatore lamentoso delle mancanze e diventa intercessore costante e fedele. E poi Maria aggiunge: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Anche qui appare il cuore del ministero ordinato: orientare a Cristo. Il presbitero non deve attirare a sé, ma condurre a Cristo, non deve occupare il centro della festa, ma permettere che il Signore compia il segno. Il prete, come Maria, serve la gioia degli altri restando decentrato.

  1. MARIA E LA CRISI: IL PRESBITERO DAVANTI AL NON COMPRENDERE

 Nel Vangelo Maria attraversa più volte il non comprendere:

  • non comprende fino in fondo il saluto dell’angelo, non comprende pienamente la parola di Simeone, non comprende la risposta di Gesù dodicenne nel tempio,
  • non comprende forse tutte le distanze che il Figlio introduce durante la vita pubblica.

Non comprende, eppure non interrompe il cammino. Il presbitero deve fare i conti con molti momenti di non comprensione: non comprende alcune svolte della propria vita, alcune obbedienze, alcune fatiche comunitarie, alcune sterilità pastorali, alcune crisi della Chiesa, alcune proprie fragilità. Maria non gli offre una scorciatoia, ma un atteggiamento: custodire senza pretendere di possedere tutto. C’è una maturità sacerdotale che nasce quando il presbitero smette di voler controllare ogni cosa e accetta di vivere davanti a Dio anche con domande aperte. Non tutto ciò che non capiamo è contro di noi, non tutto ciò che ci supera è una minaccia, non tutto ciò che ci destabilizza è una perdita. A volte Dio allarga il cuore del presbitero proprio attraverso ciò che non gli permette di capire subito.

  1. MARIA E LA CROCE: IL PRESBITERO CHE SA STARE

Sotto la croce, Maria sta.

Giovanni non usa molte parole, non spiega i sentimenti di Maria, non interpreta il suo dolore. Dice semplicemente: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre…». Questo verbo è una scuola per il presbitero. Il ministero chiede di stare: stare davanti al dolore,  stare accanto ai morenti,  stare vicino alle famiglie ferite,  stare nelle comunità divise,  stare quando non si è capiti,  stare quando non si vedono frutti,  stare quando la propria vocazione è attraversata dalla prova. Il presbitero non è credibile perché ha una risposta per tutto. È credibile, invece, quando non fugge. Maria sotto la croce non risolve il dolore del Figlio, non lo sottrae alla morte, non spiega il mistero. Sta. Questa è una forma altissima di ministero. Ci sono momenti in cui il prete non può fare altro che rimanere: davanti al feretro di un ragazzo, in una stanza di ospedale, nel silenzio di una persona distrutta, nella fatica di una comunità, nella propria notte interiore. Stare è una forma di amore, stare è una forma di fede, stare è la forma più alta del ministero.

  1. MARIA E GIOVANNI: IL PRESBITERO AFFIDATO ALLA MADRE

Sulla croce Gesù dice al discepolo: «Ecco tua madre».

Questa parola non riguarda solo la pietà personale, riguarda invece l’identità ecclesiale del discepolo. Il discepolo amato riceve Maria nella propria vita. Anche il presbitero deve ricevere Maria non come ornamento devozionale, ma come presenza materna che custodisce il suo rapporto con Cristo e con la Chiesa. Il sacerdote ha bisogno di una madre perché il ministero, senza maternità, rischia di diventare rigido, funzionale, solitario. Maria aiuta il presbitero a non diventare sterile affettivamente: lo educa alla tenerezza senza sentimentalismo,  lo custodisce dalla freddezza pastorale,  lo richiama alla purezza del cuore, lo accompagna nelle solitudini del ministero,  lo rimette sempre davanti a Cristo. Accogliere Maria nella propria casa, come fece il discepolo amato, significa lasciarle spazio nella propria vita spirituale, nel proprio modo di pregare, di celebrare, di guardare la gente, di vivere la Chiesa. Un presbitero mariano non è semplicemente un prete che recita preghiere mariane. E un prete che impara da Maria il modo di stare davanti a Cristo e davanti al popolo.

  1. MARIA NEL CENACOLO: IL PRESBITERO UOMO Dl COMUNIONE

Dopo la Pasqua, Maria è nel Cenacolo con gli apostoli, in attesa dello Spirito.

