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In evidenza, News

IL PRETE E L’ULTIMA STAGIONE DEL MINISTERO

Il prete e l’ultima stagione del ministero

22 agosto 2026/ di: Domenico Marrone

C’è una domanda che la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di porsi con maggiore radicalità: che cosa accade a un prete quando compie settantacinque anni? La domanda non è semplicemente anagrafica. È ecclesiologica, pastorale, spirituale e, in fondo, profondamente umana.

Un presbitero che ha trascorso quarant’anni della propria vita al servizio del popolo di Dio, che ha celebrato battesimi e funerali, accompagnato famiglie, visitato malati, ascoltato solitudini, sostenuto giovani, attraversato crisi e gioie di intere generazioni, che cosa diventa quando raggiunge l’età nella quale normalmente gli viene chiesto di lasciare la responsabilità pastorale?

Diventa semplicemente un emerito? Diventa un presbitero «a riposo»? Diventa una risorsa da collocare altrove? Oppure rischia, più semplicemente, di diventare materiale di scarto? La domanda è volutamente provocatoria, perché riguarda una contraddizione che rischia di insinuarsi nella vita ecclesiale.

Parliamo della Chiesa come famiglia. Celebriamo la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani. Esaltiamo la memoria, la saggezza degli anziani, il valore delle radici, la necessità di una società capace di prendersi cura delle generazioni più avanti negli anni. E poi, proprio dentro la Chiesa, rischiamo di comportarci diversamente.

Celebriamo i nonni e scartiamo i preti-nonno. Parliamo della dignità dell’anziano e talvolta trattiamo un presbitero di settantacinque anni come una funzione che ha esaurito il proprio tempo. È una contraddizione sulla quale dovremmo interrogarci.

Un padre non va in pensione. Un prete può andare in pensione. Può lasciare una responsabilità amministrativa. Può non avere più le energie di un tempo. Può avere bisogno di rallentare, di essere aiutato, di vivere un ministero più leggero. Tutto questo è naturale.

Il ministero come storia di una vita

Ma occorre distinguere tra la fine di un incarico e la fine di una paternità. Un parroco può cessare di essere parroco. Ma non smette per questo di essere padre. La sua storia con una comunità non si interrompe necessariamente con un decreto.

Ci sono bambini che ha battezzato e che oggi sono adulti. Ci sono famiglie che ha accompagnato per decenni. Ci sono persone che hanno confidato a lui le proprie sofferenze. Ci sono malati che ha visitato. Ci sono morti che ha accompagnato. Ci sono persone lontane dalla Chiesa che continuano magari a riconoscere in lui un volto amico.

Le relazioni pastorali non hanno una data di scadenza. Il ministero può cambiare forma. La responsabilità può diminuire. L’attività può ridursi. Ma una vita donata non può essere cancellata perché è terminato un incarico.

Il parroco non è una lampadina. Dovremmo forse cambiare anche il linguaggio. Si parla troppo facilmente di «sostituzione» del parroco. Ma un parroco non è una lampadina che si fulmina e viene sostituita. Non è un funzionario che cambia ufficio. Non è un dirigente che lascia un’azienda. È una persona che ha costruito relazioni. È una memoria vivente. È parte della storia di una comunità.

Per questo, quando un parroco di lunga permanenza deve lasciare la responsabilità pastorale, il passaggio dovrebbe essere pensato non come una sostituzione, ma come una successione. Non come una cesura, ma come una consegna. Non come uno strappo, ma come un passaggio generazionale.

La sostituzione di un parroco che ha guidato a lungo una comunità dovrebbe essere preparata con anticipo. Il futuro parroco dovrebbe poter essere affiancato al parroco anziano per un periodo sufficientemente lungo da permettere una vera conoscenza reciproca e una graduale familiarizzazione con la comunità. Non una semplice consegna delle chiavi. Non un passaggio di registri, documenti, bilanci e password. Una vera compresenza pastorale.

Il parroco che lascia e quello che arriva potrebbero celebrare insieme, visitare insieme i malati, incontrare le famiglie, conoscere i collaboratori, partecipare alle riunioni pastorali, ascoltare le persone.

Il nuovo parroco potrebbe conoscere la comunità attraverso la memoria di chi l’ha servita per decenni. Perché una parrocchia non è fatta soltanto di strutture. È fatta di volti, nomi, storie, ferite, relazioni. Il presbitero anziano potrebbe dire al suo successore: «Questa persona ha bisogno di essere cercata.» «Quella famiglia sta attraversando una crisi.» «Quel ragazzo non viene più in chiesa, ma non ha mai smesso di avere fiducia.» «Quell’anziana vive sola.» «Quella persona non entrerà mai spontaneamente in canonica, ma se vai a trovarla ti aprirà il cuore.» Questa non è burocrazia. È memoria pastorale. Ed è una ricchezza che non si può trasferire attraverso un fascicolo.

C’è poi un altro punto delicato. Perché il presbitero anziano dovrebbe necessariamente essere allontanato dalla comunità che ha servito? Perché dovrebbe lasciare contemporaneamente la parrocchia, la canonica, gli amici, le relazioni e tutto ciò che ha costruito?

Perché dovrebbe essere mandato altrove proprio quando potrebbe ancora offrire alla sua comunità la ricchezza della sua esperienza? Non significa sostenere che ogni presbitero debba necessariamente rimanere nella stessa canonica. Possono esistere ragioni pastorali, personali, sanitarie e organizzative che rendono opportuno un trasferimento. Ma non dovrebbe diventare un automatismo.

Quando è possibile e opportuno, perché non permettere al parroco anziano di rimanere nella canonica e vivere accanto al nuovo parroco? Due generazioni sacerdotali sotto lo stesso tetto. L’esperienza e la novità. La memoria e il futuro. La tradizione e la creatività. Non due parroci. Non due autorità. Non due padroni. Ma due presbiteri al servizio della stessa comunità.

Una canonica abitata da due generazioni di presbiteri potrebbe diventare una straordinaria scuola di fraternità presbiterale. Il giovane potrebbe imparare dal vecchio. Il vecchio potrebbe imparare dal giovane. L’uno potrebbe offrire esperienza. L’altro, energia. L’uno potrebbe custodire la memoria. L’altro aprire nuovi percorsi. Potrebbero pregare insieme. Mangiare insieme. Condividere la vita quotidiana. Sostenersi. Correggersi. Aiutarsi. E forse scopriremmo che la fraternità presbiterale non è soltanto una bella espressione da inserire nei documenti ecclesiali. È una forma concreta di vita.

Quando arriva un nuovo parroco (o un nuovo vescovo), qualche volta sembra quasi necessario cancellare ciò che c’era prima. Nuovo parroco. Nuovo stile. Nuove persone. Nuovi programmi. Nuova immagine. Come se il passato dovesse essere rimosso perché il futuro possa cominciare. Ma la Chiesa non vive di cancellazioni. Vive di memoria. Il nuovo parroco non dovrebbe avere paura del bene compiuto dal predecessore. E il predecessore non dovrebbe avere paura della novità portata dal successore. Il nuovo non dovrebbe dire: «Adesso tocca a me.» Il vecchio non dovrebbe pensare: «Adesso non conto più nulla.» Dovrebbero poter dire insieme: «Adesso tocca a noi.»

Forse dovremmo recuperare una parola semplice e bella: preti-nonno. Non soltanto preti emeriti. Non soltanto presbiteri pensionati. Non soltanto presbiteri «a riposo». Preti-nonno. Perché il nonno non è un padre che ha fallito. È un padre che ha attraversato il tempo. Il nonno custodisce la memoria. Racconta. Ascolta. Ricorda. Conosce le radici. Non corre più come un giovane, ma vede cose che il giovane non può ancora vedere.

Cosa può un prete anziano?

Così dovrebbe essere anche per i presbiteri anziani. Un prete di settantacinque anni possiede una ricchezza che nessun giovane presbitero può avere. Ha conosciuto generazioni. Ha attraversato trasformazioni della società e della Chiesa. Ha visto famiglie nascere e spezzarsi. Ha accompagnato malati e morenti. Ha conosciuto la sofferenza. Ha commesso errori. Ha imparato. Ha visto cambiare la Chiesa. Questa è una ricchezza immensa. E sarebbe assurdo disperderla.

Che cosa può ancora donare un prete anziano? Forse dovremmo smettere di chiederci: «Che cosa possiamo ancora fargli fare?» E cominciare a chiederci: «Che cosa può ancora donare questo presbitero?»

Può ascoltare. Può accompagnare. Può visitare anziani e malati. Può confessare. Può offrire direzione spirituale. Può accompagnare seminaristi e giovani presbiteri. Può raccontare la storia della comunità. Può essere una presenza discreta. Può essere un padre. Può semplicemente esserci. Quante cose può ancora fare un presbitero quando gli viene finalmente tolto il peso di dover fare tutto!

Dovremmo smettere di pensare che il dono di una vita presbiterale possa essere misurato, o addirittura vanificato, dall’ultimo atto di obbedienza. Un prete non ha donato la propria vita alla Chiesa perché un giorno, a settantacinque anni, possa dimostrare la propria fedeltà accettando senza discutere una decisione amministrativa.

La sua obbedienza non comincia con l’ultimo trasferimento. È cominciata il giorno della sua ordinazione. È passata attraverso decenni di servizio. Attraverso le notti accanto ai malati. Le porte aperte della canonica. I funerali. I battesimi. Le crisi familiari. I giovani incontrati. Le famiglie accompagnate. Le solitudini ascoltate. Le comunità amate. Le incomprensioni sopportate. Le proprie fragilità offerte a Dio. Quella è obbedienza. Quella è una vita donata.

