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In evidenza, News

GIUBILEO STRAORDINARIO OTTAVO CENTENARIO TRANSITO DI S. FRANCESCO

DECRETO

 NELL’OTTAVO CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO D’ASSISI, SI INDICE UNO SPECIALE ANNO GIUBILARE CON ANNESSE INDULGENZE PLENARIE.

“Custodite la memoria del padre e fratello nostro Francesco, a lode e gloria di Colui che lo ha reso grande tra gli uomini e lo ha glorificato tra gli angeli. Pregate per lui, come egli stesso ci ha chiesto prima di morire, e pregate lui, perché Dio renda anche noi partecipi con lui della sua santa grazia”.[1]
Mentre sono ancora attuali ed efficaci i frutti di grazia del Giubileo Ordinario dell’anno 2025 appena conclusosi, nel quale siamo stati tutti spronati a renderci pellegrini di questa speranza che non delude (Cfr. Rm 5,5), ecco aggiungersi a esso quale ideale prosecuzione una nuova occasione di giubilo e di santificazione: l’ottavo centenario del felice transito di San Francesco d’Assisi dalla vita terrena alla patria celeste (3 ottobre 1226).
In questi ultimi anni, altri importanti giubilei hanno riguardato la figura e le opere del Santo d’Assisi: l’ottavo centenario della creazione del primo Presepe a Greccio, della composizione del Cantico delle Creature, inno alla bellezza santa del creato e quello della impressione delle Sacre Stimmate, avvenuta sul Monte della Verna, quasi un nuovo Calvario, due anni prima della sua morte. Il 2026 segnerà il culmine e il compimento di tutti i precedenti festeggiamenti: esso sarà infatti Anno di San Francesco e tutti saremo chiamati a farci santi nella contemporaneità sull’esempio del Serafico Patriarca.
Se è mirabilmente vero che “non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini” (Cfr. At 4,12) all’infuori di Gesù Cristo, Redentore dell’umanità, è altrettanto straordinariamente vero che tra dodicesimo e tredicesimo secolo, in epoca di guerre cosiddette sante, rilassatezza di costumi, malinteso fervore religioso, “nacque al mondo un sole”2:
Francesco, che, da figlio di un ricco mercante, si fece povero e umile, vero alter Christus in terra, fornendo al mondo tangibili esempi di vita evangelica e reale immagine di perfezione cristiana. Il nostro tempo non è molto dissimile da quello in cui visse Francesco, e proprio alla luce di questo il suo insegnamento è forse oggi ancor più valido e comprensibile. Quando la carità cristiana langue, l’ignoranza dilaga come il malcostume e chi esalta la concordia tra i popoli lo fa più per egoismo che per sincero spirito cristiano; quando il virtuale prende il sopravvento sul reale, dissidi e violenze sociali fanno parte della quotidianità e la pace diventa ogni giorno più insicura e lontana, questo Anno di San Francesco sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello d’Assisi, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso: la speranza che ci ha visti pellegrini si trasformi ora in zelo e fervore di fattiva carità.
“E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede”[2].
Con queste straordinarie parole, riportate nella nota Epistola ad quendam ministrum, San Francesco allo stesso tempo non solo dispensa consolazione e consigli a un anonimo confratello, ma soprattutto delinea e sottolinea il concetto fondamentale di misericordia, cui è indissolubilmente legato quello di perdono e di indulgenza. Ed è proprio un perdono, il noto «Perdono d’Assisi» o «Indulgenza della Porziuncola», che Papa Onorio III per eccezionale privilegio concesse direttamente a Francesco per coloro che, confessati e comunicati, visitassero il 2 agosto un’antica chiesetta presso Assisi, eretta 800 anni prima su una “piccola porzione di terra” (da cui il nome Porziuncola).
Con lo stesso generoso slancio e con la stessa gioia che il Santo, nel veder esaudita la sua preghiera da parte del Vicario di Cristo, irradiò sulla folla presente alla consacrazione della Porziuncola nell’annunciare la grazia concessa, Sua Santità Papa Leone XIV, Ministro della nostra fede e della nostra gioia, stabilisce che, dal 10 gennaio 2026, in concomitanza con la chiusura del Giubileo Ordinario, fino al 10 gennaio 2027, sia indetto uno speciale Anno di San Francesco, in cui ogni fedele cristiano sull’esempio del Santo di Assisi si faccia egli stesso modello di santità di vita e testimone costante di pace.
Per un più perfetto conseguimento delle finalità preposte, la Penitenzieria Apostolica, attraverso il presente Decreto emesso in conformità al volere del Sommo Pontefice, in occasione dell’Anno di San Francesco concede l’Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), applicabile anche in forma di suffragio per le anime del Purgatorio:
1) ai membri:
  • delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz’Ordine Regolare e Secolare;
  • degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e femminili, che osservino la Regola di San Francesco o siano ispirati alla sua spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma;
2) a tutti i fedeli indistintamente
che, con l’animo distaccato dal peccato, parteciperanno all’Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato a San Francesco o ad esso collegato per qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull’esempio di San Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi, a Santa Chiara e a tutti i Santi della Famiglia Francescana.
Gli anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa, potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria, premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l’intenzione di adempiere appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell’Anno di San Francesco, offrendo a Dio Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita.
Affinché una tale opportunità di conseguire la grazia divina attraverso il Potere delle Chiavi della Chiesa si attui più facilmente, questa Penitenzieria con fermezza chiede a tutti i sacerdoti, regolari e secolari, muniti delle opportune facoltà, di rendersi disponibili, con spirito pronto, generoso e misericordioso, alla celebrazione del Sacramento della Riconciliazione.
Il presente decreto è valido per l’Anno di San Francesco. Nonostante qualsiasi disposizione contraria.
Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 10 gennaio 2026, vigilia della Festa del Battesimo del Signore.

Angelo Card. De Donatis

Penitenziere Maggiore

 

 

+ Krzysztof Jozef Nykiel

            Reggente

 

 

 

 

 

 

  1. + S.

Prot. N. 03069/2025-1360/25/I

 

[1] Lettera enciclica di Frate Elia, a tutte le Province dell’Ordine, sulla morte di San Francesco, 7 (FF 311). 2 Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XI, 50.

[2] Francesco d’Assisi, Lettera a un ministro, 7-8 (FF 235)

Marzo 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/03/San_Francesco.jpg 574 550 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-03-12 15:00:102026-03-12 18:04:29GIUBILEO STRAORDINARIO OTTAVO CENTENARIO TRANSITO DI S. FRANCESCO
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QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Da Facebook – Mario Proietti

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Da Facebook – Mario Proietti

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Cari amici, Avvenire ha pubblicato il comunicato diffuso ai fedeli della parrocchia San Gottardo al Corso, firmato da Franco Agnesi, vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano. Il testo riferisce che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’Arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale e che “con oggi” non svolge più gli incarichi indicati nel comunicato.

Molti titoli hanno scelto una formula diversa, più sonora e più facile. Il comunicato parla di “sospendere il ministero presbiterale”. Sono espressioni differenti, con un peso differente, e chi ama la verità evita di gonfiare le parole per farle rendere di più in click. La stessa notizia è ripresa anche da Famiglia Cristiana e da la Repubblica.

Dentro il comunicato c’è una riga che merita di essere riportata senza commenti teatrali: «Carissimi, è doveroso condividere con voi che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale». C’è anche un orientamento pastorale chiaro, che chiude la porta al pettegolezzo: questa sofferenza può diventare occasione di preghiera e di affidamento al Signore, e la comunità è chiamata ad accompagnare chi ha camminato in questi anni.

Dentro questo clima si apre una domanda più ampia. Una domanda che riguarda tutti, non soltanto una persona. Quale equilibrio stiamo costruendo tra il sacerdozio e la scena pubblica? Quale rapporto stiamo creando tra l’annuncio di Cristo e la logica dei numeri? Quale cura offriamo ai doni che lo Spirito suscita nella giovinezza, quando quei doni diventano improvvisamente “progetto”, “format”, “personaggio”?

Qui la questione riguarda la trasformazione della freschezza in metodo dominante. La giovinezza, quando è custodita, diventa energia evangelica, capacità di vicinanza, linguaggio comprensibile, coraggio. Quando è caricata di attese sproporzionate, diventa esposizione, solitudine, prestazione continua, pressione identitaria. Il volto prende spazio. Il mistero arretra. E il sacerdote, che per vocazione è chiamato a rendere visibile Cristo, finisce col dover rendere visibile se stesso.

Il punto più delicato è che questa dinamica nasce spesso con intenzioni buone. Si desidera raggiungere chi è lontano. Si desidera parlare ai giovani. Si desidera usare strumenti contemporanei. La vita della Chiesa chiede creatività. La pastorale chiede linguaggi. La missione chiede coraggio. Poi entra in scena un elemento che cambia la natura del gioco: la logica della piattaforma, che premia impatto, semplificazione, ripetizione, presenza costante. È una logica che non si limita a diffondere un contenuto. Plasma il contenuto. Plasma la persona. Un ministero sacramentale, nato per la fedeltà quotidiana e per la vita nascosta, finisce in una forma di esposizione che non gli appartiene.

A quel punto emerge un rischio reale per la coscienza ecclesiale. Il sacerdote diventa segno ambiguo, spesso per dinamica. La comunità comincia a percepire che l’annuncio ha bisogno di un volto, come se il Vangelo fosse fragile e necessitasse di essere sostenuto da un personaggio. Quando il personaggio vacilla, molti si sentono traditi, confusi, delusi. La fede viene legata a una figura. La vita cristiana viene letta come esperienza emotiva. La conversione diventa difficile, perché la disciplina interiore richiede silenzio, tempo, gradualità, perseveranza. Tutto questo è poco compatibile con la pressione della performance.

La notizia, letta con delicatezza, ci porta a riconoscere una cosa: esiste un modo di “promuovere” un prete che non è custodia. Esiste un modo di applaudire che non è accompagnamento. Esiste un modo di lasciare spazio che non è guida. Quando guida e custodia vengono meno, anche la creatività più sincera rischia di scivolare verso la confusione. La creatività chiede criteri. La libertà chiede forma. La missione chiede disciplina spirituale.

Qui si comprende meglio anche un principio evangelico decisivo: «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16,13). La parola “ricchezza” riguarda anche il possesso dell’attenzione, del consenso, della visibilità. Il cuore umano si lega facilmente a ciò che dà gratificazione immediata. L’applauso crea dipendenza. La paura di sparire genera ansia. Il bisogno di conferma genera compromessi interiori. In questo senso la visibilità, quando diventa fine, assume la forma di una ricchezza. E la ricchezza, in qualunque forma, chiede un prezzo.

Nei mesi scorsi avevo già scritto due riflessioni su questa dinamica: una sul metodo e sul linguaggio, una sul sistema che espone e consuma. Oggi i fatti chiedono sintesi e criteri. Qui è in gioco l’equilibrio tra sacramento e personaggio. La lezione ecclesiale diventa concreta.

La Chiesa non ha bisogno di sacerdoti perfetti. Ha bisogno di sacerdoti custoditi. Ha bisogno di cammini di formazione che uniscano competenze comunicative, ascesi, studio, vita sacramentale stabile, direzione spirituale, fraternità sacerdotale reale. Ha bisogno di criteri pubblici e condivisi sull’uso dei social, come protezione. Ha bisogno di comunità che non trasformino un prete in un progetto personale. Ha bisogno di superiori e responsabili che accompagnino davvero, con presenza, correzione paterna, limiti chiari, tempi di riposo, responsabilità distribuite.

Il sacerdote non è un influencer. Il sacerdote è ministro dei misteri di Dio. Il suo compito è rendere trasparente Cristo, non costruire una marca personale. Il suo posto è l’altare, il confessionale, la visita ai malati, l’insegnamento paziente, la liturgia celebrata con fede, la carità vissuta senza spettacolo. I mezzi digitali possono servire tutto questo quando restano strumenti, quando restano secondari, quando rimandano alla vita reale della comunità e ai sacramenti, quando non assorbono l’identità del ministro.

Oggi la risposta più cristiana a questa vicenda resta semplice. Preghiera per il sacerdote coinvolto, senza curiosità e senza crudeltà. Cura dei fedeli che restano disorientati, soprattutto dei giovani, aiutandoli a distinguere tra Cristo e i suoi ministri. Decisione ecclesiale rinnovata: custodire i doni, ordinare la creatività, proteggere la giovinezza dalla strumentalizzazione, proteggere il sacerdozio dalla logica del personaggio.

Il Vangelo non cresce con la stessa legge degli algoritmi. Cresce come un seme. In silenzio, nel tempo, nella fedeltà. La Chiesa vince quando smette di inseguire consensi e torna a generare discepoli.

Febbraio 1, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/02/don-Rav.jpg 2100 1500 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-02-01 16:33:242026-02-07 17:34:54QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO
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SAGGI SUGGERIMENTI PER UNA BUONA OMELIA

A

Gennaio 24, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/01/619594453_10214879347413625_8896580222624698898_n.jpg 768 1376 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-01-24 17:14:492026-01-24 17:24:27SAGGI SUGGERIMENTI PER UNA BUONA OMELIA
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DECRETO ARCIVESCOVILE

Gennaio 19, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg 0 0 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-01-19 13:55:222026-01-19 14:13:48DECRETO ARCIVESCOVILE
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MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV PER LA GIORNATA DELLA PACE

Il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale della pace invita a costruire una pace disarmata e disarmante, che rifiuta la violenza e la guerra.

La pace nasce dal dialogo, dalla giustizia, dal perdono e dalla fiducia reciproca. È una responsabilità di tutti, da vivere ogni giorno con gesti concreti.

Testo integrale del messaggio:

Verso una pace disarmata e disarmante

“La pace sia con te!”.

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: “La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.[1]
La pace di Cristo risorto
Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cfrEf2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cfrGv10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.
Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.
Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».[2]
Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.
Una pace disarmata
Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv18,11; cfrMt26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfrMt25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.
Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica».[3]
Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico».[4]
Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale.[5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.
Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace».[6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità».[7]
Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti».[8]È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.
Una pace disarmante
La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfrLc2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfrAt2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità».[9]
Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità».[10]
È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».[11]Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.
D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde».[12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.
Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13]Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori»,[14]a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’EnciclicaRerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov18,19)».[15]
Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is2,4-5).
Dal Vaticano, 8 dicembre 2025
LEONE PP. XIV
______________________
[1]Cfr Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).
[2]Agostino d’Ippona,Discorso357, 3.
[3]Ibid., 1.
Dicembre 27, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/12/Papa_Leone_XIV_1.jpg 557 988 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-12-27 13:58:452025-12-27 15:40:35MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV PER LA GIORNATA DELLA PACE
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Il mio Giubileo a Roma

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Domenica, 23 novembre 2025, sono andato a Roma per il Giubileo e ho avuto il dono di poter celebrare la S. Messa a S. Marta in Vaticano all’altare dove celebrava Papa Francesco.

Ho avuto la fortuna di vedere a poca distanza anche Papa Leone XIV mentre terminava il giro sulla papamobile a Piazza S.Pietro.

Momento di profondo abbandono nel Cuore Misericordioso di Cristo attraversando, in preghiera, la Porta Santa.

Un grazie riconoscente alla famiglia che mi ha invitato e portato a Roma e un rinnovato ringraziamento al regista del programma di tutta la meravigliosa giornata: al carissimo mons. Gilbert Tsogli.

https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/12/Leone-XIV-1.mp4
Dicembre 16, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG-20251123-WA0098-1-scaled.jpg 2560 1920 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-12-16 20:39:322025-12-16 20:45:33Il mio Giubileo a Roma
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NATALE 2025

NATALE 2025

Ringrazio cordialmente il carissimo amico di infanzia Prof. Giuseppe Mignogna che mi ha inviato in questi giorni una preghiera composta da lui per una profonda meditazione sul Natale .

La pubblico, con il suo permesso, perchè sia di aiuto per tutti in questo cammino di Avvento.