Maria non si sostituisce agli apostoli, non prende il loro posto, non esercita il loro ministero ma sta con loro, prega con loro, custodisce la comunione, accompagna l’attesa. Proprio la presenza di Maria nel cenacolo illumina il presbiterio. Il prete non è ordinato per vivere isolato: il ministero presbiterale è personale, ma non individualistico. Ogni presbitero appartiene a un presbiterio, vive in relazione al vescovo, cammina con altri fratelli, porta con loro la responsabilità della Chiesa locale. Maria nel Cenacolo ricorda ai presbiteri che lo Spirito viene su una comunità raccolta, non su individui autosufficienti: il presbitero isolato si impoverisce, il presbitero autoreferenziale diventa cinico, il presbitero senza fraternità rischia di leggere tutto solo attraverso la propria fatica. Maria custodisce gli apostoli nel tempo dell’attesa. Custodisce anche noi quando dobbiamo imparare di nuovo a essere Chiesa, a essere fratelli, a pregare insieme, a non vivere il ministero come una corsa solitaria.

CONCLUSIONE 

Maria non è soltanto donna della speranza. Per il presbitero è madre, scuola e specchio: è madre, perché Gesù stesso l’ha affidata al discepolo,  è scuola, perché insegna l’ascolto, la custodia, il servizio, I ‘intercessione e la fedeltà,  è specchio, perché mostra al presbitero ciò che egli è chiamato a diventare: uomo abitato dalla Parola, servo del Corpo di Cristo, pastore capace di tenerezza, discepolo che resta sotto la croce, fratello che attende lo Spirito con la Chiesa. Il presbitero guarda Maria non per uscire dal proprio ministero, ma per entrarvi più profondamente. Da Maria impara che Cristo non lo si possiede, ma lo si accoglie, non lo si trattiene, ma lo si dona, non lo si usa, ma lo si serve, non lo si annuncia senza prima custodirlo nel cuore. Per questo ogni presbitero può chiedere a Maria non solo di proteggerlo, ma di formarlo. A cosa dobbiamo essere formati? Abbiamo bisogno di formarci all’ascolto, alla custodia, alla tenerezza pastorale, alla fedeltà nella prova, alla comunione con i fratelli, a portare Cristo senza metterci al suo posto. Così il ministero presbiterale, alla scuola di Maria, ritrova la sua forma più evangelica: essere totalmente di Cristo per essere totalmente della Chiesa.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

  1. Vivo il mio ministero come qualcosa che possiedo o come un dono ricevuto?
  2. Sono ancora uomo dell’ascolto o mi limito a parlare della Parola?
  3. Come celebro e custodisco il Corpo di Cristo nell’Eucaristia e nel popolo affidato?
  4. Quale “Nazaret” del mio ministero faccio fatica ad accogliere?
  5. Davanti alle mancanze della mia comunità, prevale in me il lamento o l’intercessione?
  6. Quali situazioni non comprendo e sono chiamato a custodire nel cuore?
  7. Dove il Signore mi chiede oggi semplicemente di stare?
  8. Che posto reale ha Maria nella mia vita sacerdotale?
  9. Vivo il presbiterio come comunione o come somma di cammini individuali?
  10. Che cosa chiedo a Maria per il mio ministero in questa stagione della vita?

12

Maggio 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/02/z.jpg 1806 903 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-05-12 15:32:432026-05-14 16:47:07MARIA, MADRE DEL PRESBITERO
In evidenza, News

GIUBILEO STRAORDINARIO OTTAVO CENTENARIO TRANSITO DI S. FRANCESCO

DECRETO

 NELL’OTTAVO CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO D’ASSISI, SI INDICE UNO SPECIALE ANNO GIUBILARE CON ANNESSE INDULGENZE PLENARIE.