E non è certo un ultimo atto, magari imposto in nome di una necessità burocratica, a poter giudicare o squalificare un’intera esistenza presbiterale. L’obbedienza cristiana non può essere confusa con la semplice esecuzione di un ordine. L’obbedienza evangelica è ascolto. È discernimento. È relazione. È ricerca comune della volontà di Dio. È anche capacità di parlare, di esprimere una sofferenza, di porre una domanda, persino di manifestare un dissenso rispettoso. Il vescovo non è un funzionario che impartisce ordini e il prete non è un dipendente che deve semplicemente eseguirli. Sono due fratelli, con responsabilità diverse, dentro la stessa Chiesa e al servizio dello stesso popolo di Dio.

Dovremmo avere il coraggio di distinguere tra obbedienza evangelica e obbedienza burocratica. Una decisione pastorale non diventa automaticamente evangelica soltanto perché viene chiamata «obbedienza». L’autorità ecclesiale è autenticamente pastorale quando ascolta prima di decidere, quando spiega, quando accompagna, quando discerne, quando tiene conto delle persone e delle relazioni coinvolte.

Un presbitero che dice: «Questa decisione mi fa soffrire. Vorrei capire. Vorrei parlarne. Vorrei trovare insieme una soluzione» non sta necessariamente disobbedendo. Sta parlando da uomo. E chi ascolta quella sofferenza non sta necessariamente cedendo alla debolezza. Sta esercitando la paternità. L’autorità nella Chiesa non dovrebbe avere paura dell’ascolto. Anzi, dovrebbe sapere che qualche volta è proprio attraverso la parola dell’altro che Dio ci obbliga a rivedere una decisione.

Un prete può avere difficoltà ad accettare una decisione. Può essere ferito. Può chiedere tempo. Può avere bisogno di essere ascoltato. Può persino sbagliare nel modo in cui reagisce. Ma non permettiamo che tutto questo cancelli quarant’anni di fedeltà.

Un presbitero non può essere ridotto all’ultima decisione che gli viene chiesto di accettare. Il suo sacerdozio è molto più grande di un decreto. La sua storia è molto più grande di un trasferimento. Il suo amore per la Chiesa è molto più grande di un atto burocratico. Se davvero crediamo che il sacerdozio sia una vita donata, dobbiamo dirlo con chiarezza: Il dono di una vita non si misura dall’ultimo atto di obbedienza, ma dalla totalità dell’amore con cui quella vita è stata consumata per il popolo di Dio.

 

Il vescovo emerito

Lo stesso principio deve valere, con assoluta coerenza, per i vescovi. Anche il vescovo, al compimento dei settantacinque anni, diventa emerito. Ma che cosa significa davvero «emerito»? Significa forse che un uomo che ha ricevuto la responsabilità di una Chiesa particolare diventa improvvisamente un uomo senza più nulla da offrire? No.

Il vescovo emerito porta con sé una conoscenza della diocesi che nessun nuovo arrivato può possedere immediatamente. Ha conosciuto i presbiteri. Ha visitato le comunità. Ha accompagnato famiglie. Ha ordinato preti. Ha affrontato crisi.

Ha preso decisioni. Ha portato sulle proprie spalle una porzione della Chiesa. Come può tutto questo diventare improvvisamente inutile a settantacinque anni? Anche per i vescovi l’emeritato dovrebbe essere una stagione preparata e accompagnata.

Il nuovo vescovo dovrebbe poter ricevere dal predecessore non soltanto gli archivi, ma la memoria. Il predecessore dovrebbe poter consegnare non soltanto documenti, ma una storia. E, quando opportuno, dovrebbe poter continuare a vivere nella diocesi, a pregare con essa, a servire discretamente, a offrire la propria esperienza quando richiesta. L’emeritato non dovrebbe diventare esilio.

Questo è importante anche per una ragione di giustizia. Non si può chiedere ai presbiteri di accettare serenamente il proprio emeritato e poi non applicare la stessa misura ai vescovi. Non si può dire al parroco: «A settantacinque anni non sei finito» e contemporaneamente pensare che il vescovo, raggiunta la stessa età, debba semplicemente uscire di scena.

La dignità dell’anzianità o è universale oppure rischia di diventare privilegio. La cultura della cura o vale per tutti oppure diventa retorica. La Chiesa-famiglia o protegge i suoi padri oppure non è ancora quella famiglia che proclama di essere. Perché anche il vescovo, prima di essere vescovo, è stato prete. E anche il vescovo, prima o poi, diventa anziano. Anche lui dovrebbe poter sentire: «La tua responsabilità è terminata. La tua storia con noi, no».

Comunità che custodiscono le storie che le hanno plasmate

È facile denunciare la cultura dello scarto quando riguarda i poveri, gli immigrati, gli anziani, i malati, gli ultimi. È molto più difficile riconoscerla quando rischia di toccare noi. La domanda diventa allora scomoda: possiamo denunciare la cultura dello scarto fuori dalla Chiesa se qualche volta non ci accorgiamo che essa può entrare anche dentro la Chiesa?

Un presbitero non può valere soltanto finché produce. Non vale perché amministra. Non vale perché organizza. Non vale perché è efficiente. Non vale perché riempie la chiesa. Vale perché è una persona. E quando diminuiscono le sue forze, non diminuisce la sua dignità.

Una famiglia si riconosce soprattutto da come tratta i suoi membri più fragili. Una famiglia non butta fuori il nonno perché è arrivata una nuova generazione. Gli prepara un posto. Gli avvicina una sedia. Gli chiede di raccontare. Gli permette di esserci.

Per questo una Chiesa che celebra la Giornata dei nonni e degli anziani dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi sui propri preti-nonno. Non possiamo predicare agli altri la cultura della cura e non praticarla con i nostri stessi presbiteri. La Chiesa-famiglia deve cominciare dalla propria casa.

Occorre allora immaginare una diversa cultura del passaggio generazionale. Quando un parroco ha guidato una comunità per venti, venticinque o trent’anni e arriva il momento di lasciare la responsabilità, non dovrebbe semplicemente ricevere una comunicazione. Dovrebbe iniziare un percorso.

Il successore dovrebbe arrivare per tempo. I due presbiteri dovrebbero conoscersi. La comunità dovrebbe essere accompagnata. Il nuovo dovrebbe entrare gradualmente. Il vecchio dovrebbe continuare a essere presente. La memoria dovrebbe essere trasmessa. La responsabilità dovrebbe passare. Il passaggio dovrebbe essere una consegna. Non una cancellazione. Non una sostituzione. Non un esilio.

Da questa riflessione potrebbero nascere alcune scelte pastorali molto semplici.

  • Il compimento dei 75 anni non dovrebbe essere vissuto automaticamente come un’espulsione dalla comunità.
  • Ogni presbitero anziano dovrebbe essere accompagnato personalmente nella preparazione della nuova stagione ministeriale.
  • La successione di un parroco che ha guidato a lungo una comunità dovrebbe prevedere, quando possibile, un periodo di affiancamento del successore.
  • Il nuovo parroco e quello uscente dovrebbero poter vivere una vera compresenza pastorale.
  • Il presbitero anziano, quando le condizioni lo consentono, non dovrebbe essere automaticamente allontanato dalla comunità che ha servito.
  • Quando possibile e opportuno, dovrebbe poter rimanere nella canonica insieme al nuovo parroco, con ruoli chiaramente definiti e nel rispetto dell’autorità pastorale del successore.
  • Il passaggio dovrebbe comprendere la trasmissione della memoria pastorale della comunità.
  • La comunità dovrebbe essere preparata al cambiamento.
  • Ogni diocesi dovrebbe sviluppare una vera pastorale per i presbiteri anziani.
  • Dovrebbe essere favorita la presenza intergenerazionale nelle canoniche.
  • Criteri analoghi dovrebbero essere applicati ai vescovi emeriti, perché anche il loro emeritato non diventi una forma di esilio.

L’importanza delle parole

Forse dobbiamo cambiare le parole. Non sostituzione, ma successione. Non trasferimento, ma passaggio. Non pensionamento, ma nuova stagione del ministero. Non allontanamento, ma accompagnamento. Non canonica da liberare, ma casa da condividere. Non prete anziano da sistemare, ma padre da custodire. Non vescovo emerito da collocare, ma padre della Chiesa da continuare ad accogliere.

Le parole non sono innocenti.  Rivelano una mentalità. E qualche volta dobbiamo cambiare le parole per cambiare il modo di pensare.

Forse è questa la Chiesa che dovremmo imparare a costruire.

Una Chiesa nella quale il giovane non debba eliminare l’anziano per poter essere riconosciuto. Una Chiesa nella quale l’anziano non debba temere il giovane. Una Chiesa nella quale il vescovo emerito possa stare accanto al nuovo vescovo. Nella quale il parroco emerito possa stare accanto al nuovo parroco. Nella quale il presbitero anziano possa accompagnare il giovane presbitero. Nella quale il giovane possa ricevere la memoria del vecchio senza sentirsi prigioniero del passato.

Non una Chiesa che sostituisce una generazione con un’altra. Ma una Chiesa nella quale le generazioni si consegnano reciprocamente il Vangelo. Questa sarebbe una forma concreta di sinodalità. Non soltanto camminare insieme nello spazio. Ma camminare insieme nel tempo.

La vita e i luoghi

Immaginiamo una canonica. Dentro, un presbitero anziano e un presbitero giovane. Uno ha alle spalle quarant’anni di ministero. L’altro ne ha davanti forse altrettanti. Uno conosce la storia della comunità. L’altro ne accompagnerà il futuro. Uno racconta. L’altro ascolta. Poi sarà il giovane a raccontare qualcosa che il vecchio non conosce. E il vecchio ascolterà. La sera pregano insieme. A tavola discutono. Qualche volta non saranno d’accordo. Qualche volta si irriteranno. Ma resteranno fratelli. E fuori dalla canonica c’è una comunità che non ha dovuto perdere un padre per ricevere un nuovo pastore.