NATALE

Io, pellegrino del Cielo, in un naufragio d’amore, sono approdato in questa grotta facendomi carne tremante, graffio d’Infinito nelle pietre fredde della Terra. Mia madre mi protegge, fragile, e mi contempla, onnipotente. I miei occhi cercano il suo sguardo e i suoi occhi si abbassano, adoranti, davanti ai miei, nella luminosa oscurità del mistero in cui un filo d’ombra trema di eterna Luce. Io innalzo un altare ove è pianto. Scendo, cireneo per amore, là dove un filo spinato ha recintato il cuore. In questa grotta non si sente il tuono di Dio che schiantava i cedri del Libano, perché il Cielo ha abbracciato la Terra. Ma nel mondo tuonano ancora le armi, con i loro bagliori di morte, in cieli spezzati, spenti firmamenti. Arrivano venti freddi dai salici piangenti della Storia, dalle tante croci ai piedi delle quali piangono le madri. Porterò nei miei occhi il loro pianto. Nessuno sa quanto sangue ci sia in quelle lacrime. E cadono i bambini al sibilo delle bombe, mentre le stelle chiudono gli occhi per non vedere. Esse, un mattino, vogliono riaprirli a una rarefatta aurora che annuncia al mondo:“ Habemus pacem!”. Se ognuno la coltivasse nel proprio orticello, alimentandola col profumo della propria vita, nel giardino del mondo fiorirebbe la pace. Necessaria quella delle armi, ma anche quella interiore. Accendi dentro di te cieli di luce per te e per gli altri: quella goccia del bene che tu getti nel mare entra in un’onda che il vento porta lontano. Perciò, se parli, parla non per scavare un confine ma per disegnare un orizzonte. Se sorridi a chi non ha la forza di sorridere, non sfoderare una gioia chiassosa. Se piangi, piangi nel cuore di qualcuno. Se tendi la mano, non chiuderla in un pugno, aprila a una carezza, distendila come culla di luce. Se vai ad aiutare qualcuno, non far sentire il rumore dei tuoi passi. Se ti guardi dentro, esplora persino la luce che ti viene dal dolore. Se abbassi lo sguardo, abbassalo per non inciampare nella tua ombra. Se vuoi rivivere la magia di questa notte santa, cammina dentro di te lungo il silenzio che porta alla grotta così come hanno fatto i re Magi, camminando con gli occhi della Stella.

 

Dicembre 11, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/12/Presepio2010-008.jpg 1520 1900 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-12-11 17:33:372025-12-12 11:11:29NATALE 2025
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MANDATO CATECHISTICO

“MANDATI A SERVIRE CON GIOIA: LA FEDE CHE SI FA MISSIONE”

Fede, servizio e testimonianza nella missione educativa della Chiesa

Un momento di comunione e impegno nella Cattedrale della SS. Trinità di Campobasso – 30 ottobre 2025

Nella Cattedrale della Santissima Trinità di Campobasso si è celebrato il Mandato Diocesano dei Catechisti dell’Arcidiocesi di Campobasso–Bojano, un appuntamento che ogni anno rinnova il legame di comunione e di servizio nella Chiesa. Numerosi catechisti, provenienti da tutta la diocesi, hanno rinnovato il loro “sì” alla missione educativa, accogliendo l’invito a seguire l’esempio di Gesù con spirito di umiltà e dedizione. Durante la celebrazione, S.E. Monsignor Biagio Colaianni ha conferito il mandato, segno di corresponsabilità e impegno nell’annuncio del Vangelo. Con commozione e gratitudine, i catechisti hanno accolto l’invio per un nuovo anno pastorale, vissuto come tempo di incontro, preghiera e rinnovato slancio missionario. Un momento che ha ribadito la gioia e la bellezza di essere Chiesa in cammino, unita nel servizio e nella speranza.

“Nel nome di Cristo e della Chiesa vi affido il mandato di Catechisti della nostra Arcidiocesi. Siate annunciatori fedeli della Parola di Dio, educatori nella Fede, testimoni della Speranza e della Carità.” Con queste solenni parole, l’Arcivescovo ha affidato il mandato ai numerosi partecipanti riuniti nella Cattedrale, accogliendo la loro disponibilità a mettersi al servizio delle comunità per accompagnare bambini, giovani e adulti nel cammino della fede.

UNA CELEBRAZIONE INTENSA E PARTECIPATA

La Celebrazione Eucaristica, vissuta con profonda partecipazione, è stata arricchita dalla presenza gioiosa di numerosi bambini rappresentanti dei catecumeni della diocesi. Con striscioni e palloncini, hanno reso omaggio ai loro educatori, seguendo con attenzione i momenti più significativi del rito.
Due sono stati i momenti di particolare commozione: il rinnovo dell’impegno dei catechisti davanti al Vescovo e alla comunità, prima della proclamazione del mandato, e la distribuzione dell’Eucaristia, quando una lunga e ordinata fila di catechisti si è avvicinata per ricevere la Comunione dalle mani del Vescovo e dei sacerdoti concelebranti.

L’OMELIA DEL VESCOVO: “ESSERE CATECHISTI È UNA VOCAZIONE”

Durante l’omelia, Monsignor Colaianni ha ricordato che l’essere catechisti non è un semplice servizio, ma una vera e propria vocazione:

“Essere catechisti – ha detto – non è soltanto un servizio: è una chiamata. Con il mandato siete inviati a condividere la vostra fede, ad accompagnare i fratelli nella conoscenza e nell’amore di Cristo, collaborando con i vostri parroci nella missione educativa della Chiesa.”

E ha aggiunto con tono incoraggiante:

“In questo tempo in cui è sempre più difficile trasmettere la fede, non abbiate timore: se il Signore vi ha chiamato, sa perché lo ha fatto, e vi donerà la forza per superare ogni difficoltà.”

GLI STRUMENTI PER TRASMETTERE LA FEDE

L’Arcivescovo ha poi indicato tre vie fondamentali per l’annuncio cristiano:

  1. La Parola, da raccontare con semplicità e amore, soprattutto ai più piccoli, perché imparino a conoscere e a sentirsi amici di Gesù.
  2. La Testimonianza, essenziale con gli adolescenti, che hanno bisogno di percepire la sincerità e l’autenticità di chi parla loro di Cristo.
  3. La Vicinanza fraterna, unica strada efficace per accompagnare nella fede gli adulti.

Particolarmente vivace e coinvolgente è stato il dialogo tra il Vescovo e i bambini, che hanno risposto con spontaneità e simpatia alle sue domande, strappando sorrisi e applausi all’assemblea.

UN DONO SIMBOLICO: I SEMI DI GIRASOLE

La celebrazione si è conclusa con un gesto ricco di significato: il Vescovo ha consegnato a un catechista rappresentante di ogni parrocchia un piccolo sacchetto di semi di girasole, simbolo della luce di Dio. Come il girasole si orienta sempre verso il sole, così i catechisti sono chiamati a rivolgere lo sguardo verso Dio, unica e vera fonte di vita, luce e speranza per ogni uomo.

 “MANDATI A SERVIRE CON GIOIA: LA FEDE CHE SI FA MISSIONE”

Fede, servizio e testimonianza nella missione educativa della Chiesa

Un momento di comunione e impegno nella Cattedrale della SS. Trinità di Campobasso – 30 ottobre 2025

 

Nella Cattedrale della Santissima Trinità di Campobasso si è celebrato il Mandato Diocesano dei Catechisti dell’Arcidiocesi di Campobasso–Bojano, un appuntamento che ogni anno rinnova il legame di comunione e di servizio nella Chiesa. Numerosi catechisti, provenienti da tutta la diocesi, hanno rinnovato il loro “sì” alla missione educativa, accogliendo l’invito a seguire l’esempio di Gesù con spirito di umiltà e dedizione. Durante la celebrazione, S.E. Monsignor Biagio Colaianni ha conferito il mandato, segno di corresponsabilità e impegno nell’annuncio del Vangelo. Con commozione e gratitudine, i catechisti hanno accolto l’invio per un nuovo anno pastorale, vissuto come tempo di incontro, preghiera e rinnovato slancio missionario. Un momento che ha ribadito la gioia e la bellezza di essere Chiesa in cammino, unita nel servizio e nella speranza.

“Nel nome di Cristo e della Chiesa vi affido il mandato di Catechisti della nostra Arcidiocesi. Siate annunciatori fedeli della Parola di Dio, educatori nella Fede, testimoni della Speranza e della Carità.” Con queste solenni parole, l’Arcivescovo ha affidato il mandato ai numerosi partecipanti riuniti nella Cattedrale, accogliendo la loro disponibilità a mettersi al servizio delle comunità per accompagnare bambini, giovani e adulti nel cammino della fede.

UNA CELEBRAZIONE INTENSA E PARTECIPATA

La Celebrazione Eucaristica, vissuta con profonda partecipazione, è stata arricchita dalla presenza gioiosa di numerosi bambini rappresentanti dei catecumeni della diocesi. Con striscioni e palloncini, hanno reso omaggio ai loro educatori, seguendo con attenzione i momenti più significativi del rito.

Due sono stati i momenti di particolare commozione: il rinnovo dell’impegno dei catechisti davanti al Vescovo e alla comunità, prima della proclamazione del mandato, e la distribuzione dell’Eucaristia, quando una lunga e ordinata fila di catechisti si è avvicinata per ricevere la Comunione dalle mani del Vescovo e dei sacerdoti concelebranti.

L’OMELIA DEL VESCOVO: “ESSERE CATECHISTI È UNA VOCAZIONE”

Durante l’omelia, Monsignor Colaianni ha ricordato che l’essere catechisti non è un semplice servizio, ma una vera e propria vocazione:

 

“Essere catechisti – ha detto – non è soltanto un servizio: è una chiamata. Con il mandato siete inviati a condividere la vostra fede, ad accompagnare i fratelli nella conoscenza e nell’amore di Cristo, collaborando con i vostri parroci nella missione educativa della Chiesa.”

E ha aggiunto con tono incoraggiante:

 

“In questo tempo in cui è sempre più difficile trasmettere la fede, non abbiate timore: se il Signore vi ha chiamato, sa perché lo ha fatto, e vi donerà la forza per superare ogni difficoltà.”

GLI STRUMENTI PER TRASMETTERE LA FEDE

L’Arcivescovo ha poi indicato tre vie fondamentali per l’annuncio cristiano:

La Parola, da raccontare con semplicità e amore, soprattutto ai più piccoli, perché imparino a conoscere e a sentirsi amici di Gesù.

La Testimonianza, essenziale con gli adolescenti, che hanno bisogno di percepire la sincerità e l’autenticità di chi parla loro di Cristo.

La Vicinanza fraterna, unica strada efficace per accompagnare nella fede gli adulti.

Particolarmente vivace e coinvolgente è stato il dialogo tra il Vescovo e i bambini, che hanno risposto con spontaneità e simpatia alle sue domande, strappando sorrisi e applausi all’assemblea.

UN DONO SIMBOLICO: I SEMI DI GIRASOLE

La celebrazione si è conclusa con un gesto ricco di significato: il Vescovo ha consegnato a un catechista rappresentante di ogni parrocchia un piccolo sacchetto di semi di girasole, simbolo della luce di Dio. Come il girasole si orienta sempre verso il sole, così i catechisti sono chiamati a rivolgere lo sguardo verso Dio, unica e vera fonte di vita, luce e speranza per ogni uomo.

Dal Sito dell’Arcidiocesi www.arcidiocesicampobasso.it 

 

 

Novembre 19, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/11/Senza-nome-1536x839-1.jpg 804 772 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-11-19 09:46:402025-11-19 20:47:51MANDATO CATECHISTICO
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ESORTAZIONE APOSTOLICA

ESORTAZIONE APOSTOLICA
DILEXI TE
DEL SANTO PADRE LEONE XIV

SULL’AMORE VERSO I POVERI

[Multimedia]

_________________________

AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – IT  – PL  – PT

  1. «Ti ho amato» (Ap3,9), dice il Signore a una comunità cristiana che, a differenza di altre, non aveva alcuna rilevanza o risorsa ed era esposta alla violenza e al disprezzo: «Per quanto tu abbia poca forza […] li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi» (Ap3,8-9). Questo testo richiama le parole del cantico di Maria: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).
  2. La dichiarazione d’amore dell’Apocalisse rimanda al mistero inesauribile che Papa Francescoha approfondito nell’Enciclica Dilexit nossull’amore divino e umano del Cuore di Cristo. In essa abbiamo ammirato il modo in cui Gesù si identifica «con i più piccoli della società» e come, col suo amore donato sino alla fine, mostra la dignità di ogni essere umano, soprattutto quando «più è debole, misero e sofferente». [1] Contemplare l’amore di Cristo «ci aiuta a prestare maggiore attenzione alle sofferenze e ai bisogni degli altri, ci rende forti per partecipare alla sua opera di liberazione, come strumenti per la diffusione del suo amore». [2]
  3. Per questa ragione, in continuità con l’Enciclica Dilexit nos, Papa Francescostava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’Esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri, intitolata Dilexi te, immaginando che Cristo si rivolga ad ognuno di loro dicendo: Hai poca forza, poco potere, ma «io ti ho amato» ( Ap3,9). Avendo ricevuto come in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio – aggiungendo alcune riflessioni – e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato, condividendo il desiderio dell’amato Predecessore che tutti i cristiani possano percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri. Anch’io infatti ritengo necessario insistere su questo cammino di santificazione, perché nel «richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi». [3]

CAPITOLO PRIMO

ALCUNE PAROLE INDISPENSABILI

  1. I discepoli di Gesù criticarono la donna che aveva versato sul suo capo un olio profumato molto prezioso: «Perché questo spreco? – dicevano – Si poteva venderlo per molto denaro e darlo ai poveri!». Ma il Signore disse loro: «I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» (Mt26,8-9.11). Quella donna aveva compreso che Gesù era il Messia umile e sofferente su cui riversare il suo amore: che consolazione quell’unguento sul capo che da lì a qualche giorno sarebbe stato tormentato dalle spine! Era un piccolo gesto, certo, ma chi soffre sa quanto sia grande anche un piccolo gesto di affetto e quanto sollievo possa recare. Gesù lo comprende e ne sancisce la perennità: «Dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto» (Mt26,13). La semplicità di quel gesto rivela qualcosa di grande. Nessun gesto di affetto, neanche il più piccolo, sarà dimenticato, specialmente se rivolto a chi è nel dolore, nella solitudine, nel bisogno, com’era il Signore in quell’ora.
  2. Ed è proprio in tale prospettiva che l’affetto per il Signore si unisce a quello per i poveri. Quel Gesù che dice: «I poveri li avete sempre con voi» (Mt26,11) esprime il medesimo significato quando promette ai discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt28,20). E nello stesso tempo ci tornano alla mente quelle parole del Signore: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci.

San Francesco

  1. Papa Francesco, ricordando la scelta del proprio nome, ha raccontato che, dopo la sua elezione, un Cardinale amico lo abbracciò, lo baciò e gli disse: «Non dimenticarti dei poveri!». [4]Si tratta della stessa raccomandazione fatta a San Paolo dalle autorità della Chiesa quando salì a Gerusalemme per verificare la propria missione (cfr Gal 2,1-10). A distanza di anni, l’Apostolo può affermare: «È quello che mi sono preoccupato di fare» ( Gal 2,10). Ed è stata anche la scelta di San Francesco d’Assisi: nel lebbroso fu Cristo stesso ad abbracciarlo, cambiandogli la vita. La figura luminosa del Poverello non cesserà mai di ispirarci.
  2. Fu lui, otto secoli fa, a provocare una rinascita evangelica nei cristiani e nella società del suo tempo. Dapprima ricco e baldanzoso, il giovane Francesco rinacque dall’impatto con la realtà di chi è espulso dalla convivenza. La spinta da lui impressa non cessa di muovere gli animi dei credenti e di tanti non credenti e «ha cambiato la storia». [5]Lo stesso Concilio Vaticano II, come afferma  San Paolo VI, si trova su questa via: «L’antica storia del buon samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio». [6]Sono convinto che la scelta prioritaria per i poveri genera un rinnovamento straordinario sia nella Chiesa che nella società, quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e riusciamo ad ascoltare il loro grido.