“Custodite la memoria del padre e fratello nostro Francesco, a lode e gloria di Colui che lo ha reso grande tra gli uomini e lo ha glorificato tra gli angeli. Pregate per lui, come egli stesso ci ha chiesto prima di morire, e pregate lui, perché Dio renda anche noi partecipi con lui della sua santa grazia”.[1]
Mentre sono ancora attuali ed efficaci i frutti di grazia del Giubileo Ordinario dell’anno 2025 appena conclusosi, nel quale siamo stati tutti spronati a renderci pellegrini di questa speranza che non delude (Cfr. Rm 5,5), ecco aggiungersi a esso quale ideale prosecuzione una nuova occasione di giubilo e di santificazione: l’ottavo centenario del felice transito di San Francesco d’Assisi dalla vita terrena alla patria celeste (3 ottobre 1226).
In questi ultimi anni, altri importanti giubilei hanno riguardato la figura e le opere del Santo d’Assisi: l’ottavo centenario della creazione del primo Presepe a Greccio, della composizione del Cantico delle Creature, inno alla bellezza santa del creato e quello della impressione delle Sacre Stimmate, avvenuta sul Monte della Verna, quasi un nuovo Calvario, due anni prima della sua morte. Il 2026 segnerà il culmine e il compimento di tutti i precedenti festeggiamenti: esso sarà infatti Anno di San Francesco e tutti saremo chiamati a farci santi nella contemporaneità sull’esempio del Serafico Patriarca.
Se è mirabilmente vero che “non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini” (Cfr. At 4,12) all’infuori di Gesù Cristo, Redentore dell’umanità, è altrettanto straordinariamente vero che tra dodicesimo e tredicesimo secolo, in epoca di guerre cosiddette sante, rilassatezza di costumi, malinteso fervore religioso, “nacque al mondo un sole”2:
Francesco, che, da figlio di un ricco mercante, si fece povero e umile, vero alter Christus in terra, fornendo al mondo tangibili esempi di vita evangelica e reale immagine di perfezione cristiana. Il nostro tempo non è molto dissimile da quello in cui visse Francesco, e proprio alla luce di questo il suo insegnamento è forse oggi ancor più valido e comprensibile. Quando la carità cristiana langue, l’ignoranza dilaga come il malcostume e chi esalta la concordia tra i popoli lo fa più per egoismo che per sincero spirito cristiano; quando il virtuale prende il sopravvento sul reale, dissidi e violenze sociali fanno parte della quotidianità e la pace diventa ogni giorno più insicura e lontana, questo Anno di San Francesco sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello d’Assisi, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso: la speranza che ci ha visti pellegrini si trasformi ora in zelo e fervore di fattiva carità.
“E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede”[2].
Con queste straordinarie parole, riportate nella nota Epistola ad quendam ministrum, San Francesco allo stesso tempo non solo dispensa consolazione e consigli a un anonimo confratello, ma soprattutto delinea e sottolinea il concetto fondamentale di misericordia, cui è indissolubilmente legato quello di perdono e di indulgenza. Ed è proprio un perdono, il noto «Perdono d’Assisi» o «Indulgenza della Porziuncola», che Papa Onorio III per eccezionale privilegio concesse direttamente a Francesco per coloro che, confessati e comunicati, visitassero il 2 agosto un’antica chiesetta presso Assisi, eretta 800 anni prima su una “piccola porzione di terra” (da cui il nome Porziuncola).
Con lo stesso generoso slancio e con la stessa gioia che il Santo, nel veder esaudita la sua preghiera da parte del Vicario di Cristo, irradiò sulla folla presente alla consacrazione della Porziuncola nell’annunciare la grazia concessa, Sua Santità Papa Leone XIV, Ministro della nostra fede e della nostra gioia, stabilisce che, dal 10 gennaio 2026, in concomitanza con la chiusura del Giubileo Ordinario, fino al 10 gennaio 2027, sia indetto uno speciale Anno di San Francesco, in cui ogni fedele cristiano sull’esempio del Santo di Assisi si faccia egli stesso modello di santità di vita e testimone costante di pace.
Per un più perfetto conseguimento delle finalità preposte, la Penitenzieria Apostolica, attraverso il presente Decreto emesso in conformità al volere del Sommo Pontefice, in occasione dell’Anno di San Francesco concede l’Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), applicabile anche in forma di suffragio per le anime del Purgatorio:
1) ai membri:
  • delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz’Ordine Regolare e Secolare;
  • degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e femminili, che osservino la Regola di San Francesco o siano ispirati alla sua spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma;
2) a tutti i fedeli indistintamente
che, con l’animo distaccato dal peccato, parteciperanno all’Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato a San Francesco o ad esso collegato per qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull’esempio di San Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi, a Santa Chiara e a tutti i Santi della Famiglia Francescana.
Gli anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa, potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria, premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l’intenzione di adempiere appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell’Anno di San Francesco, offrendo a Dio Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita.
Affinché una tale opportunità di conseguire la grazia divina attraverso il Potere delle Chiavi della Chiesa si attui più facilmente, questa Penitenzieria con fermezza chiede a tutti i sacerdoti, regolari e secolari, muniti delle opportune facoltà, di rendersi disponibili, con spirito pronto, generoso e misericordioso, alla celebrazione del Sacramento della Riconciliazione.
Il presente decreto è valido per l’Anno di San Francesco. Nonostante qualsiasi disposizione contraria.
Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 10 gennaio 2026, vigilia della Festa del Battesimo del Signore.