Una comunità che ha potuto assistere a qualcosa di molto bello: una generazione che consegna il testimone a un’altra. Forse questa è la Chiesa che dovremmo costruire. Non una Chiesa che sostituisce. Una Chiesa che trasmette. Non una Chiesa che scarta. Una Chiesa che custodisce. Non una Chiesa che esilia. Una Chiesa che accompagna. Non una Chiesa che manda in pensione i suoi padri. Una Chiesa che insegna ai suoi figli a diventare adulti senza dimenticare da dove vengono.

Perché un parroco può smettere di essere parroco. Può lasciare una responsabilità. Può diminuire il ritmo. Può cambiare ministero. E un vescovo può cessare di governare una diocesi. Ma c’è una cosa che nessun decreto dovrebbe riuscire a cancellare: la loro appartenenza alla Chiesa che hanno servito e amato.

E allora, quando un prete compie settantacinque anni, prima di chiedersi: «Che cosa dobbiamo fargli fare?» dovremmo chiederci: «Come possiamo prenderci cura di lui?» E quando arriva un nuovo parroco, prima di dire: «Adesso comincia una nuova storia», dovremmo dire: «Adesso una storia continua, e qualcuno consegna a qualcun altro il testimone».

E quando un vescovo diventa emerito, prima di pensare a dove collocarlo, dovremmo chiederci: «Come possiamo continuare a riconoscere il bene che ha donato alla Chiesa?» Perché nella Chiesa di Cristo nessuno è materiale di scarto. Né il prete. Né il vescovo. Né l’anziano. Né chi ha terminato un incarico. Né chi non è più efficiente come un tempo.

E soprattutto: un uomo che ha consumato la propria vita per il popolo di Dio non dovrebbe mai sentirsi estraneo proprio nella casa che ha contribuito a costruire. Il dono di una vita non si cancella con un decreto. La paternità non va in pensione. L’obbedienza non è burocrazia. L’emeritato non è esilio. Il passaggio non è uno strappo. E nella Chiesa nessuno dovrebbe mai diventare materiale di scarto.

 

 

 

 

 

 

Settembre 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg 0 0 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-09-12 20:41:352026-10-05 17:15:13IL PRETE E L’ULTIMA STAGIONE DEL MINISTERO
In evidenza, News

PRETI SENZA MINISTERO

Preti senza ministero

10 settembre 2026/   di: Domenico Marrone

 

C’è una realtà che non sempre è visibile nella vita della Chiesa e sulla quale sarebbe necessario aprire una riflessione più franca: quella dei presbiteri che, pur continuando a essere pienamente tali, si ritrovano privati di un vero compito pastorale.

Non si tratta necessariamente di presbiteri stanchi, incapaci o desiderosi di ritirarsi. Talvolta sono uomini con alle spalle decenni di ministero, esperienza, competenze, relazioni e ancora un sincero desiderio di servire. Eppure, a un certo punto della loro vita, si ritrovano senza una parrocchia, senza un incarico diocesano, senza una comunità da accompagnare, senza una responsabilità precisa. Rimane il sacerdozio; si assottiglia il ministero.

La distinzione è tutt’altro che marginale. Il presbiterato, infatti, non può essere ridotto alla permanenza di una facoltà sacramentale. Il presbitero non è soltanto colui che celebra l’Eucaristia: è un uomo inserito nella storia di un popolo, chiamato ad ascoltarne le domande, accompagnarne le ferite, educarne la speranza, discernere con esso i cammini possibili.

Quando questa trama di relazioni e responsabilità viene meno, il presbitero rischia di conservare la propria identità sacramentale senza trovare più un luogo concreto nel quale esprimerla.

Ministero e pastorale

Da qui nasce una situazione singolare: qualche celebrazione, qualche sostituzione, qualche confessione, qualche benedizione. Talvolta la qualifica, rassicurante ma generica, di “collaboratore pastorale”. Una cosa, tuttavia, è avere un ministero; altra è essere chiamati occasionalmente a colmare una necessità. La differenza è esistenziale.

Un presbitero impegnato pastoralmente non ha semplicemente un’agenda piena. Ha una struttura della giornata. Persone da incontrare, telefonate, visite, celebrazioni, riunioni, emergenze, malati, famiglie, giovani, catechisti. La vita pastorale costruisce, con tutte le sue fatiche, una trama nella quale il tempo acquista direzione. Quando quella trama improvvisamente scompare, non sempre subentra la libertà. Può subentrare il vuoto. La domanda non è più soltanto: «Che cosa faccio oggi?». Lentamente può diventare: «A chi servo? Per chi sono ancora necessario?»

Per un uomo che ha costruito la propria identità ministeriale attraverso le relazioni, la perdita dell’incarico può significare anche la progressiva rarefazione dei rapporti. Diminuiscono le persone che telefonano, le famiglie che chiedono consiglio, i giovani che cercano un confronto. Il presbitero può ritrovarsi solo con se stesso.

Il tempo che potrebbe diventare occasione di studio, preghiera, cultura e contemplazione rischia così di trasformarsi semplicemente in tempo da riempire. È una condizione che può produrre sofferenza profonda: isolamento, perdita di motivazione, senso di inutilità e, in alcuni casi, anche forme depressive. Non necessariamente per fragilità personale, ma perché ogni essere umano ha bisogno di relazioni e di percepire che la propria esistenza continua a generare qualcosa.

Il presbitero, forse più di altri, è stato educato a donare. La questione allora diventa anche questa: abbiamo preparato i nostri presbiteri soltanto a fare, o li abbiamo aiutati anche ad abitare le stagioni nelle quali il fare diminuisce? La formazione permanente dovrebbe interrogarsi seriamente su questo passaggio. In questo contesto si comprende una prassi che meriterebbe di essere ripensata.

Talvolta, quando un presbitero rimane senza incarico, la principale preoccupazione sembra essere quella di assicurargli un luogo dove celebrare. «Almeno abbia una messa». Naturalmente, nessuno mette in discussione il primato dell’Eucaristia. La messa è il cuore della vita della Chiesa e del ministero presbiterale. Ma proprio per questo non può diventare la risposta amministrativa alla perdita di un ministero.

Il problema nasce quando si confonde il centro con la totalità. La celebrazione eucaristica non è un’attività isolata: apre alla Parola, alla fraternità, alla carità, alla missione. Dalla mensa eucaristica si torna alla strada. Il presbitero celebra il Cristo per riconoscerlo nella vita concreta delle persone. Perciò non basta assicurare un altare a un presbitero. Occorre chiedersi quale servizio possa svolgere intorno a quell’altare e, soprattutto, oltre quell’altare.

Talvolta si è arrivati a enfatizzare una sorta di “mistica della messa” secondo la quale, se il presbitero celebra, il problema sarebbe sostanzialmente risolto. Ma l’eucaristia non è un anestetico contro il vuoto ministeriale. La Messa può dare senso all’intera vita del prete; non può sostituire una vita pastorale.

Non solo la messa

Vi è poi una situazione ancora più singolare. Talvolta il vescovo non indica neppure al presbitero dove celebrare, ma gli dice: «Trovati tu una messa». È una frase che potrebbe sembrare soltanto pratica. In realtà pone una questione ecclesiale importante. Il presbitero non dovrebbe essere un uomo costretto a cercarsi da solo un posto dove esercitare ciò che rimane del suo ministero. Dovrebbe essere un uomo mandato.

Il presbitero appartiene a un presbiterio, a una Chiesa particolare, a una missione. Se viene lasciato alla ricerca individuale di una chiesa e di un orario, il ministero rischia di essere privatizzato: ciascuno si procura il proprio spazio, senza un progetto e senza una responsabilità riconoscibile. Non è soltanto una questione organizzativa. È una questione di appartenenza.

Un presbitero può avere ancora un altare e, nello stesso tempo, non sapere più quale sia il suo posto nella comunità ecclesiale. Ed è allora che la domanda diventa inevitabile: chi lo sta ancora mandando?

La questione interpella direttamente anche il governo episcopale. Il vescovo non è soltanto colui che distribuisce incarichi. È responsabile del presbiterio e dovrebbe accompagnare ciascun presbitero nelle diverse stagioni della sua vita ministeriale.

Quando un presbitero lascia una parrocchia, dunque, non dovrebbe aprirsi semplicemente un problema di collocazione. Dovrebbe aprirsi un tempo di discernimento: quali sono oggi le sue energie? Quali competenze ha maturato? Quale esperienza può mettere a disposizione? Di quali persone o realtà può prendersi cura?

Questo richiede ascolto e conoscenza personale. Richiede anche il coraggio di uscire dal modello secondo il quale l’unica forma piena di ministero è quella del parroco. La diminuzione del clero rende ormai inevitabile questa revisione.

Non tutti i presbiteri devono essere parroci. Ma non per questo devono diventare presenze marginali. Un presbitero può dedicarsi alla formazione dei catechisti, alla pastorale familiare, all’accompagnamento dei giovani, alla visita degli ammalati, alla cultura, alla pastorale sociale, alla formazione permanente del clero. Può affiancare presbiteri più giovani. Può accompagnare persone in situazioni di particolare fragilità. Può diventare una presenza qualificata negli ambienti nei quali la Chiesa fatica a essere presente.

La           domanda            non       dovrebbe           essere: «Dove   possiamo collocarlo?».