Il grido dei poveri

  1. A tale riguardo c’è un testo della Sacra Scrittura dal quale occorre sempre ripartire. Si tratta della rivelazione di Dio a Mosè presso il roveto ardente: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo […] Perciò va’! Io ti mando» ( Es 3,7-8.10). [7]Dio si mostra sollecito verso le necessità dei poveri: «Gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un salvatore» ( Gdc 3,15). Perciò, ascoltando il grido del povero, siamo chiamati a immedesimarci col cuore di Dio, che è premuroso verso le necessità dei suoi figli e specialmente dei più bisognosi. Rimanendo invece indifferenti a quel grido, il povero griderebbe al Signore contro di noi e un peccato sarebbe su di noi (cfr Dt 15,9) e ci allontaneremmo dal cuore stesso di Dio.
  2. La condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa. Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo. Allo stesso tempo, dovremmo parlare forse più correttamente dei numerosi volti dei poveri e della povertà, poiché si tratta di un fenomeno variegato; infatti, esistono molte forme di povertà: quella di chi non ha mezzi di sostentamento materiale, la povertà di chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà.
  3. In questo senso, si può dire che l’impegno a favore dei poveri e per rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, pur essendo diventato importante negli ultimi decenni, rimane sempre insufficiente; anche perché le società in cui viviamo spesso privilegiano criteri di orientamento dell’esistenza e della politica segnati da numerose disuguaglianze e, perciò, a vecchie povertà di cui abbiamo preso coscienza e che si tenta di contrastare, se ne aggiungono di nuove, talvolta più sottili e pericolose. Da questo punto di vista, è da salutare con favore il fatto che le Nazioni Unite abbiano posto la sconfitta della povertà come uno degli obiettivi del Millennio.
  4. All’impegno concreto per i poveri occorre anche associare una trasformazione di mentalità che possa incidere a livello culturale. Infatti, l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata spinge molte persone verso una visione dell’esistenza imperniata sull’accumulo della ricchezza e sul successo sociale a tutti i costi, da conseguire anche a scapito degli altri e profittando di ideali sociali e sistemi politico-economici ingiusti, che favoriscono i più forti. Così, in un mondo dove sempre più numerosi sono i poveri, paradossalmente vediamo anche crescere alcune élite di ricchi, che vivono nella bolla di condizioni molto confortevoli e lussuose, quasi in un altro mondo rispetto alla gente comune. Ciò significa che ancora persiste – a volte ben mascherata – una cultura che scarta gli altri senza neanche accorgersene e tollera con indifferenza che milioni di persone muoiano di fame o sopravvivano in condizioni indegne dell’essere umano. Qualche anno fa, la foto di un bambino riverso senza vita su una spiaggia del Mediterraneo provocò grande sconcerto; purtroppo, a parte una qualche momentanea emozione, fatti simili stanno diventando sempre più irrilevanti come notizie marginali.
  5. Sulla povertà non dobbiamo abbassare la guardia. In particolare ci preoccupano le gravi condizioni in cui versano moltissime persone a causa della mancanza di cibo e di acqua. Ogni giorno muoiono migliaia di persone per cause legate alla malnutrizione. Anche nei Paesi ricchi le cifre relative al numero dei poveri non sono meno preoccupanti. In Europa sono sempre di più le famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese. In generale si nota che sono aumentate le diverse manifestazioni della povertà. Essa non si configura più come un’unica condizione omogenea, bensì si declina in molteplici forme di depauperamento economico e sociale, riflettendo il fenomeno delle crescenti disuguaglianze anche in contesti generalmente benestanti. Ricordiamo che «doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti. Tuttavia, anche tra di loro troviamo continuamente i più ammirevoli gesti di quotidiano eroismo nella difesa e nella cura della fragilità delle loro famiglie». [8]Sebbene in alcuni Paesi si osservino importanti cambiamenti, «l’organizzazione delle società in tutto il mondo è ancora lontana dal rispecchiare con chiarezza che le donne hanno esattamente la stessa dignità e identici diritti degli uomini. A parole si affermano certe cose, ma le decisioni e la realtà gridano un altro messaggio», [9]soprattutto se pensiamo alle donne più povere.

Pregiudizi ideologici

  1. Al di là dei dati – che a volte vengono “interpretati” in modo tale da convincere che la situazione dei poveri non sia così grave –, la realtà generale è abbastanza chiara: «Ci sono regole economiche che sono risultate efficaci per la crescita, ma non altrettanto per lo sviluppo umano integrale. È aumentata la ricchezza, ma senza equità, e così ciò che accade è che nascono nuove povertà. Quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa misurandola con criteri di altre epoche non paragonabili con la realtà attuale. Infatti, in altri tempi, per esempio, non avere accesso all’energia elettrica non era considerato un segno di povertà e non era motivo di grave disagio. La povertà si analizza e si intende sempre nel contesto delle possibilità reali di un momento storico concreto». [10]Tuttavia, al di là delle situazioni specifiche e contestuali, in un documento della Comunità Europea, nel 1984, si affermava che «per persone povere s’intendono: i singoli individui, le famiglie e i gruppi di persone le cui risorse (materiali, culturali e sociali) sono così scarse da escluderli dal tenore di vita minimo accettabile nello Stato membro in cui vivono». [11]Ma se riconosciamo che tutti gli esseri umani hanno la stessa dignità, indipendentemente dal luogo di nascita, non si devono ignorare le grandi differenze che esistono tra i Paesi e le regioni.
  2. I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà. Ovviamente, tra i poveri c’è pure chi non vuole lavorare, magari perché i suoi antenati, che hanno lavorato tutta la vita, sono morti poveri. Ma ce ne sono tanti – uomini e donne – che comunque lavorano dalla mattina alla sera, forse raccogliendo cartoni o facendo altre attività del genere, pur sapendo che questo sforzo servirà solo a sopravvivere e mai a migliorare veramente la loro vita. Non possiamo dire che la maggior parte dei poveri lo sono perché non hanno acquistato dei “meriti”, secondo quella falsa visione della meritocrazia dove sembra che abbiano meriti solo quelli che hanno avuto successo nella vita.
  3. Anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico.

CAPITOLO SECONDO

DIO SCEGLIE I POVERI

La scelta dei poveri

  1. Dio è amore misericordioso e il suo progetto d’amore, che si estende e si realizza nella storia, è anzitutto il suo discendere e venire in mezzo a noi per liberarci dalla schiavitù, dalle paure, dal peccato e dal potere della morte. Con uno sguardo misericordioso e il cuore colmo d’amore, Egli si è rivolto alle sue creature, prendendosi cura della loro condizione umana e, quindi, della loro povertà. Proprio per condividere i limiti e le fragilità della nostra natura umana, Egli stesso si è fatto povero, è nato nella carne come noi e lo abbiamo conosciuto nella piccolezza di un bambino deposto in una mangiatoia e nell’estrema umiliazione della croce, laddove ha condiviso la nostra radicale povertà, che è la morte. Si comprende bene, allora, perché si può anche teologicamente parlare di un’opzione preferenziale da parte di Dio per i poveri, un’espressione nata nel contesto del continente latino-americano e in particolare nell’Assemblea di Puebla, ma che è stata ben integrata nel successivo magistero della Chiesa. [12]Questa “preferenza” non indica mai un esclusivismo o una discriminazione verso altri gruppi, che in Dio sarebbero impossibili; essa intende sottolineare l’agire di Dio che si muove a compassione verso la povertà e la debolezza dell’umanità intera e che, volendo inaugurare un Regno di giustizia, di fraternità e di solidarietà, ha particolarmente a cuore coloro che sono discriminati e oppressi, chiedendo anche a noi, alla sua Chiesa, una decisa e radicale scelta di campo a favore dei più deboli.
  2. Si comprendono in questa prospettiva le numerose pagine dell’Antico Testamento in cui Dio viene presentato come amico e liberatore dei poveri, Colui che ascolta il grido del povero e interviene per liberarlo (cfr Sal34,7). Dio, rifugio del povero, attraverso i profeti – ricordiamo in particolare Amos e Isaia – denuncia le iniquità a danno dei più deboli e rivolge a Israele l’esortazione a rinnovare dal di dentro anche il culto, perché non si può pregare e offrire sacrificio mentre si opprimono i più deboli e i più poveri. Dall’inizio la Scrittura manifesta con così viva intensità l’amore di Dio attraverso la protezione dei deboli e dei meno abbienti, al punto che si potrebbe parlare di una sorta di “debolezza” di Dio nei loro confronti. «Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri […]. Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri». [13]

Gesù, Messia povero

  1. Tutta la vicenda veterotestamentaria della predilezione di Dio per i poveri e il desiderio divino di ascoltare il loro grido – che ho brevemente richiamato – trova in Gesù di Nazaret la sua piena realizzazione. [14]Nella sua incarnazione, Egli «svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo» ( Fil 2,7) e in quella forma portò la nostra salvezza. Si tratta di una povertà radicale, fondata sulla sua missione di rivelare il vero volto dell’amore divino (cfr Gv 1,18; 1Gv 4,9). Pertanto, con una delle sue mirabili sintesi, San Paolo può affermare: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» ( 2Cor 8,9).
  2. In effetti, il Vangelo mostra che questa povertà toccava ogni aspetto della sua vita. Fin dal suo ingresso nel mondo, Gesù ha fatto esperienza delle difficoltà relative al rifiuto. L’evangelista Luca, narrando l’arrivo a Betlemme di Giuseppe e Maria, ormai prossima al parto, osserva con rammarico: «Per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc2,7). Gesù nacque in umili condizioni; appena nato fu adagiato in una mangiatoia; e ben presto, per salvarlo dalla morte, i suoi genitori fuggirono in Egitto (cfr Mt2,13-15). All’inizio della sua vita pubblica, fu scacciato da Nazaret dopo che nella sinagoga aveva annunciato l’adempiersi in Lui dell’anno di grazia di cui gioiscono i poveri (cfr Lc 4,14-30). Non vi fu luogo accogliente nemmeno per la sua morte: lo condussero fuori da Gerusalemme per la crocifissione (cfr Mc 15,22). È in questa condizione che si può riassumere in maniera chiara la povertà di Gesù. Si tratta della stessa esclusione che caratterizza la definizione dei poveri: essi sono gli esclusi dalla società. Gesù è la rivelazione di questo privilegium pauperum. Egli si presenta al mondo non solo come Messia povero, ma anche come Messia dei poveri e per i poveri.
  3. Vi sono alcuni indizi a proposito della condizione sociale di Gesù. Anzitutto, egli svolge il mestiere di artigiano o carpentiere, téktōn(cfr Mc6,3). Si tratta di una categoria di persone che vivono con il loro lavoro manuale. Non essendo possessori di terra, venivano considerati inferiori rispetto ai contadini. Quando il piccolo Gesù viene presentato al Tempio da Giuseppe e Maria, i suoi genitori offrirono una coppia di tortore o di colombi (cfr Lc 2,22-24), che secondo le prescrizioni del Libro del Levitico (cfr 12,8) era l’offerta dei poveri. Un episodio evangelico abbastanza significativo è quello che ci racconta di come Gesù, insieme ai suoi discepoli, raccogliessero delle spighe di cui nutrirsi mentre attraversavano i campi (cfr Mc 2,23-28) e questo – lo spigolare nei campi – era consentito soltanto a chi era povero. Gesù stesso, poi, dice di sé: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20; Lc 9,58). Egli, infatti, è un maestro itinerante, la cui povertà e precarietà è segno del legame con il Padre ed è richiesta anche a chi vuole seguirlo sulla via del discepolato, proprio perché la rinuncia ai beni, alle ricchezze e alle sicurezze di questo mondo diventi segno visibile dell’affidarsi a Dio e alla sua provvidenza.
  4. All’inizio del suo ministero pubblico, Gesù si presenta nella sinagoga di Nazaret leggendo il rotolo del profeta Isaia e applicando a sé stesso la parola del profeta: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc4,18; cfr Is61,1). Egli, dunque, si manifesta come Colui che, nell’oggi della storia, viene a realizzare la vicinanza amorevole di Dio, che è anzitutto opera di liberazione per chi è prigioniero del male, per i deboli e i poveri. I segni che accompagnano infatti la predicazione di Gesù sono manifestazione dell’amore e della compassione con cui Dio guarda gli ammalati, i poveri e i peccatori che, in virtù della loro condizione, erano emarginati nella società ma anche dalla religione; Egli apre gli occhi dei ciechi, risana i lebbrosi, risuscita i morti e ai poveri annuncia la buona notizia: Dio si è fatto vicino, Dio vi ama (cfr Lc 7,22). Questo spiega perché Egli proclama: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Verso i poveri, infatti, Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella condizione di povertà o debolezza, nessuno deve sentirsi più abbandonato. E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato (cfr Gc 2,2-4).
  5. Indigenti e malati, incapaci di procurarsi il necessario per vivere, si trovavano sovente costretti all’accattonaggio. A ciò si aggiungeva il peso della vergogna sociale, alimentato dalla convinzione che la malattia e la povertà fossero legate a qualche peccato personale. Gesù contrastò con fermezza tale modo di pensare, affermando che «Dio fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt5,45). Anzi ribaltò completamente quella concezione, come ben esemplificato nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro: «Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (Lc16,25).
  6. Allora diventa chiaro che «dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società». [15]Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni. Per il momento restiamo ancora nell’ambito biblico e tentiamo di riflettere sul nostro rapporto con gli ultimi della società e sul loro posto fondamentale nel popolo di Dio.

La misericordia verso i poveri nella Bibbia

  1. L’apostolo Giovanni scrive: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv4,20). Allo stesso modo, nella sua replica al dottore della legge, Gesù riprende i due antichi comandamenti: «Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt6,5) e «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18), fondendoli in un unico comandamento. L’evangelista Marco riporta la risposta di Gesù in questi termini: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi» (Mc 12,29-31).
  2. Il passo citato del Levitico esorta a onorare il proprio connazionale, mentre in altri testi si trova un insegnamento che invita al rispetto – se non addirittura all’amore – anche del nemico: «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a sé stesso: mettiti con lui ad aiutarlo» (Es23,4-5). Da ciò traspare il valore intrinseco del rispetto per la persona: chiunque, perfino il nemico, si trovi in difficoltà, merita sempre il nostro soccorso.
  3. È innegabile che il primato di Dio nell’insegnamento di Gesù si accompagna all’altro punto fermo che non si può amare Dio senza estendere il proprio amore ai poveri. L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv4,12.16). Sono due amori distinti, ma non separabili. Anche nei casi in cui il rapporto con Dio non è esplicito, il Signore stesso ci insegna che ogni atto di amore verso il prossimo è in qualche modo un riflesso della carità divina: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt25,40).
  4. Per questa ragione sono raccomandate le opere di misericordia, come segno dell’autenticità del culto che, mentre rende lode a Dio, ha il compito di renderci aperti alla trasformazione che lo Spirito può compiere in noi, affinché diventiamo tutti immagine del Cristo e della sua misericordia verso i più deboli. In tal senso, la relazione con il Signore, che si esprime nel culto, intende anche liberarci dal rischio di vivere le nostre relazioni nella logica del calcolo e del tornaconto, per aprirci alla gratuità che circola tra coloro che si amano e che, perciò, mettono tutto in comune. A questo proposito, Gesù consiglia: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti» (Lc14,12-14).
  5. La chiamata del Signore alla misericordia verso i poveri ha trovato un’espressione piena nella grande parabola del giudizio finale (cfr Mt25,31-46), che è anche un’illustrazione plastica della beatitudine dei misericordiosi. Lì il Signore ci ha offerto la chiave per raggiungere la nostra pienezza, perché «se cerchiamo quella santità che è gradita agli occhi di Dio, in questo testo troviamo proprio una regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». [16]Le parole forti e chiare del Vangelo dovrebbero essere vissute «senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze». [17]
  6. Nella prima comunità cristiana il programma di carità non derivava da analisi o da progetti, ma direttamente dall’esempio di Gesù, dalle parole stesse del Vangelo. La Lettera di Giacomo dedica molto spazio al problema del rapporto tra ricchi e poveri, lanciando ai credenti due appelli fortissimi che mettono in questione la loro fede: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta» (Gc2,14-17).
  7. «Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage» (Gc5,3-5). Che forza hanno queste parole, anche se preferiamo fare i sordi! Nella Prima Lettera di Giovanni troviamo un appello simile: «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1Gv3,17).
  8. Quello della Parola rivelata «è un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. La riflessione della Chiesa su questi testi non dovrebbe oscurare o indebolire il loro significato esortativo, ma piuttosto aiutare a farli propri con coraggio e fervore. Perché complicare ciò che è così semplice? Gli apparati concettuali esistono per favorire il contatto con la realtà che si vuole spiegare e non per allontanarci da essa». [18]
  9. D’altra parte, un chiaro esempio ecclesiale di condivisione dei beni e di attenzione alla povertà, lo troviamo nella vita quotidiana e nello stile della prima comunità cristiana. Possiamo ricordare in particolare il modo in cui fu risolta la questione della distribuzione quotidiana di sussidi alle vedove (cfr At6,1-6). Si trattava di un problema non facile, anche perché alcune di queste vedove, provenienti da altri Paesi, venivano a volte trascurate in quanto straniere. Di fatto, l’episodio raccontato dagli Atti degli Apostoli mette in luce un certo malcontento da parte degli ellenisti, ebrei di cultura greca. Gli Apostoli rispondono non con qualche discorso astratto, ma, rimettendo al centro la carità verso tutti, riorganizzano l’assistenza alle vedove chiedendo alla comunità di cercare persone sagge e stimate a cui affidare la gestione delle mense, mentre essi si occupano della predicazione della Parola.
  10. Quando Paolo andò a Gerusalemme a consultare gli Apostoli «per non correre o aver corso invano» (Gal2,2), gli fu chiesto di non dimenticare i poveri (cfr Gal2,10). Egli pertanto organizzò diverse collette per aiutare le comunità povere. Tra le motivazioni che offre per tale gesto va sottolineata la seguente: «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7). A quanti di noi sono poco inclini ai gesti gratuiti, senza alcun interesse, la Parola di Dio indica che la generosità verso i poveri è un vero bene per chi la esercita: infatti, comportandoci così, veniamo amati da Dio in modo speciale. In effetti, le promesse bibliche rivolte a chi dà con generosità sono molte: «Chi ha pietà del povero fa un prestito al Signore, che gli darà la sua ricompensa» (Pr 19,17). «Date e vi sarà dato: […] con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,38). «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58,8). I primi cristiani ne erano convinti.
  11. La vita delle prime comunità ecclesiali, narrata nel canone biblico e giunta a noi come Parola rivelata, ci viene offerta come esempio da imitare e come testimonianza della fede che opera per mezzo della carità, e rimane quale monito permanente per le generazioni a venire. Nel corso dei secoli, queste pagine hanno sollecitato il cuore dei cristiani ad amare e a generare opere di carità, come semi fecondi che non smettono di produrre frutti.