Angelo Card. De Donatis

Penitenziere Maggiore

 

 

+ Krzysztof Jozef Nykiel

            Reggente

 

 

 

 

 

 

  1. + S.

Prot. N. 03069/2025-1360/25/I

 

[1] Lettera enciclica di Frate Elia, a tutte le Province dell’Ordine, sulla morte di San Francesco, 7 (FF 311). 2 Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XI, 50.

[2] Francesco d’Assisi, Lettera a un ministro, 7-8 (FF 235)

Marzo 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/03/San_Francesco.jpg 574 550 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-03-12 15:00:102026-03-12 18:04:29GIUBILEO STRAORDINARIO OTTAVO CENTENARIO TRANSITO DI S. FRANCESCO
Foto, In evidenza, News

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Da Facebook – Mario Proietti

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Da Facebook – Mario Proietti

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Cari amici, Avvenire ha pubblicato il comunicato diffuso ai fedeli della parrocchia San Gottardo al Corso, firmato da Franco Agnesi, vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano. Il testo riferisce che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’Arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale e che “con oggi” non svolge più gli incarichi indicati nel comunicato.

Molti titoli hanno scelto una formula diversa, più sonora e più facile. Il comunicato parla di “sospendere il ministero presbiterale”. Sono espressioni differenti, con un peso differente, e chi ama la verità evita di gonfiare le parole per farle rendere di più in click. La stessa notizia è ripresa anche da Famiglia Cristiana e da la Repubblica.

Dentro il comunicato c’è una riga che merita di essere riportata senza commenti teatrali: «Carissimi, è doveroso condividere con voi che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale». C’è anche un orientamento pastorale chiaro, che chiude la porta al pettegolezzo: questa sofferenza può diventare occasione di preghiera e di affidamento al Signore, e la comunità è chiamata ad accompagnare chi ha camminato in questi anni.

Dentro questo clima si apre una domanda più ampia. Una domanda che riguarda tutti, non soltanto una persona. Quale equilibrio stiamo costruendo tra il sacerdozio e la scena pubblica? Quale rapporto stiamo creando tra l’annuncio di Cristo e la logica dei numeri? Quale cura offriamo ai doni che lo Spirito suscita nella giovinezza, quando quei doni diventano improvvisamente “progetto”, “format”, “personaggio”?

Qui la questione riguarda la trasformazione della freschezza in metodo dominante. La giovinezza, quando è custodita, diventa energia evangelica, capacità di vicinanza, linguaggio comprensibile, coraggio. Quando è caricata di attese sproporzionate, diventa esposizione, solitudine, prestazione continua, pressione identitaria. Il volto prende spazio. Il mistero arretra. E il sacerdote, che per vocazione è chiamato a rendere visibile Cristo, finisce col dover rendere visibile se stesso.

Il punto più delicato è che questa dinamica nasce spesso con intenzioni buone. Si desidera raggiungere chi è lontano. Si desidera parlare ai giovani. Si desidera usare strumenti contemporanei. La vita della Chiesa chiede creatività. La pastorale chiede linguaggi. La missione chiede coraggio. Poi entra in scena un elemento che cambia la natura del gioco: la logica della piattaforma, che premia impatto, semplificazione, ripetizione, presenza costante. È una logica che non si limita a diffondere un contenuto. Plasma il contenuto. Plasma la persona. Un ministero sacramentale, nato per la fedeltà quotidiana e per la vita nascosta, finisce in una forma di esposizione che non gli appartiene.