Dovrebbe essere: «Quale dono può ancora offrire?» È un cambio di prospettiva decisivo.

Generazioni nel ministero

Qui si innesta anche il rapporto tra giovani e anziani. La Chiesa ha bisogno dei giovani presbiteri, della loro energia e della loro capacità di abitare linguaggi nuovi. Ma non può trasformare la giovinezza in un criterio implicito di efficienza pastorale. Un presbitero giovane non è necessariamente migliore di uno più anziano; allo stesso modo, l’età non costituisce di per sé una garanzia di esperienza feconda.

Ciò che dovrebbe contare è il discernimento del dono. La maturità non è una malattia. L’esperienza non è un difetto. Un presbitero con molti anni di ministero porta con sé una memoria che può diventare risorsa per tutta la Chiesa: ha attraversato cambiamenti culturali ed ecclesiali, conosciuto persone, accompagnato crisi, fallimenti, conversioni, lutti, nascite, matrimoni, vocazioni.

Questa memoria non dovrebbe essere semplicemente archiviata. Dovrebbe essere messa a disposizione del futuro. Il giovane può portare slancio; l’anziano può offrire profondità. L’uno può imparare dall’altro. Una Chiesa intelligente non mette queste generazioni in competizione: le mette in relazione.

La questione tocca inevitabilmente anche il celibato. Nel dibattito contemporaneo esso viene spesso chiamato in causa per spiegare la scarsità dei presbiteri. Ma esiste una domanda complementare: che cosa significa vivere il celibato quando il ministero rischia di svuotarsi?

Il celibato è una forma di disponibilità e di fecondità. Il presbitero sceglie una vita consegnata a una comunità più grande della propria famiglia. Ma se quella comunità progressivamente scompare dall’orizzonte concreto del suo ministero, la solitudine può diventare particolarmente gravosa. Non possiamo chiedere a un uomo una vita interamente consegnata agli altri e poi lasciarlo senza altri ai quali consegnarsi. Il celibato non dovrebbe diventare una solitudine amministrativamente organizzata.

Possibilità

Forse è arrivato il momento di pensare a una vera pastorale dei presbiteri. Sappiamo progettare percorsi per giovani, famiglie, anziani, malati. Dovremmo imparare a progettare anche l’accompagnamento dei presbiteri nelle diverse stagioni della loro vita.

Non soltanto la formazione iniziale e gli anni della piena attività, ma anche le transizioni: il trasferimento, la rinuncia a un incarico, la perdita della parrocchia, l’avanzare dell’età, la riduzione delle energie. Il ministero non finisce quando cambia la forma. Può trasformarsi. Può diventare più discreto, meno visibile, ma non per questo meno fecondo.

Un presbitero che non governa più una parrocchia può accompagnare persone. Uno che non ha più la forza di correre può ascoltare. Uno che ha meno responsabilità amministrative può dedicare tempo alla formazione. Uno che ha attraversato molte stagioni della Chiesa può diventare memoria e discernimento per chi viene dopo.

Alla fine, la questione non è trovare una sistemazione ai presbiteri che non hanno più un incarico. Un prete non è una casella dell’organigramma diocesano e non dovrebbe essere trattato come una risorsa che perde valore con il trascorrere degli anni. È una persona che ha ricevuto una chiamata. Per questo la domanda decisiva non è: «Dove possiamo mettere questo prete?» ma: «Quale bene può ancora generare?»

Da questa domanda può nascere una diversa concezione del ministero: meno legata alla posizione occupata e più attenta alla fecondità della persona; meno preoccupata di distribuire incarichi e più capace di discernere carismi; meno centrata sulla conservazione delle strutture e più aperta alla missione.

Non tutti devono fare tutto. Non tutti devono essere parroci. Non tutti devono governare. Ma nessun presbitero dovrebbe essere lasciato nella condizione di chiedersi se la propria vita abbia ancora un senso per la Chiesa. Perché il vero problema non è avere presbiteri senza parrocchia. È avere presbiteri senza una missione.

E forse una delle sfide più urgenti per la Chiesa dei prossimi anni sarà proprio questa: imparare a riconoscere che, quando cambia l’ufficio, non necessariamente finisce il ministero. A volte, semplicemente, comincia una forma nuova di fecondità.

Vescovo e presbiterio

Qui la responsabilità dei vescovi non può essere elusa. Il vescovo non è soltanto colui che amministra la distribuzione degli incarichi. È il padre e il pastore del presbiterio. E la sua responsabilità non riguarda soltanto l’efficienza dell’organizzazione pastorale, ma anche, e prima ancora, l’umanità dei suoi presbiteri. È un aspetto che rischiamo di dimenticare proprio quando siamo più preoccupati delle strutture.

Un prete non è soltanto un ministro ordinato, né soltanto una funzione all’interno dell’organizzazione diocesana. Prima ancora di essere parroco, vicario, responsabile di un ufficio o collaboratore, è un uomo. Un uomo con la propria storia, le proprie relazioni, le proprie attese, le proprie fragilità, i propri bisogni affettivi e spirituali.

E anche un prete può attraversare il senso di inutilità. Anche un prete può sentirsi messo da parte. Anche un prete può svegliarsi al mattino e non sapere più per chi valga la pena alzarsi. Non dovremmo avere paura di dirlo.

Talvolta nella Chiesa abbiamo una concezione quasi eroica del presbitero: l’uomo sempre disponibile, sempre forte, capace di pregare, celebrare, servire, sopportare. Come se la grazia dell’ordinazione lo rendesse immune dalle dinamiche profonde dell’esistenza umana. Ma il sacramento non cancella l’umanità. Il prete rimane uomo.

E proprio perché è uomo, può sperimentare il bisogno di sentirsi riconosciuto, accolto, stimato, necessario. Può soffrire quando le relazioni si interrompono, quando il telefono smette di squillare, quando nessuno gli chiede più un consiglio, quando la sua esperienza non viene più cercata.

Per un presbitero che per trent’anni o quarant’anni ha ricevuto quotidianamente richieste, responsabilità e attenzioni, il passaggio improvviso a una condizione di marginalità può essere psicologicamente molto impegnativo. Non è soltanto una questione di agenda. È una questione di identità.

Perché per molto tempo egli ha potuto dire a se stesso: sono parroco di quella comunità, accompagno quelle persone, sono responsabile di quel servizio. Quando queste coordinate vengono meno, può aprirsi una zona di incertezza nella quale la domanda sull’utilità personale diventa inevitabile. E il senso di inutilità, se si prolunga, può diventare una ferita.

Talvolta può alimentare isolamento, amarezza, risentimento. Talvolta può tradursi in una progressiva perdita di interesse per ciò che accade intorno. E, nelle situazioni più delicate, può aprire la strada anche a una vera sofferenza depressiva.

Non si tratta di diagnosticare a distanza la vita dei presbiteri, né di trasformare ogni momento di stanchezza in una patologia. Si tratta semplicemente di riconoscere una verità elementare: una lunga stagione di inattività pastorale può avere conseguenze anche sulla salute umana e spirituale di un presbitero.

Per questo il vescovo non dovrebbe limitarsi a domandarsi se quel prete abbia un luogo dove dormire o una chiesa nella quale celebrare. Dovrebbe chiedersi anche: Come sta? Con chi vive le sue giornate? Quali relazioni gli sono rimaste? Come attraversa il tempo? Che cosa lo appassiona ancora? Che cosa lo fa sentire utile? Chi lo ascolta? Chi si prende cura di lui? Sono domande semplici, ma forse oggi diventano una forma necessaria di governo pastorale. Perché prendersi cura del presbiterio significa prendersi cura delle persone che lo compongono.

Nella comunità ecclesiale

E qui si apre una responsabilità che non può essere delegata soltanto alla buona volontà del singolo presbitero. Non basta dirgli di trovarsi qualcosa da fare, di leggere, di pregare di più, di dedicarsi a qualche celebrazione. Certamente tutto questo può essere prezioso, ma non sostituisce una relazione ecclesiale.

Un presbitero che ha perduto un incarico ha bisogno innanzitutto di non sentirsi perduto agli occhi della Chiesa. Ha bisogno di sapere che qualcuno si accorge della sua presenza. Che qualcuno conosce la sua storia. Che qualcuno si domanda come sta. Che qualcuno continua a considerarlo parte viva del presbiterio. Questa potrebbe essere una delle forme più alte della fraternità presbiterale: non lasciare solo un prete proprio quando diventa meno visibile.

La cura dell’umanità del presbitero dovrebbe allora diventare parte integrante della responsabilità episcopale. Non soltanto accompagnare il presbitero quando è in difficoltà evidente, ma creare condizioni nelle quali egli possa attraversare serenamente le diverse stagioni della propria vita.

Perché il passaggio dall’attività alla maggiore disponibilità, dalla responsabilità al servizio discreto, dalla guida di una comunità ad altre forme di presenza non dovrebbe essere vissuto come una espulsione silenziosa dal ministero. Dovrebbe essere accompagnato come un passaggio vocazionale.

Forse anche qui dobbiamo imparare una lezione che riguarda tutta la Chiesa: il valore di una persona non coincide con la quantità di cose che riesce a fare. Ma questo vale anche per il prete. Il suo valore non diminuisce quando diminuiscono gli incarichi. La sua dignità non dipende dal numero delle persone che lo cercano. La sua vocazione non diventa meno vera perché non occupa più una posizione di responsabilità. Tuttavia, dire questo sul piano teologico non è sufficiente. Occorre creare anche le condizioni umane perché questa verità possa essere interiorizzata.