 

 

CAPITOLO TERZO

UNA CHIESA PER I POVERI

  1. Tre giorni dopo la sua elezione, il mio Predecessoreespresse ai rappresentanti dei mediail desiderio che la cura e l’attenzione per i poveri fossero più chiaramente presenti nella Chiesa: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». [19]
  2. Questo desiderio riflette la consapevolezza che la Chiesa «riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo». [20]Infatti, essendo stata chiamata a configurarsi agli ultimi, al suo interno «non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro […]. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri». [21]In merito abbiamo abbondanti testimonianze lungo la storia quasi bimillenaria dei discepoli di Gesù. [22]

La vera ricchezza della Chiesa

  1. San Paolo riferisce che tra i fedeli della nascente comunità cristiana non c’erano «molti sapienti, né molti potenti, né molti nobili» (1Cor1,26). Tuttavia, nonostante la loro povertà, i primi cristiani erano chiaramente consapevoli della necessità di prendersi cura di coloro che erano soggetti a maggiori privazioni. Già agli albori del cristianesimo gli Apostoli imposero le mani su sette uomini scelti dalla comunità e, in un certo grado, li integrarono nel proprio ministero, istituendoli per il servizio – diakoníain greco – dei più poveri (cfr At 6,1-5). È significativo che il primo discepolo a dare testimonianza della sua fede in Cristo fino allo spargimento del proprio sangue sia stato Stefano, che faceva parte di questo gruppo. In lui si uniscono la testimonianza di vita nella cura dei poveri e il martirio.
  2. Poco più di due secoli dopo, un altro diacono mostrerà la sua adesione a Gesù Cristo in modo simile, unendo nella sua vita il servizio ai poveri e il martirio: San Lorenzo. [23]Dal resoconto di Sant’Ambrogio apprendiamo che Lorenzo, diacono a Roma durante il Pontificato di Papa Sisto II, costretto dalle autorità romane a consegnare i tesori della Chiesa, «il giorno seguente condusse i poveri. Interrogato dove fossero i tesori promessi, indicò i poveri dicendo: “Questi sono i tesori della Chiesa”». [24]Narrando questo episodio, Ambrogio si chiede: «Quali tesori più preziosi ha Gesù di quelli in cui ama mostrarsi?». [25] E, ricordando che i ministri della Chiesa non devono mai trascurare la cura dei poveri e meno ancora accumulare beni a proprio beneficio, dice: «Bisogna che quest’incarico sia compiuto con fede sincera e saggia previdenza. Certamente, se uno ne ricava vantaggio personale, commette un delitto; ma se distribuisce ai poveri il ricavato, riscatta un prigioniero, compie opera di misericordia». [26]

I Padri della Chiesa e i poveri

  1. Fin dai primi secoli, i Padri della Chiesa riconoscevano nei poveri una via privilegiata di accesso a Dio, un modo speciale per incontrarlo. La carità verso i bisognosi non era intesa come una semplice virtù morale, ma come espressione concreta della fede nel Verbo incarnato. La comunità dei fedeli, sostenuta dalla forza dello Spirito Santo, era radicata nella vicinanza ai poveri, che non considerava un’appendice, ma una parte essenziale del suo Corpo vivo. Sant’Ignazio di Antiochia, ad esempio, mentre andava incontro al martirio, esortava i fedeli della comunità di Smirne a non trascurare il dovere della carità verso i più bisognosi, ammonendoli a non comportarsi come coloro che si oppongono a Dio: «Considerate quelli che hanno un’opinione diversa sulla grazia di Gesù Cristo che è venuto a noi, come sono contrari al disegno di Dio. Non si curano della carità, né della vedova, né dell’orfano, né dell’oppresso, né di chi è prigioniero o libero, né di chi ha fame e sete». [27]Il Vescovo di Smirne, Policarpo, raccomandava espressamente ai ministri della Chiesa di prendersi cura dei poveri: «I presbiteri siano indulgenti e misericordiosi verso tutti, richiamino gli sviati e visitino tutti gli infermi senza trascurare la vedova, l’orfano e il povero, ma solleciti del bene davanti a Dio e agli uomini». [28]Da queste due testimonianze vediamo che la Chiesa appare come madre dei poveri, luogo di accoglienza e di giustizia.
  2. San Giustino, da parte sua, nella sua prima Apologia, indirizzata all’imperatore Adriano, al Senato e al popolo romano, spiegava che i cristiani portavano tutto ciò che potevano ai bisognosi, perché vedevano in loro dei fratelli e delle sorelle in Cristo. Scrivendo dell’assemblea in preghiera nel primo giorno della settimana, sottolineava che, al centro della liturgia cristiana, non si può separare il culto a Dio dall’attenzione ai poveri. Perciò, a un certo punto della celebrazione, «i facoltosi e volonterosi spontaneamente danno ciò che vogliono; e il raccolto è consegnato al capo, il quale ne sovviene gli orfani, le vedove, i bisognosi per malattie o altro, i detenuti e i forestieri capitati; egli soccorre, in una parola, chiunque si trovi in bisogno». [29]Ciò dimostra che la Chiesa nascente non separava il credere dall’azione sociale: la fede che non era accompagnata dalla testimonianza delle opere, come insegna San Giacomo, era considerata morta (cfr Gc2,17).

San Giovanni Crisostomo

  1. Tra i Padri orientali, il più ardente predicatore della giustizia sociale fu forse San Giovanni Crisostomo, Arcivescovo di Costantinopoli tra il IV e il V secolo. Nelle sue omelie, egli esortava i fedeli a riconoscere Cristo nei bisognosi: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurare la sua nudità; non onorarlo qui con vesti di seta, non trascurarlo fuori mentre è consunto dal freddo e dalla nudità […]. [Il corpo di Cristo che sta sull’altare] non ha bisogno di vesti, ma di un’anima pura; quello invece ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque ad essere sapienti e ad onorare Cristo come lui vuole; per colui che è onorato l’onore più gradito è quello che egli vuole, non quello che pensiamo noi […]. Così anche tu onoralo con questo onore che egli stesso ha prescritto, profondendo la ricchezza ai poveri. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro». [30]Affermando con chiarezza cristallina che, se i fedeli non incontrano Cristo nei poveri che stanno alla porta, non potranno adorarlo nemmeno sull’Altare, continua: «Che vantaggio c’è, se la sua mensa è piena di calici d’oro e lui è sfinito dalla fame? Prima sazia la sua fame e poi, per soprappiù, orna anche la sua mensa». [31]Intendeva l’Eucaristia, quindi, anche come espressione sacramentale della carità e della giustizia che la precedevano, la accompagnavano e dovevano continuarla, nell’amore e nell’attenzione ai poveri.
  2. Di conseguenza, la carità non è un percorso opzionale, ma il criterio del vero culto. Il Crisostomo denunciava con veemenza il lusso eccessivo, che coesisteva con l’indifferenza verso i poveri. L’attenzione dovuta a loro, più che una mera esigenza sociale, è condizione per la salvezza, il che attribuisce alla ricchezza ingiusta un peso di condanna: «C’è un gran freddo e il povero mal vestito sta buttato sul pavimento, mezzo morto per il gelo, battendo i denti, e basta vederlo per sentirsi commuovere. E tu, ben caldo ed ubriaco, gli passi accanto e tiri diritto; e come puoi pretendere che Dio ti liberi quando sarai nella sventura? […] Spesso un cadavere che non sente più niente e che non si accorge dell’onore, tu lo avvolgi in molte vesti preziose; e quel corpo che soffre dolori, tormenti e spasimi e sente crampi per la fame e il freddo, tu lo disprezzi, e ti dai più pensiero della vanagloria che del timore di Dio». [32]Questo profondo senso di giustizia sociale lo porta ad affermare che «non dare ai poveri parte dei propri beni, è privarli della loro stessa vita; e che quanto possediamo non è nostro, ma loro». [33]

Sant’Agostino

  1. Agostino ebbe come maestro spirituale Sant’Ambrogio, che insisteva sull’esigenza etica della condivisione dei beni: «Non dai al povero del tuo, ma gli restituisci del suo: perché quello che era stato dato a tutti perché l’usassero insieme, tu lo hai usurpato per te solo». [34]Per il Vescovo di Milano, l’elemosina è giustizia ristabilita, non un gesto di paternalismo. Nella sua predicazione, la misericordia assume un carattere profetico: denuncia le strutture di accumulo e riafferma la comunione come vocazione ecclesiale.
  2. Formatosi in questa tradizione, il santo Vescovo di Ippona ha insegnato a sua volta l’amore preferenziale per i poveri. Pastore vigile e teologo di rara chiaroveggenza, egli si rende conto che la vera comunione ecclesiale si esprime anche nella comunione dei beni. Nei suoi Commenti ai Salmi, ricorda che i veri cristiani non trascurano l’amore per i più bisognosi: «Voi, osservando i vostri fratelli, conoscete se abbiano bisogno di qualcosa, ma se in voi abita il Cristo, fate beneficenza anche agli estranei». [35]Questa condivisione dei beni nasce dunque dalla carità teologale e ha come fine ultimo l’amore di Cristo. Per Agostino, il povero non è solo una persona da aiutare, ma la presenza sacramentale del Signore.
  3. Il Dottore della Grazia vedeva nel prendersi cura dei poveri una prova concreta della sincerità della fede. Chi dice di amare Dio e non ha compassione per i bisognosi mente (cfr 1Gv4,20). Commentando l’incontro di Gesù con il giovane ricco e il “tesoro in cielo” che è riservato a coloro che danno i loro beni ai poveri (cfr Mt19,21), Agostino mette sulla bocca del Signore le seguenti parole: «Ho ricevuto la terra, darò il cielo; ho ricevuto beni temporali, restituirò beni eterni; ho ricevuto il pane, darò la vita. […] Ho avuto ospitalità in casa, ma io darò la casa; sono stato visitato quand’ero malato, ma io darò la salute; sono stato visitato in carcere, ma io darò la libertà. Il pane dato da voi ai miei poveri è stato consumato, mentre il pane che io darò, non solo vi ristorerà, ma non finirà giammai». [36] L’Altissimo non si lascia vincere in generosità nei confronti di coloro che lo servono nei più bisognosi: maggiore è l’amore per i poveri, maggiore è la ricompensa da parte di Dio.
  4. Questa prospettiva cristocentrica e profondamente ecclesiale porta a sostenere che le offerte, quando nascono dall’amore, non solo alleviano i bisogni del fratello, ma purificano anche il cuore di chi dona, se disposto a cambiare: «L’elemosina infatti serve a cancellare i peccati della vita passata se uno muta vita». [37]È, per così dire, la via ordinaria alla conversione per chi vuole seguire Cristo con cuore indiviso.
  5. In una Chiesa che riconosce nei poveri il volto di Cristo e nei beni lo strumento della carità, il pensiero agostiniano rimane una luce sicura. Oggi la fedeltà agli insegnamenti di Agostino esige non solo lo studio delle sue opere, ma la prontezza a vivere radicalmente il suo invito alla conversione, che include necessariamente il servizio della carità.
  6. Molti altri Padri della Chiesa, d’Oriente e d’Occidente, si sono pronunciati sul primato dell’attenzione ai poveri nella vita e nella missione di ogni fedele cristiano. Da questa prospettiva, in sintesi, si può dire che la teologia patristica era pratica, puntando a una Chiesa povera e per i poveri, ricordando che il Vangelo è annunciato correttamente solo quando spinge a toccare la carne degli ultimi e avvertendo che il rigore dottrinale senza misericordia è un discorso vuoto.

Cura dei malati

  1. La compassione cristiana si è manifestata in modo peculiare nella cura dei malati e dei sofferenti. Sulla base dei segni presenti nel ministero pubblico di Gesù – la guarigione di ciechi, lebbrosi e paralitici –, la Chiesa comprende che la cura dei malati, nei quali riconosce prontamente il Signore crocifisso, è una parte importante della sua missione. Durante una pestilenza nella città di Cartagine, dove era Vescovo, San Cipriano ricordò ai cristiani l’importanza della cura dei malati: «Questa peste e questa epidemia, all’apparenza orribili e funeste, accertino la giustizia dei singoli ed esaminino i sentimenti umani! Tale peste mostra se i sani assistano i malati, se i parenti amino i loro consanguinei come devono, se i padroni abbiano compassione dei loro schiavi colpiti dal male, se i medici non trascurino i malati che hanno bisogno di aiuto». [38]La tradizione cristiana di visitare i malati, lavare le loro ferite e confortare gli afflitti non si riduce semplicemente a un’opera di filantropia, ma è un’azione ecclesiale attraverso la quale, nei malati, i membri della Chiesa «toccano la carne sofferente di Cristo». [39]
  2. Nel XVI secolo, San Giovanni di Dio, fondando l’Ordine Ospedaliero che porta il suo nome, creò ospedali-modello che accoglievano tutti, indipendentemente dalla condizione sociale o economica. La sua celebre espressione “Fate del bene, fratelli miei!” divenne un motto per la carità attiva verso i malati. Contemporaneamente, San Camillo de Lellisfondò l’Ordine dei Ministri degli Infermi – i Camilliani – facendo sua la missione di servire i malati con totale dedizione. La sua regola comanda: «Ognuno domandi grazia al Signore che gli dia un affetto materno verso il suo prossimo acciocché possiamo servirlo con ogni carità così dell’anima, come del corpo, perché desideriamo con la grazia di Dio servire a tutti gl’infermi con quell’affetto che suol avere una amorevole madre per il suo unico figliuolo infermo». [40]Negli ospedali, nei campi di battaglia, nelle prigioni e nelle strade, i Camilliani hanno incarnato la misericordia di Cristo Medico.
  3. Prendendosi cura dei malati con affetto materno, come una madre si prende cura del suo bambino, molte donne consacrate hanno svolto un ruolo ancora più diffuso nell’assistenza sanitaria ai poveri. Le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, le Suore Ospedaliere, le Piccole Suore della Divina Provvidenza e molte altre congregazioni femminili sono diventate una presenza materna e discreta negli ospedali, nelle case di cura e nelle case di riposo. Hanno portato lenimento, ascolto, presenza e, soprattutto, tenerezza. Hanno costruito, spesso con le proprie mani, strutture sanitarie in zone prive di assistenza medica. Hanno insegnato l’igiene, assistito al parto e somministrato medicine con naturale saggezza e profonda fede. Le loro case sono diventate oasi di dignità dove nessuno era escluso. Il tocco della compassione è stato la prima medicina. Santa Luisa de Marillacscrisse alle sue sorelle, Figlie della Carità, ricordando loro che avevano «ricevuto una speciale benedizione da Dio per servire i poveri malati negli ospedali». [41]
  4. Oggi, questa eredità continua negli ospedali cattolici, nei luoghi di cura aperti in regioni remote, nelle missioni sanitarie operanti nelle foreste, nei centri di accoglienza per tossicodipendenti e negli ospedali da campo in zone di guerra. La presenza cristiana vicino ai malati rivela che la salvezza non è un’idea astratta, ma azione concreta. Nell’atto di curare una ferita, la Chiesa annuncia che il Regno di Dio inizia tra i più vulnerabili. E così facendo, rimane fedele a Colui che ha detto: «Ero […] malato e mi avete visitato» (Mt25,35.36). Quando la Chiesa si inginocchia accanto a un lebbroso, a un bambino denutrito o a un morente anonimo, realizza la sua vocazione più profonda: amare il Signore là dove Egli è più sfigurato.