A quel punto emerge un rischio reale per la coscienza ecclesiale. Il sacerdote diventa segno ambiguo, spesso per dinamica. La comunità comincia a percepire che l’annuncio ha bisogno di un volto, come se il Vangelo fosse fragile e necessitasse di essere sostenuto da un personaggio. Quando il personaggio vacilla, molti si sentono traditi, confusi, delusi. La fede viene legata a una figura. La vita cristiana viene letta come esperienza emotiva. La conversione diventa difficile, perché la disciplina interiore richiede silenzio, tempo, gradualità, perseveranza. Tutto questo è poco compatibile con la pressione della performance.

La notizia, letta con delicatezza, ci porta a riconoscere una cosa: esiste un modo di “promuovere” un prete che non è custodia. Esiste un modo di applaudire che non è accompagnamento. Esiste un modo di lasciare spazio che non è guida. Quando guida e custodia vengono meno, anche la creatività più sincera rischia di scivolare verso la confusione. La creatività chiede criteri. La libertà chiede forma. La missione chiede disciplina spirituale.

Qui si comprende meglio anche un principio evangelico decisivo: «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16,13). La parola “ricchezza” riguarda anche il possesso dell’attenzione, del consenso, della visibilità. Il cuore umano si lega facilmente a ciò che dà gratificazione immediata. L’applauso crea dipendenza. La paura di sparire genera ansia. Il bisogno di conferma genera compromessi interiori. In questo senso la visibilità, quando diventa fine, assume la forma di una ricchezza. E la ricchezza, in qualunque forma, chiede un prezzo.

Nei mesi scorsi avevo già scritto due riflessioni su questa dinamica: una sul metodo e sul linguaggio, una sul sistema che espone e consuma. Oggi i fatti chiedono sintesi e criteri. Qui è in gioco l’equilibrio tra sacramento e personaggio. La lezione ecclesiale diventa concreta.

La Chiesa non ha bisogno di sacerdoti perfetti. Ha bisogno di sacerdoti custoditi. Ha bisogno di cammini di formazione che uniscano competenze comunicative, ascesi, studio, vita sacramentale stabile, direzione spirituale, fraternità sacerdotale reale. Ha bisogno di criteri pubblici e condivisi sull’uso dei social, come protezione. Ha bisogno di comunità che non trasformino un prete in un progetto personale. Ha bisogno di superiori e responsabili che accompagnino davvero, con presenza, correzione paterna, limiti chiari, tempi di riposo, responsabilità distribuite.

Il sacerdote non è un influencer. Il sacerdote è ministro dei misteri di Dio. Il suo compito è rendere trasparente Cristo, non costruire una marca personale. Il suo posto è l’altare, il confessionale, la visita ai malati, l’insegnamento paziente, la liturgia celebrata con fede, la carità vissuta senza spettacolo. I mezzi digitali possono servire tutto questo quando restano strumenti, quando restano secondari, quando rimandano alla vita reale della comunità e ai sacramenti, quando non assorbono l’identità del ministro.

Oggi la risposta più cristiana a questa vicenda resta semplice. Preghiera per il sacerdote coinvolto, senza curiosità e senza crudeltà. Cura dei fedeli che restano disorientati, soprattutto dei giovani, aiutandoli a distinguere tra Cristo e i suoi ministri. Decisione ecclesiale rinnovata: custodire i doni, ordinare la creatività, proteggere la giovinezza dalla strumentalizzazione, proteggere il sacerdozio dalla logica del personaggio.

Il Vangelo non cresce con la stessa legge degli algoritmi. Cresce come un seme. In silenzio, nel tempo, nella fedeltà. La Chiesa vince quando smette di inseguire consensi e torna a generare discepoli.

Febbraio 1, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/02/don-Rav.jpg 2100 1500 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-02-01 16:33:242026-02-07 17:34:54QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO
In evidenza, Liturgia, News

SAGGI SUGGERIMENTI PER UNA BUONA OMELIA

A

Gennaio 24, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/01/619594453_10214879347413625_8896580222624698898_n.jpg 768 1376 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-01-24 17:14:492026-01-24 17:24:27SAGGI SUGGERIMENTI PER UNA BUONA OMELIA
In evidenza, Liturgia, News

DECRETO ARCIVESCOVILE

Gennaio 19, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg 0 0 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-01-19 13:55:222026-01-19 14:13:48DECRETO ARCIVESCOVILE
Foto, In evidenza, News

MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV PER LA GIORNATA DELLA PACE

Il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale della pace invita a costruire una pace disarmata e disarmante, che rifiuta la violenza e la guerra.

