CONVOCAZIONE DIOCESANA

10, 11 e 12 Ottobre 2022

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La SS. TRINITA’


Papa Benedetto XVI in occasione della Solennità della SS. Trinità, nell’anno 2009, così si esprimeva:
«Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore».

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BUONA PENTECOSTE

PENTECOSTE

In origine era la festa ebraica che segnava l’inizio della mietitura e si celebrava 50 giorni dopo la Pasqua ebraica.

Gli Ebrei la chiamavano festa della mietitura e dei primi frutti; si celebrava il 50° giorno dopo la Pasqua ebraica e segnava l’inizio della mietitura del grano; nei testi biblici è sempre una festa agricola; in greco “Pentecoste” significa 50° giorno.

Lo scopo originario di questa ricorrenza era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai.

Nel Cristianesimo, invece, indica la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti insieme nel Cenacolo e la nascita della Chiesa.

Secondo quanto narrato in Atti 2,1-11, il giorno della festa di Pentecoste, mentre i discepoli di Gesù si trovavano tutti nello stesso luogo, sentirono un forte rumore e un vento impetuoso riempì la casa dove stavano, quindi videro qualcosa di simile a lingue di fuoco che si separavano e si posavano su ciascuno di loro; tutti i presenti furono ripieni di Spirito Santo e si misero a parlare in altre lingue (glossolalia).

La predicazione degli apostoli in altre lingue è un elemento nuovo e significa che il messaggio di Gesù non è destinato solo agli ebrei ma è universale.

La celebrazione liturgica della Pentecoste sembra risalire al I secolo, benché non ci sia prova che venisse osservata, a differenza della Pasqua; il versetto di 1 Cor 16,8 probabilmente si riferisce alla festa ebraica.

La ricorrenza della Pentecoste è detta anche Festa dello Spirito Santo e conclude le festività del Tempo pasquale.

La Pentecoste cade di domenica ed è celebrata non solo dalla Chiesa cattolica, ma anche dalla Chiesa ortodossa e dalle chiese protestanti.

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ASCENSIONE

La celebrazione dell’Ascensione è attestata alla fine del IV secolo. E’ una festa cristiana che si celebra quaranta giorni dopo la Pasqua e segna l’ ultimo incontro di Gesù con i suoi discepoli dopo la sua risurrezione. Da quel giorno in poi Cristo, non essendo più visibile fisicamente, assicura una nuova modalità di presenza soprattutto attraverso i sacramenti e la Chiesa.L’Ascensione è una verità di fede che è in comune anche con i cristiani ortodossi e protestanti.Questo mistero della vita di Gesù si riferisce al momento in cui Gesù fu elevato in cielo per tornare a vivere nella gloria divina.Una tradizione colloca il luogo dove avvenne l’Ascensione in cima al Monte degli Ulivi dove fu costruita una chiesa (foto n° 1) attorno alla pietra che avrebbe nascosto l’ultima impronta del piede di Gesù sulla terra prima della sua ascensione al cielo.L’Ascensione, infine, prefigura la vita eterna a cui ogni uomo è chiamato.


Edicola dell’Ascensione  (n. 1)  

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SETTIMANA SANTA

BREVE DESCRIZIONE DEL SIGNIFICATO DI

OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

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PRIMI APPROCCI alla

COSTITUZIONE LITURGICA

del 4-12-1963

Erano trascorsi solo pochi mesi dalla pubblicazione della Costituzione Liturgica quando mi fu assegnato, ancora studente di teologia, di scrivere una breve riflessione sulla

“Liturgia e la nuova Costituzione Liturgica”

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La Quaresima

 

Introduzione allo spirito della liturgia”

di Joseph Ratzinger.

(E’ un testo importante per gli addetti ai lavori e per tutti i laici interessati e desiderosi di comprendere meglio il significato e le finalità della liturgia).