Un presbitero può sapere benissimo, con la testa, di essere amato da Dio e tuttavia soffrire terribilmente perché non si sente più accolto, cercato, stimato dalla propria Chiesa. La teologia non deve diventare una risposta astratta alla solitudine concreta delle persone.

E allora la cura del presbitero passa anche attraverso la prossimità, l’amicizia, la fraternità, l’ascolto, la possibilità di sentirsi ancora parte di una storia comune. Forse il vescovo dovrebbe essere, in alcuni momenti della vita del presbitero, meno amministratore e più padre. Non soltanto colui che assegna un incarico, ma colui che sa riconoscere una persona. Non soltanto colui che decide dove mandare un prete, ma colui che sa domandargli dove si sente ancora capace di generare vita. Non soltanto colui che verifica se una comunità è servita, ma colui che si accorge quando un suo presbitero sta lentamente spegnendosi.

Perché può accadere che un prete continui a celebrare, continui a pregare, continui formalmente a svolgere il proprio ministero e, tuttavia, dentro di sé abbia già cominciato a ritirarsi dalla vita.

Ed è forse questo il punto più delicato. La Chiesa non deve aspettare che un presbitero crolli per accorgersi che aveva bisogno di essere accompagnato. La prevenzione della solitudine presbiterale dovrebbe diventare parte ordinaria della pastorale del clero. Non come controllo. Non come sorveglianza. Ma come fraternità.

Perché anche chi per tutta la vita ha accompagnato gli altri ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato. E forse una delle domande più evangeliche che un vescovo può rivolgere a un presbitero non è: «Che cosa stai facendo?» ma, semplicemente: «Come stai?». A volte, dentro questa domanda apparentemente piccola, può esserci tutta la cura che un uomo attende.

 

Settembre 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg 0 0 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-09-12 20:40:272026-09-14 20:20:44PRETI SENZA MINISTERO
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CHI SALVA LA CHIESA

La Chiesa non viene salvata da burocrati che ritengono che tutto debba cambiare

Di Sabino Paciolla|Agosto 28th, 2026|Categorie: Editor’s Picks, News|Tag: Crisi Chiesa, Rob Mutsaerts vescovo, sinodalità|0 Commenti

Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, oltre alla pubblicazione dei nostri articoli originali, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo la riflessione scritta dal vescovo Rob Mutsaerts, pubblicata sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica.

Rob Mutsaerts,
Vescovo ausiliare della Diocesi di ‘s-Hertogenbosch
(Olanda)

Esiste uno strano errore tra le persone moderne: quando scoprono che la Chiesa è piena di peccatori, concludono che il cristianesimo sia fallito. È più o meno come scoprire che un ospedale è pieno di malati e dedurne che la medicina non funzioni.

La Chiesa non ha mai affermato di essere un’associazione di persone perfette. Ha affermato qualcosa di molto più strano: che Dio ha deciso di affidare la Sua verità perfetta a persone straordinariamente imperfette. Chi trova questo inverosimile, dovrebbe dare un’occhiata agli apostoli. Pietro rinnegò Cristo. Tommaso non credette ai suoi amici. Giacomo e Giovanni litigarono su chi avrebbe ottenuto il posto migliore nel Regno. Giuda gestiva le finanze, cosa che a posteriori si rivelò forse una nomina infelice. Eppure Cristo iniziò proprio con loro. Questo è probabilmente il primo motivo per cui non mi preoccuperei troppo se qualcuno dicesse cose strane su papi, vescovi e parroci. La Chiesa cattolica ha superato cose ben peggiori.

La rivoluzione nella Chiesa è singolare perché di solito viene portata avanti da persone che sostengono che non ci sia affatto una rivoluzione in atto. Il vecchio rivoluzionario, almeno, saliva su una barricata. Il rivoluzionario moderno siede in una commissione. Non dice: «Cambieremo la dottrina». Dice: «Certo che la dottrina non cambia; la applicheremo solo in modo completamente diverso».

Funziona così. Il liberale vede la misericordia e dimentica il giudizio. Il rigorista vede il giudizio e dimentica la misericordia. Il rivoluzionario vede il cambiamento e dimentica la continuità. Il reazionario vede la continuità e dimentica che le cose vive crescono. Il credente ortodosso vede qualcos’altro: la Chiesa deve essere allo stesso tempo immutabile e viva; deve allo stesso tempo obbedire e opporsi all’abuso di autorità; deve essere allo stesso tempo universale e particolare; deve allo stesso tempo difendere Pietro e permettere a Paolo di «contrastare Pietro apertamente».

La risposta moderna è sempre: dobbiamo inventare qualcosa di nuovo. La risposta cattolica è solitamente: dobbiamo riscoprire ciò che abbiamo dimenticato. Se i cattolici non conoscono più la loro fede, date loro il catechismo. Se i sacerdoti non sanno più che cos’è il sacerdozio, date loro la Messa. Se i vescovi dimenticano di essere successori degli apostoli, ricordate loro che quasi tutti gli apostoli sono morti martiri e non come presidenti di una commissione sinodale. Se la liturgia diventa banale, rendetela nuovamente sacra. Se la morale diventa confusa, parlate di nuovo con chiarezza. Se i giovani non vogliono più morire per nulla, date loro finalmente qualcosa per cui valga la pena vivere.

E allora, che dire di Roma? Non è necessario credere che ogni pensiero di un papa sia caduto direttamente dal cielo (nemmeno se si trova su un aereo).

Non devi nemmeno credere che la Chiesa smetta di essere cattolica non appena il papa fa qualcosa di poco saggio. Come faccio a saperlo? Conosci la storia della Chiesa.

Il papa non è il successore di Gesù, ma di Pietro (così come papa Leone non è il successore di papa Francesco, ma di Pietro). Noi crediamo che un’istituzione divina possa essere guidata da persone che a volte prendono decisioni estremamente umane. Questo non è un argomento contro il cattolicesimo. È un argomento a favore del cattolicesimo. Perché solo un’istituzione che proviene veramente da Dio avrebbe potuto sopravvivere a così tanti ecclesiastici nel corso di duemila anni. La Chiesa non sarà salvata da persone che gridano continuamente che tutto è perduto. Né sarà salvata da burocrati che ritengono che tutto debba cambiare. Sarà rinnovata nello stesso modo in cui è sempre stata rinnovata: dai santi.

A volte si dimentica che Francesco d’Assisi non riformò la Cdhiesa scrivendo un documento sul rinnovamento ecclesiale. Divenne santo. Teresa ’Ávila non organizzò un congresso sulla partecipazione contemplativa. Pregò. Tommaso d’Aquino non rese la fede rilevante semplificandola. Ci rifletté più a fondo. E Filippo Neri sapeva qualcosa che a volte dimentichiamo: che una persona può essere molto ortodossa e tuttavia saper ridere. Forse questo è addirittura un segno di ortodossia.

Cristo disse che le porte dell’inferno non avrebbero prevalso sulla Chiesa. Non disse che le porte dell’inferno non avrebbero fatto rumore. E a volte sembra che sia soprattutto il diavolo a disporre di un’ottima agenzia di comunicazione. Ma il cattolico sa qualcosa che il diavolo dimentica continuamente: la Chiesa non appartiene a noi. Appartiene a Cristo. Questa è una notizia straordinariamente buona, soprattutto per i vescovi. Non dobbiamo salvare la Chiesa. Dobbiamo solo non tradirla. Non dobbiamo reinventare la verità. Dobbiamo solo trasmetterla. Non dobbiamo costruire un nuovo cristianesimo. Dobbiamo semplicemente tornare ad essere cattolici.

E se mi chiedessero se nutro speranza per il futuro della Chiesa, risponderei: certo. Non perché riponga fiducia nelle commissioni ecclesiastiche, nelle previsioni sociologiche o nei piani strategici. Ma perché la mattina di Pasqua la tomba era vuota. E questa, per quanto ne so, è ancora la notizia più importante di tutti i tempi.

                                                                                    +Rob Mutsaerts

Vescovo ausiliare della Diocesi di ‘s-Hertogenbosch (O)landa
Agosto 28, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/08/222.jpg 534 800 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-08-28 13:33:452026-09-06 19:55:48CHI SALVA LA CHIESA
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SINODO SULLA SINODALITA’

SINODO SULLA SINODALITA’

“Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione”

Sintesi dei Verbali dei Presbiteri, Diaconi e Laici delle Foranie della nostra Arcidiocesi di Campobasso-Bojano.

Giugno 16, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/06/cq5dam.web_.1280.jpg 792 900 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-06-16 14:00:122026-06-16 17:06:24SINODO SULLA SINODALITA’
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CORSO PER CATECHISTI degli anni ’70

Una delle catechiste del primissimo periodo del mio parrocato a Gambatesa (1968-2020) mi ha inviato, in questi giorni, da Modena, del materiale rinvenuto tra i suoi ormai antichi ricordi di gioventù e che nel rileggerli mi hanno riportato a rivivere esperienze vissute con grande entusiasmo da parte mia e gioiosa partecipazione dalla Comunità Parrocchiale.
Tra l’altro c’è anche la seguente foto di una locandina del 1971 inviata a tutte le famiglie di Gambatesa per invitarle a partecipare alla “Settimana Liturgica” e che volentieri pubblico:

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https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/06/Appunti-Corso-anni-70.mp4
Giugno 7, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/06/IMAGE0325.jpg 1875 2500 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-06-07 19:28:152026-06-09 20:17:20CORSO PER CATECHISTI degli anni ’70
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MARIA, MADRE DEL PRESBITERO

 

MARIA, MADRE DEL PRESBITERO

12 maggio 2026

Ritiro presbiterio Arcidiocesi di Campobasso-Bojano

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,25-27)

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Carissimi, prima di iniziare questo nostro momento di riflessione e di preghiera, permettetemi di salutare e ringraziare il vostro Arcivescovo, Mons. Biagio Colaianni, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare negli anni in cui sono stato pastore della Chiesa di Matera-lrsina. Con lui ho avuto modo di condividere tanti momenti significativi per la vita di quella Chiesa come pure della Regione ecclesiastica nel tempo in cui è stato Rettore del Seminario maggiore interdiocesano.