La cura dei poveri nella vita monastica

  1. La vita monastica, nata nel silenzio dei deserti, fu fin dall’inizio una testimonianza di solidarietà. I monaci lasciavano tutto – ricchezza, prestigio, famiglia – non solo perché disprezzavano i beni del mondo – contemptus mundi– ma per incontrare, in questo distacco radicale, il Cristo povero. San Basilio Magno, nella sua Regola, non vedeva alcuna contraddizione tra la vita di preghiera e di raccoglimento dei monaci e il loro lavoro a favore dei poveri. Per lui, l’ospitalità e la cura dei bisognosi erano parte integrante della spiritualità monastica e i monaci, anche dopo aver lasciato tutto per abbracciare la povertà, dovevano aiutare i più poveri con il loro lavoro, perché «per avere di che dare a chi ha bisogno […] è chiaro come si debba lavorare con diligenza […]. Tale regola di vita non ci è utile soltanto per castigare il corpo, ma anche per l’amore verso il prossimo, affinché, per mezzo nostro Iddio provveda anche ai fratelli deboli ciò di cui hanno bisogno». [42]
  2. A Cesarea, dove era Vescovo, costruì un luogo noto come Basiliade, che comprendeva alloggi, ospedali e scuole per i poveri e i malati. Il monaco, quindi, non era solo un asceta, ma un servitore. Basilio dimostrò così che, per essere vicini a Dio, bisogna essere vicini ai poveri. L’amore concreto era il criterio della santità. Pregare e curare, contemplare e guarire, scrivere e accogliere: tutto era espressione dello stesso amore per Cristo.
  3. In Occidente, San Benedetto da Norcia redasse una Regola che sarebbe divenuta la spina dorsale della spiritualità monastica europea. In essa, l’accoglienza dei poveri e dei pellegrini occupa un posto di primo piano: «Si usi sollecitudine soprattutto nell’accogliere i poveri e i pellegrini, perché è in loro che si accoglie maggiormente Cristo». [43]Non erano solo parole: per secoli i monasteri benedettini sono stati luoghi di rifugio per vedove, bambini abbandonati, pellegrini e mendicanti. Per Benedetto, la vita comunitaria era una scuola di carità. Il lavoro manuale non aveva solo una funzione pratica, ma formava anche il cuore al servizio. La condivisione tra i monaci, l’attenzione ai malati e l’ascolto dei più vulnerabili preparavano ad accogliere Cristo che giunge nella persona del povero e dello straniero. L’ospitalità monastica benedettina rimane ancora oggi segno di una Chiesa che apre le porte, che accoglie senza chiedere, che guarisce senza esigere nulla in cambio.
  4. Nel corso del tempo, i monasteri benedettini divennero luoghi che contrastavano la cultura dell’esclusione. I monaci coltivavano la terra, producevano cibo, preparavano medicine e le offrivano, con semplicità, ai più bisognosi. Il loro lavoro silenzioso era il lievito di una nuova civiltà, dove i poveri non erano un problema da risolvere, ma fratelli e sorelle da accogliere. La regola della condivisione, il lavoro comune e l’assistenza ai vulnerabili strutturavano un’economia solidale, in contrasto con la logica dell’accumulo. La testimonianza dei monaci mostrava che la povertà volontaria, lungi dall’essere miseria, è un cammino di libertà e di comunione. Essi non si limitavano ad aiutare i poveri: si facevano loro vicini, fratelli nello stesso Signore. Nelle celle e nei chiostri si è formata una mistica della presenza di Dio nei piccoli.
  5. Oltre a fornire assistenza materiale, i monasteri svolgevano un ruolo fondamentale nella formazione culturale e spirituale dei più umili. In tempi di peste, guerra e carestia, erano luoghi in cui i bisognosi trovavano pane e medicine, ma anche dignità e parola. È lì che gli orfani venivano educati, gli apprendisti ricevevano una formazione e i contadini venivano istruiti nelle tecniche agricole e nella lettura. La conoscenza era condivisa come un dono e una responsabilità. L’abate era sia maestro che padre e la scuola monastica era un luogo di liberazione attraverso la verità. Infatti, come scrive Giovanni Cassiano, il monaco deve essere caratterizzato da «umiltà di cuore […], la quale conduce, non alla scienza che gonfia, ma alla scienza che illumina per mezzo della completezza della carità». [44]Formando le coscienze e trasmettendo sapienza, i monaci contribuirono a una pedagogia cristiana dell’inclusione. La cultura, segnata dalla fede, veniva condivisa con semplicità. La conoscenza, illuminata dalla carità, diventava servizio. Così, la vita monastica si rivelava uno stile di santità e una via concreta per trasformare la società.
  6. La tradizione monastica insegna in questo modo che preghiera e carità, silenzio e servizio, celle e ospedali, formano un unico tessuto spirituale. Il monastero è un luogo di ascolto e di azione, di culto e di condivisione. San Bernardo di Chiaravalle, il grande riformatore cistercense, «richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri». [45]Per lui la compassione non era una scelta accessoria, ma il vero cammino della sequela di Cristo. La vita monastica, quindi, se fedele alla sua vocazione originaria, mostra che la Chiesa è pienamente sposa del Signore solo quando è anche sorella dei poveri. Il chiostro non è solo un rifugio dal mondo, ma una scuola dove si impara a servirlo meglio. Là dove i monaci hanno aperto le loro porte ai poveri, la Chiesa ha rivelato con umiltà e fermezza che la contemplazione non esclude la misericordia, ma la esige come suo frutto più puro.

Liberare i prigionieri

  1. Fin dai tempi apostolici, la Chiesa ha visto nella liberazione degli oppressi un segno del Regno di Dio. Gesù stesso, all’inizio della sua missione pubblica, ha proclamato: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione» (Lc4,18). I primi cristiani, anche in condizioni precarie, pregavano e assistevano i loro fratelli e sorelle prigionieri, come testimoniano gli Atti degli Apostoli (cfr 12,5; 24,23) e vari scritti dei Padri. Questa missione di liberazione è continuata nei secoli attraverso azioni concrete, soprattutto quando il dramma della schiavitù e della prigionia ha segnato intere società.
  2. Tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, quando molti cristiani erano catturati nel Mediterraneo o ridotti in schiavitù nelle guerre, sorsero due Ordini religiosi: l’Ordine della Santissima Trinità per la Redenzione degli Schiavi (Trinitari), fondato da San Giovanni de Matha e San Felice di Valois, e l’Ordine della Beata Vergine Maria della Mercede (Mercedari), fondato da San Pietro Nolasco con l’appoggio di San Raimondo di Peñafort, domenicano. Queste comunità di consacrati sono nate con il carisma specifico di liberare i cristiani fatti schiavi, mettendo a loro disposizione i propri beni [46]e, spesso, offrendo in cambio la propria vita. I Trinitari, con il loro motto Gloria Tibi Trinitas et captivis libertas(Gloria a te, Trinità, e ai prigionieri, libertà), e i Mercedari, che aggiunsero un quarto voto [47] ai voti religiosi di povertà, obbedienza e castità, testimoniarono che la carità può essere eroica. La liberazione dei prigionieri è un’espressione dell’amore trinitario: un Dio che libera non solo dalla schiavitù spirituale, ma anche dall’oppressione concreta. Il gesto di riscattare dalla schiavitù e dalla prigionia è visto come un’estensione del sacrificio redentivo di Cristo, il cui sangue è prezzo del nostro riscatto (cfr 1Cor 6,20).
  3. La spiritualità originale di questi Ordini era profondamente radicata nella contemplazione della Croce. Cristo è per eccellenza il Redentore dei prigionieri e la Chiesa, suo Corpo, prolunga questo mistero nel tempo. [48]I religiosi non vedevano il riscatto come un’azione politica o economica, ma come un atto quasi liturgico, l’offerta sacramentale di sé stessi. Molti davano i loro propri corpi per sostituire i prigionieri, adempiendo letteralmente al comandamento: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» ( Gv15,13). La tradizione di questi Ordini non si è conclusa. Al contrario, ha ispirato nuove forme di azione di fronte alle schiavitù moderne: il traffico di esseri umani, il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, le diverse forme di dipendenza. [49] La carità cristiana, quando si incarna, diventa liberatrice. E la missione della Chiesa, quando è fedele al suo Signore, è sempre quella di annunciare la liberazione. Ancora oggi, quando «milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù», [50] tale eredità viene portata avanti da questi Ordini e da altre istituzioni e congregazioni che lavorano nelle periferie urbane, nelle zone di conflitto e nei corridoi migratori. Quando la Chiesa si inchina per spezzare le nuove catene che legano i poveri, diventa un segno pasquale.
  4. Non si può concludere questa riflessione sulle persone private di libertà senza menzionare i carcerati che si trovano in diversi penitenziari e centri di detenzione. A questo proposito, ricordiamo le parole che Papa Francescoha rivolto a un gruppo di loro: «Per me entrare in un carcere è sempre un momento importante, perché il carcere è un luogo di grande umanità […]. Di umanità provata, talvolta affaticata da difficoltà, sensi di colpa, giudizi, incomprensioni, sofferenze, ma nello stesso tempo carica di forza, di desiderio di perdono, di voglia di riscatto». [51]Questa volontà, tra l’altro, è stata assunta anche dagli Ordini dediti al riscatto dei prigionieri come servizio preferenziale alla Chiesa. Come proclamava San Paolo: «Cristo ci ha liberati per la libertà!» ( Gal 5,1). E questa libertà non è solo interiore: si manifesta nella storia come amore che si prende cura e libera da ogni legame di schiavitù.

Testimoni della povertà evangelica

  1. Nel XIII secolo, di fronte alla crescita delle città, alla concentrazione delle ricchezze e all’emergere di nuove forme di povertà, lo Spirito Santo diede origine a un nuovo tipo di consacrazione nella Chiesa: gli Ordini mendicanti. A differenza del modello monastico stabile, i mendicanti adottarono una vita itinerante, senza proprietà personale o comunitaria, interamente affidati alla Provvidenza. Non si limitavano a servire i poveri: si facevano poveri con loro. Vedevano la città come un nuovo deserto e gli emarginati come nuovi maestri spirituali. Questi Ordini, come i Francescani, i Domenicani, gli Agostiniani e i Carmelitani, rappresentarono una rivoluzione evangelica, in cui lo stile di vita semplice e povero divenne un segno profetico per la missione, facendo rivivere l’esperienza della prima comunità cristiana (cfr At4,32). La testimonianza dei mendicanti sfidava sia l’opulenza clericale che la freddezza della società urbana.
  2. San Francesco d’Assisi divenne l’icona di questa primavera spirituale. Prendendo in sposa la povertà, volle imitare Cristo povero, nudo e crocifisso. Nella sua Regola, chiede che «i frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcun’altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia, e non si devono vergognare, perché il Signore per noi si è fatto povero in questo mondo». [52]La sua vita fu una continua spogliazione: dal palazzo al lebbroso, dall’eloquenza al silenzio, dal possesso al dono totale. Francesco non ha fondato una realtà di servizio sociale, ma una fraternità evangelica. Nei poveri ha visto fratelli e vive immagini del Signore. La sua missione era di stare con loro, per una solidarietà che superava le distanze, per un amore compassionevole. La sua povertà era relazionale: lo portava a farsi prossimo, uguale, anzi, minore. La sua santità germogliava dalla convinzione che si può ricevere veramente Cristo solo donandosi generosamente ai fratelli.
  3. Santa Chiara d’Assisi, ispirata da Francesco, fondò l’Ordine delle Povere Dame, poi chiamate Clarisse. La sua lotta spirituale consistette nel mantenere fedelmente l’ideale della povertà radicale. Rifiutò i privilegi pontifici che potevano garantire sicurezza materiale al suo monastero e, con fermezza, ottenne da Papa Gregorio IXil cosiddetto Privilegium Paupertatis, che garantiva il diritto di vivere senza il possesso di alcun bene materiale. [53]Questa scelta esprimeva la sua totale fiducia in Dio e la sua consapevolezza che la povertà volontaria era una forma di libertà e di profezia. Chiara insegnò alle sue sorelle che Cristo era la loro unica eredità e che nulla doveva oscurare la comunione con Lui. La sua vita orante e nascosta fu un grido contro la mondanità e una difesa silenziosa dei poveri e dei dimenticati.
  4. San Domenico di Guzmán, contemporaneo di Francesco, fondò l’Ordine dei Predicatori, con un altro carisma, ma con la stessa radicalità. Voleva proclamare il Vangelo con l’autorevolezza che deriva da una vita povera, convinto che la Verità abbia bisogno di testimoni coerenti. L’esempio della povertà di vita accompagnava la Parola predicata. Liberi dal peso dei beni terreni, i frati domenicani potevano dedicarsi meglio all’opera principale, cioè la predicazione. Si recavano nelle città, soprattutto quelle universitarie, per insegnare la verità di Dio. [54]Nella dipendenza dagli altri, dimostravano che la fede non si impone, ma si offre. E, vivendo tra i poveri, imparavano la verità del Vangelo “dal basso”, come discepoli del Cristo umiliato.
  5. Gli Ordini mendicanti furono quindi una risposta viva all’esclusione e all’indifferenza. Non proposero espressamente riforme sociali, ma una conversione personale e comunitaria alla logica del Regno. Per loro la povertà non era una conseguenza della scarsità di beni, ma una libera scelta: farsi piccoli per accogliere i piccoli. Come disse di Francesco Tommaso da Celano: «Dimostrava di amare intensamente i poveri […]. Spesso si spogliava per rivestire i poveri, ai quali cercava di rendersi simile». [55]I mendicanti sono diventati il simbolo di una Chiesa pellegrina, umile e fraterna, che vive tra i poveri non per proselitismo, ma per identità. Insegnano che la Chiesa è luce solo quando si spoglia di tutto, e che la santità passa attraverso un cuore umile e dedito ai più piccoli.