La pace nasce dal dialogo, dalla giustizia, dal perdono e dalla fiducia reciproca. È una responsabilità di tutti, da vivere ogni giorno con gesti concreti.

Testo integrale del messaggio:

Verso una pace disarmata e disarmante

“La pace sia con te!”.

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: “La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.[1]
La pace di Cristo risorto
Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cfrEf2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cfrGv10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.
Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.
Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».[2]
Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.
Una pace disarmata
Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv18,11; cfrMt26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfrMt25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.
Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica».[3]
Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico».[4]
Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale.[5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.
Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace».[6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità».[7]
Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti».[8]È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.
Una pace disarmante
La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfrLc2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfrAt2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità».[9]
Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità».[10]
È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».[11]Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.
D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde».[12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.
Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13]Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori»,[14]a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’EnciclicaRerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov18,19)».[15]
Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is2,4-5).
Dal Vaticano, 8 dicembre 2025
LEONE PP. XIV
______________________
[1]Cfr Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).
[2]Agostino d’Ippona,Discorso357, 3.
[3]Ibid., 1.
Dicembre 27, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/12/Papa_Leone_XIV_1.jpg 557 988 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-12-27 13:58:452025-12-27 15:40:35MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV PER LA GIORNATA DELLA PACE
In evidenza, News, Video

Il mio Giubileo a Roma

𝕴𝖓𝖉𝖊𝖘𝖈𝖗𝖎𝖛𝖎𝖇𝖎𝖑𝖊 𝖌𝖎𝖔𝖗𝖓𝖆𝖙𝖆 𝖉𝖎 𝖊𝖒𝖔𝖟𝖎𝖔𝖓𝖎

Domenica, 23 novembre 2025, sono andato a Roma per il Giubileo e ho avuto il dono di poter celebrare la S. Messa a S. Marta in Vaticano all’altare dove celebrava Papa Francesco.

Ho avuto la fortuna di vedere a poca distanza anche Papa Leone XIV mentre terminava il giro sulla papamobile a Piazza S.Pietro.

Momento di profondo abbandono nel Cuore Misericordioso di Cristo attraversando, in preghiera, la Porta Santa.

Un grazie riconoscente alla famiglia che mi ha invitato e portato a Roma e un rinnovato ringraziamento al regista del programma di tutta la meravigliosa giornata: al carissimo mons. Gilbert Tsogli.

https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/12/Leone-XIV-1.mp4
Dicembre 16, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG-20251123-WA0098-1-scaled.jpg 2560 1920 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-12-16 20:39:322025-12-16 20:45:33Il mio Giubileo a Roma
In evidenza, News

NATALE 2025

NATALE 2025

Ringrazio cordialmente il carissimo amico di infanzia Prof. Giuseppe Mignogna che mi ha inviato in questi giorni una preghiera composta da lui per una profonda meditazione sul Natale .

La pubblico, con il suo permesso, perchè sia di aiuto per tutti in questo cammino di Avvento.