Sono lieto di ritrovarmi oggi qui con voi per una giornata di spiritualità e di ritiro alla scuola di Maria, madre del presbitero.

INTRODUZIONE

Parlare di Maria a un presbiterio non significa aggiungere un tema devozionale alla spiritualità sacerdotale. Significa, piuttosto, tornare a una dimensione essenziale del ministero: il rapporto con Cristo accolto, custodito, generato, offerto e consegnato.

Maria non è una figura esterna al ministero del presbitero, non perché il presbitero ripeta la sua maternità in modo identico, ma perché ogni ministero ordinato è chiamato a lasciarsi formare da ciò che in Maria appare in modo compiuto: la disponibilità alla Parola, la custodia del mistero, la prossimità ai fratelli e alle sorelle, la fedeltà nell’ora della croce, l’attesa dello Spirito con la Chiesa nascente.

Il presbitero non è soltanto uomo della Parola, dell’altare e della comunità. E anche uomo della custodia e Maria è la donna che custodisce.

Maria, infatti, non possiede Cristo, lo riceve, non lo trattiene, lo dona. Maria non possiede il mistero, lo serve, non fugge dalla croce, vi rimane. Non precede la Chiesa come padrona, la accompagna come madre. In questo senso Maria diventa per il presbitero non solo oggetto e motivo di venerazione, ma scuola di ministero.

  1. MARIA E LA CHIAMATA: DAVANTI AL MISTERO CHE Cl SUPERA

La prima sosta è Nazaret.

Maria è raggiunta da una parola che la precede e la supera: «Rallegrati, piena di grazia». La sua vocazione non nasce da un progetto personale, ma da un’iniziativa di Dio. Ella viene chiamata dentro una storia più grande di lei. Così è anche per il presbitero. Nessun sacerdote si dà da sé il ministero, nessuno si costituisce da sé ministro del Vangelo. La vocazione è sempre ricevuta. Prima di una funzione da esercitare, il presbiterato è una chiamata che supera la persona chiamata. Maria si turba, non capisce subito, si domanda che senso abbia quel saluto. Tuttavia, il suo turbamento non diventa fuga, si trasforma, invece, in ascolto. Troviamo qui una prima indicazione per il presbitero: davanti alla sproporzione tra il dono ricevuto e la propria povertà, non bisogna fuggire, né irrigidirsi, né pretendere di capire tutto. Occorre stare in ascolto. Il presbitero, come Maria, vive dentro una sproporzione permanente: porta una parola che lo supera, celebra misteri più grandi di lui, accompagna vite che non può possedere, serve una Chiesa che non gli appartiene pienamente. La prima forma di spiritualità sacerdotale è accettare questa sproporzione senza trasformarla in ansia, in bisogno di controllo o in atteggiamento autoreferenziale. Maria risponde: «Avvenga per me secondo la tua parola». Il presbitero vive ogni giorno dentro questo “avvenga”

2.MARIA E LA PAROLA: IL PRESBITERO COME UOMO DELL’ASCOLTO

Maria non è anzitutto colei che parla. È, piuttosto, colei che ascolta.

La sua grandezza nasce dall’accoglienza della Parola. Prima di generare Cristo nel corpo, lo accoglie nell a fede. La maternità di Maria è radicata nell’ascolto. Questo è decisivo per il presbitero. Il sacerdote è uomo della Parola non semplicemente perché la proclama, la spiega o la predica. E uomo della Parola se prima si lascia giudicare, consolare, ferire e convertire da essa. Il rischio del ministero è usare la Parola senza lasciarsene raggiungere, commentarla senza ascoltarla, predicarla agli altri senza permettere che essa lavori dentro di noi. Maria insegna un’altra via: custodire.  «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Questo versetto dovrebbe appartenere alla grammatica profonda del presbitero. Il prete ha bisogno di un cuore che custodisce, non solo di una mente che organizza e di una voce che annuncia. Custodire significa non consumare subito ciò che accade, significa non ridurre tutto a materiale pastorale, significa permettere agli eventi, alle persone, alle ferite, alle domande, di diventare luogo di ascolto di Dio. Il presbitero che non custodisce diventa superficiale mentre il presbitero che custodisce diventa sapiente.

  1. MARIA E IL CORPO Dl CRISTO: IL PRESBITERO TRA EUCARISTIA E POPOLO

Maria dà carne al Verbo.

Il presbitero non genera Cristo secondo la carne, ma è posto nella Chiesa perché Cristo continui a donarsi sacramentalmente al suo popolo. In particolare, nell’Eucaristia, il presbitero serve il mistero del Corpo dato e del Sangue versato. Qui il rapporto con Maria diventa profondissimo. Se Maria ha portato nel suo grembo il corpo di Cristo, il presbitero porta tra le mani il corpo eucaristico di Cristo, Se Maria ha dato al mondo il Figlio, il presbitero lo consegna alla Chiesa nel sacramento. Questo parallelismo va trattato con delicatezza, senza confondere maternità divina e ministero ordinato. Tuttavia, esso illumina il modo in cui il presbitero deve stare davanti all ‘Eucaristia: non da funzionario del rito,  non da proprietario del sacro,  non da semplice presidente dell’assemblea,  ma da uomo che trema davanti al dono. Maria insegna al presbitero la riverenza davanti al Corpo di Cristo e gli ricorda che il Corpo di Cristo non è solo quello eucaristico, ma anche quello ecclesiale: il popolo affidato, i poveri, i malati, gli anziani, i giovani, i peccatori, i feriti, i lontani. Il sacerdote che celebra il Corpo eucaristico non può disprezzare il corpo ecclesiale. Il sacerdote che prende tra le mani l’ostia non può trattare con durezza le membra vive di Cristo. Maria educa il presbitero a una tenerezza eucaristica.

  1. MARIA E NAZARET: IL PRESBITERO NELLA VITA NASCOSTA

Una grande parte della vita di Maria si svolge nel nascondimento di Nazaret.

Dopo le parole grandi dell’angelo, dopo la nascita, dopo i segni e le profezie, vengono anni ordinari, silenziosi, quotidiani. Il Figlio dell’Altissimo vive nella casa, nella bottega, nei gesti ripetuti, nel lavoro, nella normalità. Anche il ministero presbiterale è fatto in gran parte di Nazaret. Carissimi, non dimentichiamo che: non tutto è evento che conosce gli onori della cronaca,  non tutto è celebrazione solenne,  non tutto è visibile,  non tutto è riconosciuto. C’è una santità sacerdotale che passa dalla fedeltà alle cose ordinarie: preparare un’omelia, ascoltare una persona, visitare un malato, celebrare anche quando si è stanchi, rispondere con pazienza, abitare una canonica, condividere la vita di una comunità, portare nel cuore nomi e situazioni. Maria insegna al presbitero a non disprezzare il quotidiano. Il presbitero può essere tentato di cercare sempre il momento forte, il risultato evidente, il riconoscimento, il segno immediato di fecondità. Nazaret invece ricorda che il Regno matura spesso nel nascondimento. Il prete fedele nelle cose ordinarie diventa luogo in cui il mistero di Dio si rivela.

  1. MARIA E CANA: IL PRESBITERO COME INTERCESSORE

A Cana, Maria vede ciò che manca: «Non hanno vino».

Questa è una parola tipicamente sacerdotale. Il presbitero è chiamato a vedere ciò che manca al suo popolo: manca la gioia, manca la pace, manca il perdono, manca la fiducia, manca il gusto della fede, manca talvolta il desiderio di Dio. Maria, però, non trasforma la mancanza in lamento, la trasforma, invece, in intercessione. Questa è una lezione decisiva per il presbitero. Il prete non è chiamato anzitutto a lamentarsi del popolo, della società, dei giovani, della Chiesa, dei tempi difficili. È chiamato a portare tutto davanti a Cristo. Maria non dice ai servi: “Avete sbagliato “. Non dice agli sposi: “Vi siete organizzati male Non fa discorsi sulla crisi del vino. Dice a Gesù: «Non hanno vino». Il presbitero diventa veramente pastore quando smette di essere commentatore lamentoso delle mancanze e diventa intercessore costante e fedele. E poi Maria aggiunge: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Anche qui appare il cuore del ministero ordinato: orientare a Cristo. Il presbitero non deve attirare a sé, ma condurre a Cristo, non deve occupare il centro della festa, ma permettere che il Signore compia il segno. Il prete, come Maria, serve la gioia degli altri restando decentrato.

  1. MARIA E LA CRISI: IL PRESBITERO DAVANTI AL NON COMPRENDERE

 Nel Vangelo Maria attraversa più volte il non comprendere:

  • non comprende fino in fondo il saluto dell’angelo, non comprende pienamente la parola di Simeone, non comprende la risposta di Gesù dodicenne nel tempio,
  • non comprende forse tutte le distanze che il Figlio introduce durante la vita pubblica.

Non comprende, eppure non interrompe il cammino. Il presbitero deve fare i conti con molti momenti di non comprensione: non comprende alcune svolte della propria vita, alcune obbedienze, alcune fatiche comunitarie, alcune sterilità pastorali, alcune crisi della Chiesa, alcune proprie fragilità. Maria non gli offre una scorciatoia, ma un atteggiamento: custodire senza pretendere di possedere tutto. C’è una maturità sacerdotale che nasce quando il presbitero smette di voler controllare ogni cosa e accetta di vivere davanti a Dio anche con domande aperte. Non tutto ciò che non capiamo è contro di noi, non tutto ciò che ci supera è una minaccia, non tutto ciò che ci destabilizza è una perdita. A volte Dio allarga il cuore del presbitero proprio attraverso ciò che non gli permette di capire subito.