La Chiesa e l’educazione dei poveri

  1. Rivolgendosi ad alcuni educatori, Papa Francescoricordava che l’educazione è sempre stata una delle espressioni più alte della carità cristiana: «La vostra è una missione piena di ostacoli ma anche di gioie. […] Una missione di amore, perché non si può insegnare senza amare». [56]In questo senso, fin dai tempi più antichi, i cristiani hanno capito che la conoscenza libera, dà dignità e avvicina alla verità. Per la Chiesa, insegnare ai poveri era un atto di giustizia e di fede. Ispirata dall’esempio del Maestro che insegnava alla gente le verità divine e umane, essa ha assunto la missione di formare i bambini e i ragazzi, soprattutto i più poveri, nella verità e nell’amore. Questa missione ha preso forma con la fondazione di Congregazioni dedicate all’educazione popolare.
  2. Nel XVI secolo, San Giuseppe Calasanzio, colpito dalla mancanza di istruzione e formazione dei giovani poveri della città di Roma, in alcune stanze attigue alla chiesa di Santa Dorotea in Trastevere, diede vita alla prima scuola pubblica popolare gratuita d’Europa. Era il seme da cui poi sarebbe nato e si sarebbe sviluppato, non senza difficoltà, l’Ordine dei Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie, detto degli Scolopi, con lo scopo di trasmettere ai giovani «oltre alla scienza profana anche la sapienza del Vangelo, insegnando loro a cogliere, nelle vicende personali e nella storia, l’azione amorevole di Dio Creatore e Redentore». [57]Di fatto possiamo considerare questo coraggioso sacerdote come il «vero fondatore della moderna scuola cattolica, tesa alla formazione integrale dell’uomo e aperta a tutti». [58]Animato dalla medesima sensibilità, nel XVII secolo, San Giovanni Battista de La Salle, rendendosi conto dell’ingiustizia causata dall’esclusione dei figli degli operai e dei contadini dal sistema educativo della Francia del suo tempo, fondò i Fratelli delle Scuole Cristiane, con l’ideale di offrire loro istruzione gratuita, formazione solida e un ambiente fraterno. La Salle vedeva nell’aula uno spazio di promozione umana, ma anche di conversione. Nei suoi collegi si univano preghiera, metodo, disciplina e condivisione. Ogni bambino era considerato un dono unico di Dio e l’atto dell’insegnamento un servizio al Regno di Dio.
  3. Nel XIX secolo, sempre in Francia, San Marcellino Champagnatfondò l’Istituto dei Fratelli Maristi delle Scuole, «sensibile ai bisogni spirituali ed educativi del suo tempo, soprattutto all’ignoranza religiosa e alle situazioni di abbandono vissute in particolare dai giovani», [59]dedicandosi con tutto il cuore, in un’epoca in cui l’accesso all’istruzione continuava ad essere privilegio di pochi, alla missione di educare ed evangelizzare i bambini e i giovani, soprattutto quelli più bisognosi. Con lo stesso spirito, in Italia, San Giovanni Bosco iniziò la grande opera Salesiana, basata sui tre principi del “metodo preventivo” – ragione, religione e amorevolezza – [60] e il Beato Antonio Rosmini fondò l’Istituto della Carità, in cui la “carità intellettuale” – assieme a quella “materiale” e con all’apice quella “spirituale-pastorale” – veniva presentata come dimensione indispensabile di qualsiasi azione caritativa che mirasse al bene e allo sviluppo integrale della persona. [61]
  4. Molte Congregazioni femminili furono protagoniste di questa rivoluzione pedagogica. Le Orsoline, le monache della Compagnia di Maria Nostra Signora, le Maestre Pie e tante altre, fondate specialmente nei secoli XVIII e XIX, occuparono spazi dove lo Stato era assente. Crearono scuole in piccoli villaggi, nelle periferie e nei quartieri popolari. L’istruzione delle ragazze, in particolare, divenne una priorità. Le suore alfabetizzavano, evangelizzavano, si occupavano delle questioni pratiche della vita quotidiana, elevavano lo spirito attraverso la coltivazione delle arti e, soprattutto, formavano le coscienze. La loro pedagogia era semplice: vicinanza, pazienza, dolcezza. Insegnavano con la vita, prima che con le parole. In tempi di analfabetismo diffuso e di esclusione strutturale, queste donne consacrate erano fari di speranza. La loro missione era formare il cuore, insegnare a pensare, promuovere la dignità. Coniugando vita di pietà e dedizione al prossimo, hanno combattuto l’abbandono con la tenerezza di chi educa in nome di Cristo.
  5. L’educazione dei poveri, per la fede cristiana, non è un favore, ma un dovere. I piccoli hanno diritto alla conoscenza, come requisito fondamentale per il riconoscimento della dignità umana. Insegnare ad essi è affermarne il valore, dotandoli degli strumenti per trasformare la loro realtà. La tradizione cristiana considera il sapere come un dono di Dio e una responsabilità comunitaria. L’educazione cristiana non forma solo professionisti, ma persone aperte al bene, al bello e alla verità. La scuola cattolica, di conseguenza, quando è fedele al suo nome, si configura come uno spazio di inclusione, formazione integrale e promozione umana; coniugando fede e cultura, semina futuro, onora l’immagine di Dio e costruisce una società migliore.

Accompagnare i migranti

  1. L’esperienza della migrazione accompagna la storia del Popolo di Dio. Abramo parte senza sapere dove andrà; Mosè guida il popolo pellegrino attraverso il deserto; Maria e Giuseppe fuggono con il Bambino in Egitto. Lo stesso Cristo, che «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv1,11), ha vissuto in mezzo a noi come uno straniero. Per questo motivo, la Chiesa ha sempre riconosciuto nei migranti una presenza viva del Signore che, nel giorno del giudizio, dirà a quelli che sono alla sua destra: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt25,35).
  2. Nel XIX secolo, quando milioni di Europei emigravano in cerca di migliori condizioni di vita, due grandi santi si distinsero nella cura pastorale dei migranti: San Giovanni Battista Scalabrinie Santa Francesca Saverio Cabrini. Scalabrini, Vescovo di Piacenza, fondò i Missionari di San Carlo per accompagnare i migranti nelle comunità di destinazione, offrendo loro assistenza spirituale, legale e materiale. Vedeva nei migranti i destinatari di una nuova evangelizzazione, mettendo in guardia dai rischi di sfruttamento e di perdita della fede in terra straniera. Rispondendo generosamente al carisma che il Signore gli aveva donato, «Scalabrini guardava oltre, guardava avanti, a un mondo e a una Chiesa senza barriere, senza stranieri». [62]Santa Francesca Cabrini, nata in Italia e naturalizzata americana, è stata la prima cittadina statunitense ad essere canonizzata. Per adempiere alla sua missione di assistere i migranti, attraversò più volte l’Atlantico e, «armata di singolare audacia, dal nulla iniziò scuole, ospedali, orfanotrofi per masse di diseredati avventuratisi nel nuovo mondo in cerca di lavoro, privi della conoscenza della lingua e di mezzi capaci di permettere loro un decoroso inserimento nella società americana e spesso vittime di persone senza scrupoli. Il suo cuore materno, che non si dava pace, li raggiungeva dappertutto: nei tuguri, nelle carceri, nelle miniere». [63] Nell’Anno Santo del 1950, Papa Pio XII la proclamò Patrona di tutti i migranti. [64]
  3. La tradizione dell’attività della Chiesa per e con i migranti continua e oggi questo servizio si esprime in iniziative come i centri di accoglienza per i rifugiati, le missioni di frontiera, gli sforzi di Caritas Internationalis e di altre istituzioni. Il Magistero contemporaneo ribadisce chiaramente questo impegno. Papa Francescoha ricordato che la missione della Chiesa verso i migranti e i rifugiati è ancora più ampia, insistendo sul fatto che «la risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. Essi esprimono la missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali, che devono essere accolti, protetti, promossi e integrati». [65]E diceva anche: «Ogni essere umano è figlio di Dio! In lui è impressa l’immagine di Cristo! Si tratta, allora, di vedere noi per primi e di aiutare gli altri a vedere nel migrante e nel rifugiato non solo un problema da affrontare, ma un fratello e una sorella da accogliere, rispettare e amare, un’occasione che la Provvidenza ci offre per contribuire alla costruzione di una società più giusta, una democrazia più compiuta, un Paese più solidale, un mondo più fraterno e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo». [66] La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza. E sa che in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità.

Accanto agli ultimi

  1. La santità cristiana spesso fiorisce nei luoghi più dimenticati e feriti dell’umanità. I più poveri tra i poveri – coloro che non solo mancano di beni, ma anche di voce e di riconoscimento della loro dignità – occupano un posto speciale nel cuore di Dio. Sono i prediletti del Vangelo, gli eredi del Regno (cfr Lc6,20). È in loro che Cristo continua a soffrire e a risorgere. È in loro che la Chiesa ritrova la chiamata a mostrare la sua realtà più autentica.
  2. Santa Teresa di Calcutta, canonizzata nel 2016, è diventata un’icona universale della carità vissuta fino all’estremo in favore dei più indigenti, degli scartati dalla società. Fondatrice delle Missionarie della Carità, dedicò la sua vita ai moribondi abbandonati per le strade dell’India. Raccoglieva i rifiutati, lavava le loro ferite e li accompagnava fino al momento della morte con una tenerezza che era preghiera. Il suo amore per i più poveri tra i poveri ha fatto sì che non si occupasse solo dei loro bisogni materiali, ma che annunciasse loro la buona notizia del Vangelo: «Vogliamo annunciare ai poveri la buona notizia che Dio li ama, che noi li amiamo, che sono qualcuno per noi, che sono stati creati dalla stessa mano amorevole di Dio, per amare ed essere amati. I nostri poveri sono persone fantastiche, molto gentili, non hanno bisogno della nostra pietà o compassione, ma del nostro amore comprensivo. Hanno bisogno del nostro rispetto, hanno bisogno che li trattiamo con dignità». [67]Tutto questo nasceva da una profonda spiritualità che vedeva il servizio ai più poveri come frutto della preghiera e dell’amore, generatore di vera pace, come ricordava Papa Giovanni Paolo II ai pellegrini giunti a Roma per la sua beatificazione: «Dove ha trovato, Madre Teresa, la forza per porsi completamente al servizio degli altri? L’ha trovata nella preghiera e nella contemplazione silenziosa di Gesù Cristo, del suo Santo Volto, del suo Sacro Cuore. Lo ha detto lei stessa: “Il frutto del silenzio è la preghiera; il frutto della preghiera è la fede; il frutto della fede è l’amore; il frutto dell’amore è il servizio, il frutto del servizio è la pace” […]. Era una preghiera che riempiva il suo cuore della pace di Cristo e le consentiva di irradiare tale pace agli altri». [68] Teresa non si considerava una filantropa o un’attivista, ma una sposa di Cristo crocifisso, che serviva con amore totale nei fratelli sofferenti.
  3. In Brasile, Santa Dulce dei Poveri– conosciuta come “l’angelo buono di Bahia” – ha incarnato lo stesso spirito evangelico con caratteristiche brasiliane. Riferendosi a lei e ad altre due religiose, canonizzate nel corso della stessa celebrazione, Papa Francescoha ricordato il loro amore per i più emarginati della società e ha detto che le nuove Sante «ci mostrano che la vita religiosa è un cammino di amore nelle periferie esistenziali del mondo». [69] Suor Dulce ha affrontato la precarietà con creatività, gli ostacoli con tenerezza, il bisogno con fede incrollabile. Ha iniziato ospitando i malati in un pollaio e da lì ha fondato una delle più grandi opere sociali del Paese. Assisteva migliaia di persone al giorno, senza mai perdere la sua delicatezza. Si è fatta povera con i poveri per amore del sommamente Povero. Viveva con poco, pregava con fervore e serviva con gioia. La sua fede non l’allontanava dal mondo, ma la spingeva ancora più profondamente dentro il dolore degli ultimi.
  4. Si potrebbero ricordare anche San Benedetto Mennie le Suore Ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, accanto alle persone con disabilità; San Charles de Foucauldtra le comunità del Sahara; Santa Katharine Drexel accanto ai gruppi più svantaggiati nel Nord America; Suor Emmanuelle, con i raccoglitori di rifiuti nel quartiere di Ezbet El Nakhl, al Cairo; e moltissimi altri. Ognuno, a modo suo, ha scoperto che i più poveri non sono solo oggetto della nostra compassione, ma maestri del Vangelo. Non si tratta di “portar loro” Dio, ma di incontrarlo presso di loro. Tutti questi esempi ci insegnano che servire i poveri non è un gesto da fare “dall’alto verso il basso”, ma un incontro tra pari, dove Cristo viene rivelato e adorato. San Giovanni Paolo II ci ricordava che «c’è una presenza speciale di Cristo nella persona dei poveri, che obbliga la Chiesa a fare un’opzione preferenziale per loro». [70] La Chiesa, quindi, quando si china a prendersi cura dei poveri, assume la sua postura più elevata.

Movimenti popolari

  1. Dobbiamo riconoscere pure che, lungo i secoli di storia cristiana, l’aiuto ai poveri e la lotta per i loro diritti non hanno riguardato soltanto i singoli, alcune famiglie, le istituzioni o le comunità religiose. Ci sono stati, e ci sono, diversi movimenti popolari, costituiti da laici e guidati da leader popolari, tante volte sospettati e addirittura perseguitati. Mi riferisco a un «insieme di persone che non camminano come individui ma come il tessuto di una comunità di tutti e per tutti, che non può permettere che i più poveri e i più deboli rimangano indietro. […] I leader popolari, quindi, sono coloro che hanno la capacità di coinvolgere tutti. […] Non provano disagio né sono spaventati dai giovani piagati e crocifissi». [71]
  2. Questi leader popolari sanno che la solidarietà «è anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari». [72]Per tale ragione, quando le diverse istituzioni pensano ai bisogni dei poveri è necessario «che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune». [73]I movimenti popolari, infatti, invitano a superare «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli». [74] Se i politici e i professionisti non li ascoltano, «la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino». [75] Lo stesso si deve dire delle istituzioni della Chiesa.