NATALE

Io, pellegrino del Cielo, in un naufragio d’amore, sono approdato in questa grotta facendomi carne tremante, graffio d’Infinito nelle pietre fredde della Terra. Mia madre mi protegge, fragile, e mi contempla, onnipotente. I miei occhi cercano il suo sguardo e i suoi occhi si abbassano, adoranti, davanti ai miei, nella luminosa oscurità del mistero in cui un filo d’ombra trema di eterna Luce. Io innalzo un altare ove è pianto. Scendo, cireneo per amore, là dove un filo spinato ha recintato il cuore. In questa grotta non si sente il tuono di Dio che schiantava i cedri del Libano, perché il Cielo ha abbracciato la Terra. Ma nel mondo tuonano ancora le armi, con i loro bagliori di morte, in cieli spezzati, spenti firmamenti. Arrivano venti freddi dai salici piangenti della Storia, dalle tante croci ai piedi delle quali piangono le madri. Porterò nei miei occhi il loro pianto. Nessuno sa quanto sangue ci sia in quelle lacrime. E cadono i bambini al sibilo delle bombe, mentre le stelle chiudono gli occhi per non vedere. Esse, un mattino, vogliono riaprirli a una rarefatta aurora che annuncia al mondo:“ Habemus pacem!”. Se ognuno la coltivasse nel proprio orticello, alimentandola col profumo della propria vita, nel giardino del mondo fiorirebbe la pace. Necessaria quella delle armi, ma anche quella interiore. Accendi dentro di te cieli di luce per te e per gli altri: quella goccia del bene che tu getti nel mare entra in un’onda che il vento porta lontano. Perciò, se parli, parla non per scavare un confine ma per disegnare un orizzonte. Se sorridi a chi non ha la forza di sorridere, non sfoderare una gioia chiassosa. Se piangi, piangi nel cuore di qualcuno. Se tendi la mano, non chiuderla in un pugno, aprila a una carezza, distendila come culla di luce. Se vai ad aiutare qualcuno, non far sentire il rumore dei tuoi passi. Se ti guardi dentro, esplora persino la luce che ti viene dal dolore. Se abbassi lo sguardo, abbassalo per non inciampare nella tua ombra. Se vuoi rivivere la magia di questa notte santa, cammina dentro di te lungo il silenzio che porta alla grotta così come hanno fatto i re Magi, camminando con gli occhi della Stella.

 

Dicembre 11, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/12/Presepio2010-008.jpg 1520 1900 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-12-11 17:33:372025-12-12 11:11:29NATALE 2025
Pagina 1 di 3123

Ultimi articoli

  • SINODO SULLA SINODALITA’
  • CORSO PER CATECHISTI degli anni ’70
  • MARIA, MADRE DEL PRESBITERO
  • GIUBILEO STRAORDINARIO OTTAVO CENTENARIO TRANSITO DI S. FRANCESCO
  • QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Categorie articoli

  • Catechesi (14)
  • Foto (13)
  • In evidenza (27)
  • Liturgia (11)
  • News (50)
  • Video (11)

Tag

acr agricoltura APOSTOLICA applaudire bibbia castelpetroso catechismo CAVALLO clausura CONCERI corpus domini corso DECRETO direttorio liturgico pastorale don Erasmo don gilbert ESORTAZIONE ESORTAZIONE APOSTOLICA facebook fatebenefratelli Francesco Carozza genitori gesu giubileo guerra intravedere leggere la parola di dio lettera apostolica maitunate malati MANDATO ministerium natale padre michele venditti palme papa predicatore presepio Prosdocimo Rotondo SAN FRANCESCO seminaristi suore tanzania ucraina ultimo sabato di aprile

Filtra per anno e mese

RSS vatican news

  • L'antico Egitto romano in mostra con l'intelligenza artificiale Luglio 10, 2026
  • Fotografie dal Sudafrica: volti, storie e contraddizioni Luglio 10, 2026
  • Borgo Laudato si’, armonia tra uomo e natura che riflette la bellezza di Dio Luglio 10, 2026

RSS VANGELO DEL GIORNO

  • Venerdì 10 Luglio : Libro di Osea 14,2-10.
  • Venerdì 10 Luglio : Salmi 51(50),3-4.8-9.12-13.14.17.
  • Venerdì 10 Luglio : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 10,16-23.
ULTIMI ARTICOLI SINODO SULLA SINODALITA’
mar 16 giugno in Catechesi In evidenza News
CORSO PER CATECHISTI degli anni '70
dom 7 giugno in Catechesi In evidenza News
MARIA, MADRE DEL PRESBITERO
mar 12 maggio in In evidenza News
GIUBILEO STRAORDINARIO OTTAVO CENTENARIO TRANSITO DI S. FRANCESCO
gio 12 marzo in In evidenza News
QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO
dom 1 febbraio in Foto In evidenza News
SAGGI SUGGERIMENTI PER UNA BUONA OMELIA
sab 24 gennaio in In evidenza Liturgia News
DECRETO ARCIVESCOVILE
lun 19 gennaio in In evidenza Liturgia News
MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV PER LA GIORNATA DELLA PACE
sab 27 dicembre in Foto In evidenza News
Il mio Giubileo a Roma
mar 16 dicembre in In evidenza News Video
NATALE 2025
gio 11 dicembre in In evidenza News
© Copyright don Giuseppe Nuzzi | made with by Nativcode
  • Facebook
  • Mail
  • Rss
Scorrere verso l’alto