  1. MARIA E LA CROCE: IL PRESBITERO CHE SA STARE

Sotto la croce, Maria sta.

Giovanni non usa molte parole, non spiega i sentimenti di Maria, non interpreta il suo dolore. Dice semplicemente: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre…». Questo verbo è una scuola per il presbitero. Il ministero chiede di stare: stare davanti al dolore,  stare accanto ai morenti,  stare vicino alle famiglie ferite,  stare nelle comunità divise,  stare quando non si è capiti,  stare quando non si vedono frutti,  stare quando la propria vocazione è attraversata dalla prova. Il presbitero non è credibile perché ha una risposta per tutto. È credibile, invece, quando non fugge. Maria sotto la croce non risolve il dolore del Figlio, non lo sottrae alla morte, non spiega il mistero. Sta. Questa è una forma altissima di ministero. Ci sono momenti in cui il prete non può fare altro che rimanere: davanti al feretro di un ragazzo, in una stanza di ospedale, nel silenzio di una persona distrutta, nella fatica di una comunità, nella propria notte interiore. Stare è una forma di amore, stare è una forma di fede, stare è la forma più alta del ministero.

  1. MARIA E GIOVANNI: IL PRESBITERO AFFIDATO ALLA MADRE

Sulla croce Gesù dice al discepolo: «Ecco tua madre».

Questa parola non riguarda solo la pietà personale, riguarda invece l’identità ecclesiale del discepolo. Il discepolo amato riceve Maria nella propria vita. Anche il presbitero deve ricevere Maria non come ornamento devozionale, ma come presenza materna che custodisce il suo rapporto con Cristo e con la Chiesa. Il sacerdote ha bisogno di una madre perché il ministero, senza maternità, rischia di diventare rigido, funzionale, solitario. Maria aiuta il presbitero a non diventare sterile affettivamente: lo educa alla tenerezza senza sentimentalismo,  lo custodisce dalla freddezza pastorale,  lo richiama alla purezza del cuore, lo accompagna nelle solitudini del ministero,  lo rimette sempre davanti a Cristo. Accogliere Maria nella propria casa, come fece il discepolo amato, significa lasciarle spazio nella propria vita spirituale, nel proprio modo di pregare, di celebrare, di guardare la gente, di vivere la Chiesa. Un presbitero mariano non è semplicemente un prete che recita preghiere mariane. E un prete che impara da Maria il modo di stare davanti a Cristo e davanti al popolo.

  1. MARIA NEL CENACOLO: IL PRESBITERO UOMO Dl COMUNIONE

Dopo la Pasqua, Maria è nel Cenacolo con gli apostoli, in attesa dello Spirito.

Maria non si sostituisce agli apostoli, non prende il loro posto, non esercita il loro ministero ma sta con loro, prega con loro, custodisce la comunione, accompagna l’attesa. Proprio la presenza di Maria nel cenacolo illumina il presbiterio. Il prete non è ordinato per vivere isolato: il ministero presbiterale è personale, ma non individualistico. Ogni presbitero appartiene a un presbiterio, vive in relazione al vescovo, cammina con altri fratelli, porta con loro la responsabilità della Chiesa locale. Maria nel Cenacolo ricorda ai presbiteri che lo Spirito viene su una comunità raccolta, non su individui autosufficienti: il presbitero isolato si impoverisce, il presbitero autoreferenziale diventa cinico, il presbitero senza fraternità rischia di leggere tutto solo attraverso la propria fatica. Maria custodisce gli apostoli nel tempo dell’attesa. Custodisce anche noi quando dobbiamo imparare di nuovo a essere Chiesa, a essere fratelli, a pregare insieme, a non vivere il ministero come una corsa solitaria.

CONCLUSIONE 

Maria non è soltanto donna della speranza. Per il presbitero è madre, scuola e specchio: è madre, perché Gesù stesso l’ha affidata al discepolo,  è scuola, perché insegna l’ascolto, la custodia, il servizio, I ‘intercessione e la fedeltà,  è specchio, perché mostra al presbitero ciò che egli è chiamato a diventare: uomo abitato dalla Parola, servo del Corpo di Cristo, pastore capace di tenerezza, discepolo che resta sotto la croce, fratello che attende lo Spirito con la Chiesa. Il presbitero guarda Maria non per uscire dal proprio ministero, ma per entrarvi più profondamente. Da Maria impara che Cristo non lo si possiede, ma lo si accoglie, non lo si trattiene, ma lo si dona, non lo si usa, ma lo si serve, non lo si annuncia senza prima custodirlo nel cuore. Per questo ogni presbitero può chiedere a Maria non solo di proteggerlo, ma di formarlo. A cosa dobbiamo essere formati? Abbiamo bisogno di formarci all’ascolto, alla custodia, alla tenerezza pastorale, alla fedeltà nella prova, alla comunione con i fratelli, a portare Cristo senza metterci al suo posto. Così il ministero presbiterale, alla scuola di Maria, ritrova la sua forma più evangelica: essere totalmente di Cristo per essere totalmente della Chiesa.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

  1. Vivo il mio ministero come qualcosa che possiedo o come un dono ricevuto?
  2. Sono ancora uomo dell’ascolto o mi limito a parlare della Parola?
  3. Come celebro e custodisco il Corpo di Cristo nell’Eucaristia e nel popolo affidato?
  4. Quale “Nazaret” del mio ministero faccio fatica ad accogliere?
  5. Davanti alle mancanze della mia comunità, prevale in me il lamento o l’intercessione?
  6. Quali situazioni non comprendo e sono chiamato a custodire nel cuore?
  7. Dove il Signore mi chiede oggi semplicemente di stare?
  8. Che posto reale ha Maria nella mia vita sacerdotale?
  9. Vivo il presbiterio come comunione o come somma di cammini individuali?
  10. Che cosa chiedo a Maria per il mio ministero in questa stagione della vita?

12

Maggio 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/02/z.jpg 1806 903 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-05-12 15:32:432026-05-14 16:47:07MARIA, MADRE DEL PRESBITERO
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GIUBILEO STRAORDINARIO OTTAVO CENTENARIO TRANSITO DI S. FRANCESCO

DECRETO

 NELL’OTTAVO CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO D’ASSISI, SI INDICE UNO SPECIALE ANNO GIUBILARE CON ANNESSE INDULGENZE PLENARIE.

“Custodite la memoria del padre e fratello nostro Francesco, a lode e gloria di Colui che lo ha reso grande tra gli uomini e lo ha glorificato tra gli angeli. Pregate per lui, come egli stesso ci ha chiesto prima di morire, e pregate lui, perché Dio renda anche noi partecipi con lui della sua santa grazia”.[1]
Mentre sono ancora attuali ed efficaci i frutti di grazia del Giubileo Ordinario dell’anno 2025 appena conclusosi, nel quale siamo stati tutti spronati a renderci pellegrini di questa speranza che non delude (Cfr. Rm 5,5), ecco aggiungersi a esso quale ideale prosecuzione una nuova occasione di giubilo e di santificazione: l’ottavo centenario del felice transito di San Francesco d’Assisi dalla vita terrena alla patria celeste (3 ottobre 1226).
In questi ultimi anni, altri importanti giubilei hanno riguardato la figura e le opere del Santo d’Assisi: l’ottavo centenario della creazione del primo Presepe a Greccio, della composizione del Cantico delle Creature, inno alla bellezza santa del creato e quello della impressione delle Sacre Stimmate, avvenuta sul Monte della Verna, quasi un nuovo Calvario, due anni prima della sua morte. Il 2026 segnerà il culmine e il compimento di tutti i precedenti festeggiamenti: esso sarà infatti Anno di San Francesco e tutti saremo chiamati a farci santi nella contemporaneità sull’esempio del Serafico Patriarca.
Se è mirabilmente vero che “non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini” (Cfr. At 4,12) all’infuori di Gesù Cristo, Redentore dell’umanità, è altrettanto straordinariamente vero che tra dodicesimo e tredicesimo secolo, in epoca di guerre cosiddette sante, rilassatezza di costumi, malinteso fervore religioso, “nacque al mondo un sole”2:
Francesco, che, da figlio di un ricco mercante, si fece povero e umile, vero alter Christus in terra, fornendo al mondo tangibili esempi di vita evangelica e reale immagine di perfezione cristiana. Il nostro tempo non è molto dissimile da quello in cui visse Francesco, e proprio alla luce di questo il suo insegnamento è forse oggi ancor più valido e comprensibile. Quando la carità cristiana langue, l’ignoranza dilaga come il malcostume e chi esalta la concordia tra i popoli lo fa più per egoismo che per sincero spirito cristiano; quando il virtuale prende il sopravvento sul reale, dissidi e violenze sociali fanno parte della quotidianità e la pace diventa ogni giorno più insicura e lontana, questo Anno di San Francesco sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello d’Assisi, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso: la speranza che ci ha visti pellegrini si trasformi ora in zelo e fervore di fattiva carità.
“E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede”[2].
Con queste straordinarie parole, riportate nella nota Epistola ad quendam ministrum, San Francesco allo stesso tempo non solo dispensa consolazione e consigli a un anonimo confratello, ma soprattutto delinea e sottolinea il concetto fondamentale di misericordia, cui è indissolubilmente legato quello di perdono e di indulgenza. Ed è proprio un perdono, il noto «Perdono d’Assisi» o «Indulgenza della Porziuncola», che Papa Onorio III per eccezionale privilegio concesse direttamente a Francesco per coloro che, confessati e comunicati, visitassero il 2 agosto un’antica chiesetta presso Assisi, eretta 800 anni prima su una “piccola porzione di terra” (da cui il nome Porziuncola).
Con lo stesso generoso slancio e con la stessa gioia che il Santo, nel veder esaudita la sua preghiera da parte del Vicario di Cristo, irradiò sulla folla presente alla consacrazione della Porziuncola nell’annunciare la grazia concessa, Sua Santità Papa Leone XIV, Ministro della nostra fede e della nostra gioia, stabilisce che, dal 10 gennaio 2026, in concomitanza con la chiusura del Giubileo Ordinario, fino al 10 gennaio 2027, sia indetto uno speciale Anno di San Francesco, in cui ogni fedele cristiano sull’esempio del Santo di Assisi si faccia egli stesso modello di santità di vita e testimone costante di pace.
Per un più perfetto conseguimento delle finalità preposte, la Penitenzieria Apostolica, attraverso il presente Decreto emesso in conformità al volere del Sommo Pontefice, in occasione dell’Anno di San Francesco concede l’Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), applicabile anche in forma di suffragio per le anime del Purgatorio:
1) ai membri:
  • delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz’Ordine Regolare e Secolare;
  • degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e femminili, che osservino la Regola di San Francesco o siano ispirati alla sua spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma;
2) a tutti i fedeli indistintamente
che, con l’animo distaccato dal peccato, parteciperanno all’Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato a San Francesco o ad esso collegato per qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull’esempio di San Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi, a Santa Chiara e a tutti i Santi della Famiglia Francescana.
Gli anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa, potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria, premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l’intenzione di adempiere appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell’Anno di San Francesco, offrendo a Dio Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita.
Affinché una tale opportunità di conseguire la grazia divina attraverso il Potere delle Chiavi della Chiesa si attui più facilmente, questa Penitenzieria con fermezza chiede a tutti i sacerdoti, regolari e secolari, muniti delle opportune facoltà, di rendersi disponibili, con spirito pronto, generoso e misericordioso, alla celebrazione del Sacramento della Riconciliazione.
Il presente decreto è valido per l’Anno di San Francesco. Nonostante qualsiasi disposizione contraria.
Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 10 gennaio 2026, vigilia della Festa del Battesimo del Signore.