CAPITOLO QUARTO

UNA STORIA CHE CONTINUA

Il secolo della Dottrina Sociale della Chiesa

  1. L’accelerazione delle trasformazioni tecnologiche e sociali degli ultimi due secoli, piena di tragiche contraddizioni, non è stata solo subita, ma anche affrontata e pensata dai poveri. I movimenti dei lavoratori, delle donne, dei giovani, così come la lotta contro le discriminazioni razziali hanno comportato una nuova coscienza della dignità di chi è ai margini. Anche il contributo della Dottrina Sociale della Chiesa ha in sé questa radice popolare da non dimenticare: sarebbe inimmaginabile la sua rilettura della Rivelazione cristiana entro le moderne circostanze sociali, lavorative, economiche e culturali senza i laici cristiani alle prese con le sfide del loro tempo. Al loro fianco operarono religiose e religiosi testimoni di una Chiesa in uscita dalle vie già percorse. Il cambiamento d’epoca che stiamo affrontando rende oggi ancora più necessaria la continua interazione tra battezzati e Magistero, tra cittadini ed esperti, tra popolo e istituzioni. In particolare, va nuovamente riconosciuto che la realtà si vede meglio dai margini e che i poveri sono soggetti di una specifica intelligenza, indispensabile alla Chiesa e all’umanità.
  2. Il Magistero degli ultimi centocinquant’anni offre una vera miniera di insegnamenti che riguardano i poveri. Così, i Vescovi di Roma si sono fatti voce di nuove consapevolezze, passate al vaglio del discernimento ecclesiale. Ad esempio, nella Lettera enciclica Rerum novarum(1891), Leone XIIIaffrontò la questione del lavoro, mettendo a nudo la situazione intollerabile di molti operai dell’industria, proponendo l’instaurazione di un ordine sociale giusto. In questa linea si sono espressi pure altri Pontefici. Con l’Enciclica Mater et Magistra (1961) San Giovanni XXIII si fece promotore di una giustizia dalle dimensioni mondiali: i Paesi ricchi non potevano rimanere indifferenti davanti ai Paesi oppressi dalla fame e dalla miseria; erano chiamati a soccorrerli generosamente con tutti i loro beni.
  3. Il Concilio Vaticano IIrappresenta una tappa fondamentale nel discernimento ecclesiale riguardo ai poveri, alla luce della Rivelazione. Sebbene nei documenti preparatori tale tema fosse marginale, sin dal Radiomessaggio dell’11 settembre 1962, a un mese dall’apertura del Concilio, San Giovanni XXIIIaccese l’attenzione su di esso con parole indimenticabili: «La Chiesa si presenta quale è e quale vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri». [76] Fu poi il grande lavoro di vescovi, teologi ed esperti preoccupati del rinnovamento della Chiesa – con l’appoggio dello stesso San Giovanni XXIII – a riorientare il Concilio. È fondamentale la natura cristocentrica, quindi dottrinale e non solo sociale, di un simile fermento. Numerosi Padri conciliari, infatti, favorirono il consolidarsi della coscienza, ben espressa dal Cardinale Lercaro nel suo memorabile intervento del 6 dicembre 1962, che «il mistero di Cristo nella Chiesa è sempre stato ed è, ma oggi lo è particolarmente, il mistero di Cristo nei poveri» [77] e che «non si tratta di qualunque tema, ma in un certo senso è l’unico tema di tutto il Vaticano II». [78] L’Arcivescovo di Bologna, preparando il testo di questo intervento, annotava: «Questa è l’ora dei poveri, dei milioni di poveri che sono su tutta la terra, questa è l’ora del mistero della chiesa madre dei poveri, questa è l’ora del mistero di Cristo soprattutto nel povero». [79] Si prospettava così la necessità di una nuova forma ecclesiale, più semplice e sobria, coinvolgente l’intero popolo di Dio e la sua figura storica. Una Chiesa più simile al suo Signore che alle potenze mondane, tesa a stimolare in tutta l’umanità un impegno concreto per la soluzione del grande problema della povertà nel mondo.
  4. San Paolo VI, in occasione dell’ apertura della seconda sessione del Concilio, riprese il tema posto dal suo predecessore, vale a dire che la Chiesa guarda con particolare interesse «ai poveri, ai bisogno­si, agli afflitti, agli affamati, ai sofferenti, ai carcerati, cioè guarda a tutta l’umanità che soffre e che piange: essa le appartiene, per diritto evangelico». [80]Nell’ Udienza generale dell’11 novembre 1964 egli sottolineò che «il Povero è rappresentante di Cristo» e, accostando l’immagine del Signore negli ultimi a quella che si manifesta nel Papa, affermò: «La rappresentanza di Cristo nel Povero è universale, ogni Povero rispecchia Cristo; quella del Papa è personale. […] Il Povero e Pietro possono coincidere, possono essere la stessa persona, rivestita d’una duplice rappresentanza, della Povertà e dell’Autorità». [81] In tal modo, il legame intrinseco tra Chiesa e poveri veniva espresso simbolicamente con inedita chiarezza.
  5. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, attualizzando l’eredità dei Padri della Chiesa , il Concilio ribadisce con forza la destinazione universale dei beni della terra e la funzione sociale della proprietà che ne deriva: «Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene, all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti […]. Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che posso­no giovare non solo a lui ma anche agli altri. Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. […] Colui che si trova in estre­ma necessità ha il diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. […] Ogni proprietà privata ha per sua natura una funzione sociale che si fonda sulla comune destinazione dei beni. Se si trascura questa funzione sociale, la proprietà può diventare in molti modi occasione di cupidigia e di gravi disordini». [82]Questa convinzione è rilanciata da San Paolo VInell’Enciclica Populorum progressio, dove leggiamo che nessuno può ritenersi «autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario». [83] Nel suo intervento alle Nazioni Unite, Papa Montini si presentò come l’avvocato dei popoli poveri, [84] sollecitando la comunità internazionale a edificare un mondo solidale.
  6. Con San Giovanni Paolo IIsi consolida, almeno in ambito dottrinale, il rapporto preferenziale della Chiesa con i poveri. Il suo magistero ha infatti riconosciuto che l’opzione per i poveri è una «forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa». [85]Nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis scrive ancora che oggi, attesa la dimensione mondiale che la questione sociale ha assunto, «questo amore preferenziale, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senza tetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore: non si può non prendere atto dell’esistenza di queste realtà. L’ignorarle significherebbe assimilarci al “ricco epulone”, che fingeva di non conoscere Lazzaro, il mendicante, giacente fuori della sua porta (cfr Lc 16,19-31)». [86] Il suo insegnamento sul lavoro acquista importanza quando vogliamo pensare al ruolo attivo dei poveri nel rinnovamento della Chiesa e della società, lasciandoci alle spalle il paternalismo della sola assistenza ai loro bisogni immediati. Nell’Enciclica Laborem exercens egli afferma che «il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale». [87]
  7. A fronte delle molteplici crisi che hanno contraddistinto l’inizio del terzo millennio, la lettura di Benedetto XVIsi fa più marcatamente politica. Così, nella Lettera enciclica Caritas in veritate, afferma che «si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni». [88]Inoltre osserva che «la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da cause naturali o dall’irresponsabilità politica nazionale e internazionale». [89]
  8. Papa Francescoha riconosciuto come, oltre al magistero dei Vescovi di Roma, negli ultimi decenni si sono fatte sempre più frequenti anche le prese di posizione da parte delle Conferenze Episcopali nazionali e regionali. In prima persona, ad esempio, ha potuto testimoniare il particolare impegno dell’Episcopato latino-americano nel ripensare il rapporto della Chiesa con i poveri. Nel dopo Concilio, in quasi tutti i Paesi dell’America Latina, si è sentita forte l’identificazione della Chiesa con i poveri e un’attiva partecipazione al loro riscatto. Era il cuore stesso della Chiesa a muoversi di fronte a tanti poveri afflitti da disoccupazione, sottoccupazione, salari iniqui, e costretti a vivere in condizioni miserabili. Il martirio di Sant’Oscar Romero, Arcivescovo di San Salvador, è stato insieme una testimonianza e una viva esortazione per la Chiesa. Lui sentiva come proprio il dramma della stragrande maggioranza dei suoi fedeli e fece di loro il centro della sua scelta pastorale. Le Conferenze dell’Episcopato Latino-americano a Medellín, a Puebla, a Santo Domingo e ad Aparecida costituiscono tappe significative anche per la Chiesa intera. Io stesso, per lunghi anni missionario in Perù, devo molto a questo cammino di discernimento ecclesiale, che Papa Francesco ha saputo sapientemente legare a quello delle altre Chiese particolari, specie del Sud globale. Adesso vorrei riprendere due temi specifici di questo magistero episcopale.

Strutture di peccato che creano povertà e disuguaglianze estreme

  1. A Medellín i Vescovi si pronunciarono a favore della scelta preferenziale per i poveri: «Il Cristo nostro salvatore non solo amò i poveri, bensì, “essendo ricco, si fece povero” visse nella povertà, incentrò la sua missione nell’annunciare la loro liberazione e fondò la sua Chiesa come segno di questa povertà fra gli uomini. […] La povertà di tanti fratelli invoca giustizia, solidarietà, testimonianza, impegno, sforzo e superamento perché si compia pienamente la missione salvifica affidata da Cristo». [90]I Vescovi affermano con forza che la Chiesa, per essere pienamente fedele alla sua vocazione, deve non solo condividere la condizione dei poveri, ma mettersi anche al loro fianco e impegnarsi fattivamente per la loro promozione integrale. La Conferenza di Puebla, di fronte a un aggravarsi della miseria in America Latina, confermò la decisione di Medellín con un’opzione franca e profetica in favore dei poveri e qualificò come “peccato sociale” le strutture di ingiustizia.
  2. La carità è una forza che cambia la realtà, un’autentica potenza storica di cambiamento. Questa è la sorgente a cui deve attingere ogni impegno per «risolvere le cause strutturali della povertà» [91]e per avviarlo con urgenza. Auspico pertanto che «cresca il numero dei politici capaci di entrare in un autentico dialogo che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non l’apparenza dei mali del mondo», [92]perché «si tratta di ascoltare il grido di interi popoli, dei popoli più poveri della terra». [93]
  3. È pertanto doveroso continuare a denunciare la “dittatura di un’economia che uccide” e riconoscere che «mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole». [94]Sebbene non manchino diverse teorie che tentano di giustificare lo stato attuale delle cose, o di spiegare che la razionalità economica esige da noi di aspettare che le forze invisibili del mercato risolvano tutto, la dignità di ogni persona umana dev’essere rispettata adesso, non domani, e la situazione di miseria di tante persone a cui viene negata questa dignità dev’essere un richiamo costante per la nostra coscienza.
  4. Nell’Enciclica Dilexit nosPapa Francescoha ricordato che il peccato sociale prende forma come “struttura di peccato” nella società, che «fa spesso parte di una mentalità dominante che considera normale o razionale quello che in realtà è solo egoismo e indifferenza. Tale fenomeno si può definire alienazione sociale». [95] Diventa normale ignorare i poveri e vivere come se non esistessero. Si presenta come la scelta ragionevole organizzare l’economia chiedendo sacrifici al popolo, per raggiungere certi scopi che interessano ai potenti. Intanto per i poveri rimangono solo promesse di “gocce” che cadranno, finché una nuova crisi globale non li porterà di nuovo alla situazione precedente. È una vera e propria alienazione quella che porta a trovare solo scuse teoriche e non a cercare di risolvere oggi i problemi concreti di coloro che soffrono. Lo diceva già San Giovanni Paolo II: «È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana». [96]
  5. Dobbiamo impegnarci sempre di più a risolvere le cause strutturali della povertà. È un’urgenza che «non può attendere, non solo per un’esigenza pragmatica di ottenere risultati e di ordinare la società, ma per guarirla da una malattia che la rende fragile e indegna e che potrà solo portarla a nuove crisi. I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie». [97]La mancanza di equità «è la radice dei mali sociali». [98]Infatti, «molte volte si constata che, di fatto, i diritti umani non sono uguali per tutti». [99]
  6. Accade che «nel vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita». [100]La domanda che ritorna è sempre la stessa: i meno dotati non sono persone umane? I deboli non hanno la stessa nostra dignità? Quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani, devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalla risposta che diamo a queste domande dipende il valore delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro. O riconquistiamo la nostra dignità morale e spirituale o cadiamo come in un pozzo di sporcizia. Se non ci fermiamo a prendere le cose sul serio continueremo, in modi espliciti o dissimulati, a «legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo». [101]
  7. Tra le questioni strutturali che non si può immaginare di risolvere dall’alto e che al più presto domandano di essere prese in carico c’è quella dei luoghi, degli spazi, delle case, delle città dove i poveri vivono e camminano. Lo sappiamo: «Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!». [102]Allo stesso tempo «non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone». [103]Infatti «il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta». [104]
  8. Pertanto, è compito di tutti i membri del Popolo di Dio far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga anche a costo di sembrare degli “stupidi”. Le strutture d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene, attraverso il cambiamento delle mentalità ma anche, con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società. Va ricordato sempre che la proposta del Vangelo non è soltanto quella di un rapporto individuale e intimo col Signore. La proposta è più ampia: «È il Regno di Dio (cfr Lc 4,43); si tratta di amare Dio che regna nel mondo. Nella misura in cui Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti. Dunque, tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali. Cerchiamo il suo Regno». [105]
  9. Un documento, infine, che inizialmente non è stato ben accolto da tutti, ci offre una riflessione sempre attuale: «I difensori della “ortodossia” sono talvolta rimproverati di passività, di indulgenza o di complicità colpevoli nei confronti delle intollerabili situazioni di ingiustizia e dei regimi politici che mantengono tali situazioni. Si richiede da parte di tutti, e specialmente da parte dei pastori e dei responsabili, la conversione spirituale, l’intensità dell’amore di Dio e del prossimo, lo zelo per la giustizia e la pace, il senso evangelico dei poveri e della povertà. La preoccupazione della purezza della fede non deve essere disgiunta dalla preoccupazione di dare, mediante una vita teologale integrale, la risposta di un’efficace testimonianza di servizio del prossimo, e in modo tutto particolare del povero e dell’oppresso». [106]

I poveri come soggetti

  1. Un dono fondamentale al cammino della Chiesa universale è rappresentato dal discernimento della Conferenza di Aparecida, in cui i Vescovi latino-americani esplicitarono che la scelta preferenziale per i poveri da parte della Chiesa «è inscritta nella fede cristologica che ha portato Dio a farsi povero per noi, per arricchirci con la sua povertà». [107]Nel documento si contestualizza la missione nell’attuale situazione del mondo globalizzato con i suoi nuovi e drammatici squilibri [108]e, nel messaggio finale, i Vescovi scrivono: «Le forti differenze tra ricchi e poveri ci invitano a lavorare con maggiore impegno per essere discepoli capaci di condividere la mensa della vita, mensa di tutti i figli e figlie del Padre, mensa aperta, includente, dalla quale non sia escluso nessuno. Perciò ribadiamo la nostra opzione preferenziale ed evangelica per i poveri». [109]
  2. Allo stesso tempo, il documento, approfondendo un tema già presente nelle Conferenze precedenti dell’Episcopato dell’America Latina, insiste sulla necessità di considerare le comunità emarginate quali soggetti capaci di creare una propria cultura, più che come oggettidi beneficenza. Ciò implica che tali comunità hanno il diritto di vivere il Vangelo e celebrare e comunicare la fede secondo i valori presenti nelle loro culture. L’esperienza della povertà dà loro la capacità di riconoscere aspetti della realtà che altri non riescono a vedere, e per questo la società ha bisogno di ascoltarli. Lo stesso vale per la Chiesa, che deve valutare positivamente il loro modo “popolare” di vivere la fede. Un bel testo del Documento finale di Aparecida ci aiuta a riflettere su questo punto per trovare l’atteggiamento giusto: «Solo la vicinanza che ci rende amici ci permette di apprezzare profondamente i valori dei poveri di oggi, i loro legittimi desideri e il loro modo di vivere la fede. […] Giorno dopo giorno, i poveri diventano soggetti di evangelizzazione e di promozione umana integrale: educano i figli alla fede, vivono una costante solidarietà tra parenti e vicini, cercano costantemente Dio e danno vita al pellegrinaggio della Chiesa. Alla luce del Vangelo ne riconosciamo l’immensa dignità e il valore sacro agli occhi di Cristo, povero come loro ed escluso tra loro. Da questa esperienza di fedeltà, condivideremo con loro la difesa dei loro diritti». [110]
  3. Tutto ciò comporta la presenza di un aspetto nell’opzione per i poveri che dobbiamo ricordare costantemente: quest’opzione esige, infatti, da noi «un’attenzione rivolta all’altro […]. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene. Questo implica apprezzare il povero nella sua bontà propria, col suo modo di essere, con la sua cultura, con il suo modo di vivere la fede. L’amore autentico è sempre contemplativo, ci permette di servire l’altro non per necessità o vanità, ma perché è bello, al di là delle apparenze. […] Solo a partire da questa vicinanza reale e cordiale possiamo accompagnarli adeguatamente nel loro cammino di liberazione». [111]Per questa ragione, rivolgo un sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno scelto di vivere tra i poveri: a coloro, cioè, che non vanno a fare loro una visita ogni tanto, ma che vivono con loro e come loro. Questa è un’opzione che deve trovare posto tra le forme più alte di vita evangelica.
  4. In questa prospettiva appare chiara la necessità che «tutti ci lasciamo evangelizzare» [112]dai poveri, e che tutti riconosciamo «la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro». [113]Cresciuti nell’estrema precarietà, imparando a sopravvivere nelle condizioni più avverse, fidandosi di Dio con la certezza che nessun altro li prenda sul serio, aiutandosi a vicenda nei momenti più bui, i poveri hanno imparato tante cose che conservano nel mistero del loro cuore. Quelli fra noi che non hanno avuto esperienze simili, di vita vissuta al limite, certamente hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri. Solo mettendo in relazione le nostre lamentele con le loro sofferenze e privazioni è possibile ricevere un rimprovero che ci invita a semplificare la nostra vita.