“…L’uomo non può <<farsi>> da sé il proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra…. Ma la vera liturgia presuppone che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica una qualche forma di istituzione. Essa non può trarre origine dalla nostra fantasia, dalla nostra creatività, altrimenti rimarrebbe un grido nel buio o una semplice autoconferma… Di questa non arbitrarietà del culto vi sono nell’Antico Testamento numerose e impressionanti testimonianze. In nessun altro passo, però, questo tema si manifesta con tanta drammaticità come nell’episodio del vitello d’oro (o meglio, del torello).

Questo culto, guidato dal sommo sacerdote Aronne, non doveva affatto servire un idolo pagano. L’apostasia è più sottile. Essa non passa apertamente da Dio all’idolo, ma resta apparentemente presso lo stesso Dio: si vuole onorare il Dio che ha condotto Israele fuori dall’Egitto e si crede di poter rappresentare in modo appropriato la sua misteriosa potenza nell’immagine del torello. In apparenza tutto è in ordine e presumibilmente anche il rituale procede secondo le prescrizioni. E tuttavia è una caduta nell’idolatria. Due cose portano a questo cedimento, inizialmente appena percettibile. Da una parte la violazione del divieto delle immagini: non si riesce a mantenere la fedeltà al Dio invisibile, lontano e misterioso. Lo si fa scendere al proprio livello, riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità. In tal modo il culto non è più un salire verso di lui, ma un abbassamento di Dio alle nostre dimensioni: Egli deve essere lì dove c’è bisogno di Lui e deve essere così come si ha bisogno di Lui. L’uomo si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui. Con ciò si è già accennato alla seconda cosa: si tratta di un culto fatto di propria autorità. Se Mosè rimane assente a lungo e Dio diventa quindi inaccessibile, allora lo si porta al proprio livello. Questo culto diventa così una festa che la comunità si fa da sé; celebrandola, la comunità non fa che confermare se stessa… La danza intorno al vitello d’oro è l’immagine di questo culto che cerca se stesso, che diventa una sorta di banale autosoddisfacimento. La storia del vitello d’oro è un monito contro un culto realizzato a propria misura e alla ricerca di se stessi, in cui in definitiva non è più in gioco Dio, ma la costituzione, di propria iniziativa, di un piccolo mondo alternativo. Allora la liturgia diventa davvero un gioco vuoto. O, ancor peggio, un abbandono del Dio vivente camuffato sotto un manto di sacralità. Ma alla fine resta anche la frustrazione, il senso di vuoto. Non c’è più quell’esperienza di liberazione che ha luogo lì dove avviene un vero incontro con il Dio vivente.”

Ogni vera Comunità cristiana sa celebrare la Liturgia in modo vivo e partecipato.

“…nella Celebrazione eucaristica, le norme liturgiche siano osservate con grande fedeltà. …La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, nè del celebrante nè della comunità nella quale si celebrano i Misteri…Il sacerdote che celebra fedelmente la Messa secondo le norme liturgiche e la comunità che a queste si conforma dimostrano, in un modo silenzioso ma eloquente, il loro amore per la Chiesa”. (Ecclesia de Eucharistia n. 52)

 

 

GRAVI ABUSI NELLA LITURGIA

In questi giorni circolano su facebook video di celebrazioni liturgiche a dir poco discutibili; io le definirei oscene, dissacratorie o addirittura sacrileghe!

Nulla da ridire su liberi adattamenti previsti dalle leggi liturgiche ma…“est modus in rebus”.

Per chi è attento e sensibile a voler fare le cose come la Chiesa insegna per il bene delle nostre anime suggerisco di leggere quanto segue, tratto da un testo recente di Teologia dogmatica cattolica dal titolo “La Verità è sintetica” di Mauro Gagliardi.

Sono parole che ci aiutano a capire il significato e il valore della preghiera liturgica e a non cadere nell’errore di sentirci noi gli autori della Liturgia contro i quali Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium n. 94 si riferisce parlando con parole forti  di “mondanità spirituale”.