Angelo Card. De Donatis

Penitenziere Maggiore

 

 

+ Krzysztof Jozef Nykiel

            Reggente

 

 

 

 

 

 

  1. + S.

Prot. N. 03069/2025-1360/25/I

 

[1] Lettera enciclica di Frate Elia, a tutte le Province dell’Ordine, sulla morte di San Francesco, 7 (FF 311). 2 Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XI, 50.

[2] Francesco d’Assisi, Lettera a un ministro, 7-8 (FF 235)

Marzo 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/03/San_Francesco.jpg 574 550 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-03-12 15:00:102026-03-12 18:04:29GIUBILEO STRAORDINARIO OTTAVO CENTENARIO TRANSITO DI S. FRANCESCO
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QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Da Facebook – Mario Proietti

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Da Facebook – Mario Proietti

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Cari amici, Avvenire ha pubblicato il comunicato diffuso ai fedeli della parrocchia San Gottardo al Corso, firmato da Franco Agnesi, vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano. Il testo riferisce che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’Arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale e che “con oggi” non svolge più gli incarichi indicati nel comunicato.

Molti titoli hanno scelto una formula diversa, più sonora e più facile. Il comunicato parla di “sospendere il ministero presbiterale”. Sono espressioni differenti, con un peso differente, e chi ama la verità evita di gonfiare le parole per farle rendere di più in click. La stessa notizia è ripresa anche da Famiglia Cristiana e da la Repubblica.

Dentro il comunicato c’è una riga che merita di essere riportata senza commenti teatrali: «Carissimi, è doveroso condividere con voi che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale». C’è anche un orientamento pastorale chiaro, che chiude la porta al pettegolezzo: questa sofferenza può diventare occasione di preghiera e di affidamento al Signore, e la comunità è chiamata ad accompagnare chi ha camminato in questi anni.

Dentro questo clima si apre una domanda più ampia. Una domanda che riguarda tutti, non soltanto una persona. Quale equilibrio stiamo costruendo tra il sacerdozio e la scena pubblica? Quale rapporto stiamo creando tra l’annuncio di Cristo e la logica dei numeri? Quale cura offriamo ai doni che lo Spirito suscita nella giovinezza, quando quei doni diventano improvvisamente “progetto”, “format”, “personaggio”?

Qui la questione riguarda la trasformazione della freschezza in metodo dominante. La giovinezza, quando è custodita, diventa energia evangelica, capacità di vicinanza, linguaggio comprensibile, coraggio. Quando è caricata di attese sproporzionate, diventa esposizione, solitudine, prestazione continua, pressione identitaria. Il volto prende spazio. Il mistero arretra. E il sacerdote, che per vocazione è chiamato a rendere visibile Cristo, finisce col dover rendere visibile se stesso.

Il punto più delicato è che questa dinamica nasce spesso con intenzioni buone. Si desidera raggiungere chi è lontano. Si desidera parlare ai giovani. Si desidera usare strumenti contemporanei. La vita della Chiesa chiede creatività. La pastorale chiede linguaggi. La missione chiede coraggio. Poi entra in scena un elemento che cambia la natura del gioco: la logica della piattaforma, che premia impatto, semplificazione, ripetizione, presenza costante. È una logica che non si limita a diffondere un contenuto. Plasma il contenuto. Plasma la persona. Un ministero sacramentale, nato per la fedeltà quotidiana e per la vita nascosta, finisce in una forma di esposizione che non gli appartiene.

A quel punto emerge un rischio reale per la coscienza ecclesiale. Il sacerdote diventa segno ambiguo, spesso per dinamica. La comunità comincia a percepire che l’annuncio ha bisogno di un volto, come se il Vangelo fosse fragile e necessitasse di essere sostenuto da un personaggio. Quando il personaggio vacilla, molti si sentono traditi, confusi, delusi. La fede viene legata a una figura. La vita cristiana viene letta come esperienza emotiva. La conversione diventa difficile, perché la disciplina interiore richiede silenzio, tempo, gradualità, perseveranza. Tutto questo è poco compatibile con la pressione della performance.

La notizia, letta con delicatezza, ci porta a riconoscere una cosa: esiste un modo di “promuovere” un prete che non è custodia. Esiste un modo di applaudire che non è accompagnamento. Esiste un modo di lasciare spazio che non è guida. Quando guida e custodia vengono meno, anche la creatività più sincera rischia di scivolare verso la confusione. La creatività chiede criteri. La libertà chiede forma. La missione chiede disciplina spirituale.

Qui si comprende meglio anche un principio evangelico decisivo: «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16,13). La parola “ricchezza” riguarda anche il possesso dell’attenzione, del consenso, della visibilità. Il cuore umano si lega facilmente a ciò che dà gratificazione immediata. L’applauso crea dipendenza. La paura di sparire genera ansia. Il bisogno di conferma genera compromessi interiori. In questo senso la visibilità, quando diventa fine, assume la forma di una ricchezza. E la ricchezza, in qualunque forma, chiede un prezzo.

Nei mesi scorsi avevo già scritto due riflessioni su questa dinamica: una sul metodo e sul linguaggio, una sul sistema che espone e consuma. Oggi i fatti chiedono sintesi e criteri. Qui è in gioco l’equilibrio tra sacramento e personaggio. La lezione ecclesiale diventa concreta.

La Chiesa non ha bisogno di sacerdoti perfetti. Ha bisogno di sacerdoti custoditi. Ha bisogno di cammini di formazione che uniscano competenze comunicative, ascesi, studio, vita sacramentale stabile, direzione spirituale, fraternità sacerdotale reale. Ha bisogno di criteri pubblici e condivisi sull’uso dei social, come protezione. Ha bisogno di comunità che non trasformino un prete in un progetto personale. Ha bisogno di superiori e responsabili che accompagnino davvero, con presenza, correzione paterna, limiti chiari, tempi di riposo, responsabilità distribuite.

Il sacerdote non è un influencer. Il sacerdote è ministro dei misteri di Dio. Il suo compito è rendere trasparente Cristo, non costruire una marca personale. Il suo posto è l’altare, il confessionale, la visita ai malati, l’insegnamento paziente, la liturgia celebrata con fede, la carità vissuta senza spettacolo. I mezzi digitali possono servire tutto questo quando restano strumenti, quando restano secondari, quando rimandano alla vita reale della comunità e ai sacramenti, quando non assorbono l’identità del ministro.

Oggi la risposta più cristiana a questa vicenda resta semplice. Preghiera per il sacerdote coinvolto, senza curiosità e senza crudeltà. Cura dei fedeli che restano disorientati, soprattutto dei giovani, aiutandoli a distinguere tra Cristo e i suoi ministri. Decisione ecclesiale rinnovata: custodire i doni, ordinare la creatività, proteggere la giovinezza dalla strumentalizzazione, proteggere il sacerdozio dalla logica del personaggio.

Il Vangelo non cresce con la stessa legge degli algoritmi. Cresce come un seme. In silenzio, nel tempo, nella fedeltà. La Chiesa vince quando smette di inseguire consensi e torna a generare discepoli.

Febbraio 1, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/02/don-Rav.jpg 2100 1500 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-02-01 16:33:242026-02-07 17:34:54QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO
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