CAPITOLO QUINTO

UNA SFIDA PERMANENTE

  1. Ho scelto di ricordare questa bimillenaria storia di attenzione ecclesiale verso i poveri e con i poveri per mostrare che essa è parte essenziale dell’ininterrotto cammino della Chiesa. La cura dei poveri fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, dal Vangelo in poi, ha illuminato i cuori e i passi dei cristiani di ogni tempo. Pertanto, dobbiamo sentire l’urgenza di invitare tutti a immettersi in questo fiume di luce e di vita che proviene dal riconoscimento di Cristo nel volto dei bisognosi e dei sofferenti. L’amore per i poveri è un elemento essenziale della storia di Dio con noi e, dal cuore stesso della Chiesa, prorompe come un continuo appello ai cuori dei credenti, sia delle comunità che dei singoli fedeli. In quanto è Corpo di Cristo, la Chiesa sente come propria “carne” la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo l’amore a coloro che sono poveri – in qualunque forma si manifesti tale povertà – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio. Infatti, ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità questa attenzione preferenziale ai poveri, che si differenzia, sia nelle motivazioni sia nello stile, dall’attività di qualunque altra organizzazione umanitaria.
  2. Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono “dei nostri”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa. Come insegna la Conferenza di Aparecida, «ci viene chiesto di dedicare tempo ai poveri, di dare loro un’attenzione amorevole, di ascoltarli con interesse, di accompagnarli nei momenti difficili, scegliendoli per condividere ore, settimane o anni della nostra vita, e cercando, a partire da loro, la trasformazione della loro situazione. Non possiamo dimenticare che Gesù stesso lo ha proposto con il suo modo di agire e con le sue parole». [114]

Di nuovo il buon samaritano

  1. La cultura dominante dell’inizio di questo millennio spinge ad abbandonare i poveri al loro destino, a non considerarli degni di attenzione e tanto meno di apprezzamento. Nell’Enciclica Fratelli tuttiPapa Francescoci ha invitato a riflettere sulla parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37), proprio per approfondire questo punto. Nella parabola, infatti, vediamo che, di fronte a quell’uomo ferito e abbandonato lungo la strada, quelli che passano hanno atteggiamenti diversi. Soltanto il buon samaritano se ne prende cura. Allora torna la domanda che interpella ciascuno in prima persona: «Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente». [115]
  2. E ci fa tanto bene scoprire che quella scena del buon samaritano si ripete anche oggi. Ricordiamo una situazione dei nostri giorni: «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani! O si può forse intendere la santità prescindendo da questo riconoscimento vivo della dignità di ogni essere umano?». [116]Cosa fece il buon samaritano?
  3. La domanda diventa urgente perché ci aiuta a renderci conto di una grave mancanza nelle nostre società e anche nelle nostre comunità cristiane. Il fatto è che tante forme d’indifferenza che troviamo oggi «sono segni di uno stile di vita generalizzato, che si manifesta in vari modi, forse più sottili. Inoltre, poiché tutti siamo molto concentrati sulle nostre necessità, vedere qualcuno che soffre ci dà fastidio, ci disturba, perché non vogliamo perdere tempo per colpa dei problemi altrui. Questi sono sintomi di una società malata, perché mira a costruirsi voltando le spalle al dolore. Meglio non cadere in questa miseria. Guardiamo il modello del buon samaritano». [117]Le parole finali della parabola evangelica – «Va’ e anche tu fa’ così» ( Lc10,37) – sono un comando che un cristiano deve sentire risuonare ogni giorno nel suo cuore.

Una sfida ineludibile per la Chiesa di oggi

  1. In un tempo particolarmente difficile per la Chiesa di Roma, quando le istituzioni imperiali stavano crollando sotto la pressione dei barbari, il Papa San Gregorio Magno ammoniva così i suoi fedeli: «Ogni giorno possiamo trovare Lazzaro, se lo cerchiamo, e ogni giorno ci imbattiamo in lui, anche senza metterci a cercarlo. I poveri si presentano a noi anche in modo importuno e ci rivolgono delle richieste, essi che un giorno potranno intercedere per noi. […] Non sciupate dunque le occasioni di agire con misericordia e non trascurate di ricorrere ai rimedi di cui potete disporre». [118]Coraggiosamente egli sfidava i diffusi pregiudizi nei confronti dei poveri, come quello che li vedeva come responsabili della propria stessa miseria: «Quando vedete dei poveri compiere qualche azione da biasimare, non abbiate disprezzo o sfiducia nei loro confronti, perché il fuoco della povertà sta forse purificando ciò che essi compiono contraendo delle colpe anche se lievissime». [119]Non di rado il benessere rende ciechi, al punto che pensiamo che la nostra felicità possa realizzarsi soltanto se riusciamo a fare a meno degli altri. In questo, i poveri possono essere per noi come dei maestri silenziosi, riportando a una giusta umiltà il nostro orgoglio e la nostra arroganza.
  2. Se è vero che i poveri vengono sostenuti da chi ha mezzi economici, si può affermare con certezza anche l’inverso. È questa una sorprendente esperienza attestata dalla tradizione cristiana e che diventa una vera e propria svolta nella nostra vita personale, quando ci accorgiamo che sono proprio i poveri a evangelizzarci. In che modo? Nel silenzio della loro condizione, essi ci pongono di fronte alla nostra debolezza. L’anziano, ad esempio, con la fragilità del suo corpo, ci ricorda la nostra vulnerabilità, anche se cerchiamo di nasconderla dietro il benessere o l’apparenza. Inoltre, i poveri ci fanno riflettere sull’inconsistenza di quell’orgoglio aggressivo con cui spesso affrontiamo le difficoltà della vita. In sostanza, essi rivelano la nostra precarietà e la vacuità di una vita apparentemente protetta e sicura. A questo proposito, ascoltiamo di nuovo San Gregorio Magno: «Nessuno dunque si senta sicuro dicendo: io non derubo gli altri, perché mi limito a far uso dei beni a me concessi secondo giustizia. Il ricco epulone infatti non fu punito perché volle per sé i beni altrui, ma per aver trascurato sé stesso dopo aver ricevuto tante ricchezze. La sua condanna all’inferno fu determinata dal fatto che nella felicità egli non conservò il sentimento del timore, divenne arrogante per i doni ricevuti, non ebbe alcun sentimento di compassione». [120]
  3. Per noi cristiani, la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede. L’opzione preferenziale per i poveri, ossia l’amore della Chiesa verso di loro, come insegnava San Giovanni Paolo II, «è determinante e appartiene alla sua costante tradizione, la spinge a rivolgersi al mondo nel quale, nonostante il progresso tecnico-economico, la povertà minaccia di assumere forme gigantesche». [121]La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata. «Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà del Signore. E questo non è facile». [122]
  4. Il cuore della Chiesa, per sua stessa natura, è solidale con coloro che sono poveri, esclusi ed emarginati, con quanti sono considerati uno “scarto” della società. I poveri sono nel centro stesso della Chiesa, perché è dalla «fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, [che] deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati delle società». [123]Si trova nel cuore di ognuno dei fedeli «l’esigenza di ascoltare quel grido [che] deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi, per cui non si tratta di una missione riservata solo ad alcuni». [124]
  5. Talvolta si riscontra in alcuni movimenti o gruppi cristiani la carenza o addirittura l’assenza dell’impegno per il bene comune della società e, in particolare, per la difesa e la promozione dei più deboli e svantaggiati. A tale proposito, occorre ricordare che la religione, specialmente quella cristiana, non può essere limitata all’ambito privato, come se i fedeli non dovessero aver a cuore anche problemi che riguardano la società civile e gli avvenimenti che interessano i cittadini. [125]
  6. In realtà, «qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti». [126]
  7. Non parliamo solo dell’assistenza e del necessario impegno per la giustizia. I credenti debbono rendere conto di un’altra forma di incoerenza nei confronti dei poveri. In verità, «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale […]. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria». [127]Tuttavia, tale attenzione spirituale ai poveri viene messa in discussione da certi pregiudizi, anche da parte di cristiani, perché ci sentiamo più a nostro agio senza i poveri. C’è chi continua a dire: “Il nostro compito è di pregare e di insegnare la vera dottrina”. Ma, svincolando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, oppure che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, insegnando loro piuttosto a lavorare. A volte, invece, si assumono criteri pseudoscientifici per dire che la libertà del mercato porterà spontaneamente alla soluzione del problema della povertà. Oppure, persino, si opta per una pastorale delle cosiddette élite, sostenendo che, al posto di perdere tempo con i poveri, è meglio prendersi cura dei ricchi, dei potenti e dei professionisti, cosicché, attraverso di loro, si potranno raggiungere soluzioni più efficaci. È facile cogliere la mondanità che si cela dietro queste opinioni: esse ci portano a guardare la realtà con criteri superficiali e privi di qualsiasi luce soprannaturale, privilegiando frequentazioni che ci rassicurano e ricercando privilegi che ci accomodano.

Ancora oggi, dare

  1. È bene spendere un’ultima parola sull’elemosina, che oggi non gode di buona fama, spesso neppure tra i credenti. Non solo essa viene raramente praticata, ma a volte addirittura disprezzata. Da una parte, ribadisco che l’aiuto più importante per una persona povera è aiutarla ad avere un buon lavoro, perché possa guadagnarsi una vita più consona alla sua dignità sviluppando le sue capacità e offrendo il suo sforzo personale. Il fatto è che «la mancanza di lavoro è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto, molto di più. Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori». [128]Dall’altra parte, se non c’è ancora questa possibilità concreta, non dobbiamo correre il rischio di lasciare una persona abbandonata alla sua sorte, senza quello che è indispensabile per vivere degnamente. E quindi l’elemosina rimane un momento necessario di contatto, di incontro e di immedesimazione nella condizione altrui.
  2. È evidente, per chi ama davvero, che l’elemosina non scarica dalle proprie responsabilità le autorità competenti, né elimina l’impegno organizzativo delle istituzioni, e nemmeno sostituisce la legittima lotta per la giustizia. Essa però invita almeno a fermarsi e a guardare in faccia la persona povera, a toccarla e a condividere con lei qualcosa del proprio. In ogni caso, l’elemosina, anche se piccola, infonde pietasin una vita sociale in cui tutti si preoccupano del proprio interesse personale. Dice il Libro dei Proverbi: «Chi è generoso sarà benedetto, perché egli dona del suo pane al povero» (Pr 22,9).
  3. Sia l’Antico che il Nuovo Testamento contengono veri e propri inni all’elemosina: «Tuttavia sii paziente con il misero, e non fargli attendere troppo a lungo l’elemosina. […] Riponi l’elemosina nei tuoi scrigni ed essa ti libererà da ogni male» (Sir29,8.12). E Gesù riprende questo insegnamento: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli» (Lc12,33).
  4. Si attribuiva a San Giovanni Crisostomo questa esortazione: «L’elemosina è l’ala della preghiera. Se non aggiungi un’ala alla tua preghiera, a malapena potrà volare». [129]E San Gregorio di Nazianzo concludeva una sua celebre orazione con queste parole: «Se dunque mi date retta, o servi di Cristo, fratelli e coeredi, finché è il momento visitiamo Cristo, curiamo Cristo, sfamiamo Cristo, vestiamo Cristo, accogliamo Cristo, onoriamo Cristo: non solo con una mensa, come certuni, non solo con degli unguenti, come Maria; non solo con un sepolcro, come Giuseppe d’Arimatea; non solo con quei riti che riguardano la sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo a metà; non solo con oro, incenso e mirra, come i Magi; ma poiché il Signore misericordia vuole e non sacrificio […] questa offriamogli nei poveri, affinché quando ce ne andremo di quaggiù, ci accolgano nei templi eterni». [130]
  5. L’amore e le convinzioni più profonde vanno alimentate, e lo si fa con gesti. Rimanere nel mondo delle idee e delle discussioni, senza gesti personali, frequenti e sentiti, sarà la rovina dei nostri sogni più preziosi. Per questa semplice ragione come cristiani non rinunciamo all’elemosina. Un gesto che si può fare in diverse maniere, e che possiamo tentare di fare nel modo più efficace, ma dobbiamo farlo. E sempre sarà meglio fare qualcosa che non fare niente. In ogni caso ci toccherà il cuore. Non sarà la soluzione alla povertà nel mondo, che va cercata con intelligenza, tenacia, impegno sociale. Ma noi abbiamo bisogno di esercitarci nell’elemosina per toccare la carne sofferente dei poveri.
  6. L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno.
  7. Sia attraverso il vostro lavoro, sia attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste, sia attraverso quel gesto di aiuto semplice, molto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù sono per lui: «Io ti ho amato» (Ap3,9).

Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, dell’anno 2025, primo del mio Pontificato.

                                                                                        LEONE PP. XIV

 

 

 

esortazione apostolica

Novembre 7, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/11/Papa_Leone_XIV.jpg 1120 1988 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-11-07 09:24:442025-11-15 20:40:17ESORTAZIONE APOSTOLICA
In evidenza, News

CONCERTI NELLE CHIESE

www.lazione.it

(Sintesi della Lettera della Sacra Congregazione per il    Culto Divino)

 CONCERTI NELLE CHIESE

MUSICA NELLE CHIESE AL DI FUORI DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE

Secondo la tradizione le chiese sono, anzitutto, luoghi dove si raccoglie il popolo di Dio… per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, ricevere i Sacramenti, celebrare l’eucaristia, e adorarla in esso come sacramento permanente.

Le chiese pertanto non possono considerarsi come semplici luoghi “pubblici”, disponibili a riunioni di qualsiasi genere.

In una società di agitazione e di rumore, soprattutto nelle grandi città, le chiese sono pure luoghi adeguati dove gli uomini raggiungono, nel silenzio o nella preghiera, la pace dello spirito o la luce della fede.

Quando le chiese si utilizzano per altri fini diversi dal proprio, si mette in pericolo la loro caratteristica di segno del mistero cristiano, con danno più o meno grave alla pedagogia della fede e alla sensibilità del popolo di Dio, come ricorda la parola del Signore: “La mia casa è casa di preghiera”. Il regolamento per l’uso delle chiese è determinato dal can. 1210 del Codice di Diritto Canonico: “Nel luogo sacro sia ammesso solo quanto serve per esercitare e promuovere il culto, la religione, ed è vietato tutto ciò che non sia consono alla santità del luogo. Tuttavia l’Ordinario può permettere, caso per caso, altri usi, che però non siano contrari alla santità del luogo”. Il principio che l’utilizzazione della chiesa non deve essere contraria alla santità del luogo determina il criterio secondo il quale si deve aprire la porta della chiesa a un concerto di musica sacra o religiosa, e la si deve chiudere ad ogni altra specie di musica. Perché la sacralità della chiesa sia salvaguardata ci si attenga, in ordine all’autorizzazione dei concerti, alle seguenti condizioni, che l’Ordinario del luogo potrà precisare:

  1.  Si dovrà fare domanda, in tempo utile, per iscritto all’Ordinario del luogo con l’indicazione della data del concerto, dell’orario, del programma contenente le opere e i nomi degli autori.
  2. Dopo aver ricevuto l’autorizzazione dell’Ordinario, i parroci e i rettori delle chiese ne potranno accordare l’uso ai cori e alle orchestre che avranno le condizioni sopra indicate.
  3. L’entrata nella chiesa dovrà essere libera e gratuita.
  4. Gli esecutori e gli uditori dovranno avere un abbigliamento e un comportamento convenienti al carattere sacro della chiesa.
  5. I musicisti e cantori eviteranno di occupare il presbiterio. Il massimo rispetto sarà dovuto all’altare, al seggio del celebrante, all’ambone.
  6. f) Il Ss.mo Sacramento sarà, per quanto è possibile, conservato in una cappella annessa o in altro luogo sicuro e

decoroso.

  1. Il concerto sarà presentato ed eventualmente accompagnato da commenti che non siano solamente di ordine artistico o storico, ma che favoriscano una migliore comprensione e partecipazione interiore degli uditori.
  2. L’organizzazione del concerto assicurerà per iscritto la responsabilità civile, le spese, il riordinamento nell’edificio, i danni eventuali.

 Il Documento Integrale si trova  in: https://liturgia.diocesipadova.it/wp-content/uploads/sites/28/2024/07/Istruzione-Santa-Sede-Concerti-nelle-Chiese-5-11-1987.pdf

 

Ottobre 16, 2025/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2025/10/concerti_in_chiesa.jpeg 1080 1920 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2025-10-16 14:11:342025-11-17 11:02:30CONCERTI NELLE CHIESE
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