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QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Da Facebook – Mario Proietti

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Da Facebook – Mario Proietti

QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

Cari amici, Avvenire ha pubblicato il comunicato diffuso ai fedeli della parrocchia San Gottardo al Corso, firmato da Franco Agnesi, vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano. Il testo riferisce che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’Arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale e che “con oggi” non svolge più gli incarichi indicati nel comunicato.

Molti titoli hanno scelto una formula diversa, più sonora e più facile. Il comunicato parla di “sospendere il ministero presbiterale”. Sono espressioni differenti, con un peso differente, e chi ama la verità evita di gonfiare le parole per farle rendere di più in click. La stessa notizia è ripresa anche da Famiglia Cristiana e da la Repubblica.

Dentro il comunicato c’è una riga che merita di essere riportata senza commenti teatrali: «Carissimi, è doveroso condividere con voi che don Alberto Ravagnani ha comunicato all’arcivescovo la decisione di sospendere il ministero presbiterale». C’è anche un orientamento pastorale chiaro, che chiude la porta al pettegolezzo: questa sofferenza può diventare occasione di preghiera e di affidamento al Signore, e la comunità è chiamata ad accompagnare chi ha camminato in questi anni.

Dentro questo clima si apre una domanda più ampia. Una domanda che riguarda tutti, non soltanto una persona. Quale equilibrio stiamo costruendo tra il sacerdozio e la scena pubblica? Quale rapporto stiamo creando tra l’annuncio di Cristo e la logica dei numeri? Quale cura offriamo ai doni che lo Spirito suscita nella giovinezza, quando quei doni diventano improvvisamente “progetto”, “format”, “personaggio”?

Qui la questione riguarda la trasformazione della freschezza in metodo dominante. La giovinezza, quando è custodita, diventa energia evangelica, capacità di vicinanza, linguaggio comprensibile, coraggio. Quando è caricata di attese sproporzionate, diventa esposizione, solitudine, prestazione continua, pressione identitaria. Il volto prende spazio. Il mistero arretra. E il sacerdote, che per vocazione è chiamato a rendere visibile Cristo, finisce col dover rendere visibile se stesso.

Il punto più delicato è che questa dinamica nasce spesso con intenzioni buone. Si desidera raggiungere chi è lontano. Si desidera parlare ai giovani. Si desidera usare strumenti contemporanei. La vita della Chiesa chiede creatività. La pastorale chiede linguaggi. La missione chiede coraggio. Poi entra in scena un elemento che cambia la natura del gioco: la logica della piattaforma, che premia impatto, semplificazione, ripetizione, presenza costante. È una logica che non si limita a diffondere un contenuto. Plasma il contenuto. Plasma la persona. Un ministero sacramentale, nato per la fedeltà quotidiana e per la vita nascosta, finisce in una forma di esposizione che non gli appartiene.

A quel punto emerge un rischio reale per la coscienza ecclesiale. Il sacerdote diventa segno ambiguo, spesso per dinamica. La comunità comincia a percepire che l’annuncio ha bisogno di un volto, come se il Vangelo fosse fragile e necessitasse di essere sostenuto da un personaggio. Quando il personaggio vacilla, molti si sentono traditi, confusi, delusi. La fede viene legata a una figura. La vita cristiana viene letta come esperienza emotiva. La conversione diventa difficile, perché la disciplina interiore richiede silenzio, tempo, gradualità, perseveranza. Tutto questo è poco compatibile con la pressione della performance.

La notizia, letta con delicatezza, ci porta a riconoscere una cosa: esiste un modo di “promuovere” un prete che non è custodia. Esiste un modo di applaudire che non è accompagnamento. Esiste un modo di lasciare spazio che non è guida. Quando guida e custodia vengono meno, anche la creatività più sincera rischia di scivolare verso la confusione. La creatività chiede criteri. La libertà chiede forma. La missione chiede disciplina spirituale.

Qui si comprende meglio anche un principio evangelico decisivo: «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16,13). La parola “ricchezza” riguarda anche il possesso dell’attenzione, del consenso, della visibilità. Il cuore umano si lega facilmente a ciò che dà gratificazione immediata. L’applauso crea dipendenza. La paura di sparire genera ansia. Il bisogno di conferma genera compromessi interiori. In questo senso la visibilità, quando diventa fine, assume la forma di una ricchezza. E la ricchezza, in qualunque forma, chiede un prezzo.

Nei mesi scorsi avevo già scritto due riflessioni su questa dinamica: una sul metodo e sul linguaggio, una sul sistema che espone e consuma. Oggi i fatti chiedono sintesi e criteri. Qui è in gioco l’equilibrio tra sacramento e personaggio. La lezione ecclesiale diventa concreta.

La Chiesa non ha bisogno di sacerdoti perfetti. Ha bisogno di sacerdoti custoditi. Ha bisogno di cammini di formazione che uniscano competenze comunicative, ascesi, studio, vita sacramentale stabile, direzione spirituale, fraternità sacerdotale reale. Ha bisogno di criteri pubblici e condivisi sull’uso dei social, come protezione. Ha bisogno di comunità che non trasformino un prete in un progetto personale. Ha bisogno di superiori e responsabili che accompagnino davvero, con presenza, correzione paterna, limiti chiari, tempi di riposo, responsabilità distribuite.

Il sacerdote non è un influencer. Il sacerdote è ministro dei misteri di Dio. Il suo compito è rendere trasparente Cristo, non costruire una marca personale. Il suo posto è l’altare, il confessionale, la visita ai malati, l’insegnamento paziente, la liturgia celebrata con fede, la carità vissuta senza spettacolo. I mezzi digitali possono servire tutto questo quando restano strumenti, quando restano secondari, quando rimandano alla vita reale della comunità e ai sacramenti, quando non assorbono l’identità del ministro.

Oggi la risposta più cristiana a questa vicenda resta semplice. Preghiera per il sacerdote coinvolto, senza curiosità e senza crudeltà. Cura dei fedeli che restano disorientati, soprattutto dei giovani, aiutandoli a distinguere tra Cristo e i suoi ministri. Decisione ecclesiale rinnovata: custodire i doni, ordinare la creatività, proteggere la giovinezza dalla strumentalizzazione, proteggere il sacerdozio dalla logica del personaggio.

Il Vangelo non cresce con la stessa legge degli algoritmi. Cresce come un seme. In silenzio, nel tempo, nella fedeltà. La Chiesa vince quando smette di inseguire consensi e torna a generare discepoli.

Febbraio 1, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2026/02/don-Rav.jpg 2100 1500 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-02-01 16:33:242026-02-07 17:34:54QUANDO IL PERSONAGGIO DIVORA IL MINISTERO

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