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MARIA, MADRE DEL PRESBITERO

 

MARIA, MADRE DEL PRESBITERO

12 maggio 2026

Ritiro presbiterio Arcidiocesi di Campobasso-Bojano

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,25-27)

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Carissimi, prima di iniziare questo nostro momento di riflessione e di preghiera, permettetemi di salutare e ringraziare il vostro Arcivescovo, Mons. Biagio Colaianni, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare negli anni in cui sono stato pastore della Chiesa di Matera-lrsina. Con lui ho avuto modo di condividere tanti momenti significativi per la vita di quella Chiesa come pure della Regione ecclesiastica nel tempo in cui è stato Rettore del Seminario maggiore interdiocesano.

Sono lieto di ritrovarmi oggi qui con voi per una giornata di spiritualità e di ritiro alla scuola di Maria, madre del presbitero.

INTRODUZIONE

Parlare di Maria a un presbiterio non significa aggiungere un tema devozionale alla spiritualità sacerdotale. Significa, piuttosto, tornare a una dimensione essenziale del ministero: il rapporto con Cristo accolto, custodito, generato, offerto e consegnato.

Maria non è una figura esterna al ministero del presbitero, non perché il presbitero ripeta la sua maternità in modo identico, ma perché ogni ministero ordinato è chiamato a lasciarsi formare da ciò che in Maria appare in modo compiuto: la disponibilità alla Parola, la custodia del mistero, la prossimità ai fratelli e alle sorelle, la fedeltà nell’ora della croce, l’attesa dello Spirito con la Chiesa nascente.

Il presbitero non è soltanto uomo della Parola, dell’altare e della comunità. E anche uomo della custodia e Maria è la donna che custodisce.

Maria, infatti, non possiede Cristo, lo riceve, non lo trattiene, lo dona. Maria non possiede il mistero, lo serve, non fugge dalla croce, vi rimane. Non precede la Chiesa come padrona, la accompagna come madre. In questo senso Maria diventa per il presbitero non solo oggetto e motivo di venerazione, ma scuola di ministero.

  1. MARIA E LA CHIAMATA: DAVANTI AL MISTERO CHE Cl SUPERA

La prima sosta è Nazaret.

Maria è raggiunta da una parola che la precede e la supera: «Rallegrati, piena di grazia». La sua vocazione non nasce da un progetto personale, ma da un’iniziativa di Dio. Ella viene chiamata dentro una storia più grande di lei. Così è anche per il presbitero. Nessun sacerdote si dà da sé il ministero, nessuno si costituisce da sé ministro del Vangelo. La vocazione è sempre ricevuta. Prima di una funzione da esercitare, il presbiterato è una chiamata che supera la persona chiamata. Maria si turba, non capisce subito, si domanda che senso abbia quel saluto. Tuttavia, il suo turbamento non diventa fuga, si trasforma, invece, in ascolto. Troviamo qui una prima indicazione per il presbitero: davanti alla sproporzione tra il dono ricevuto e la propria povertà, non bisogna fuggire, né irrigidirsi, né pretendere di capire tutto. Occorre stare in ascolto. Il presbitero, come Maria, vive dentro una sproporzione permanente: porta una parola che lo supera, celebra misteri più grandi di lui, accompagna vite che non può possedere, serve una Chiesa che non gli appartiene pienamente. La prima forma di spiritualità sacerdotale è accettare questa sproporzione senza trasformarla in ansia, in bisogno di controllo o in atteggiamento autoreferenziale. Maria risponde: «Avvenga per me secondo la tua parola». Il presbitero vive ogni giorno dentro questo “avvenga”

MARIA E LA PAROLA: IL PRESBITERO COME UOMO DELL’ASCOLTO

Maria non è anzitutto colei che parla. È, piuttosto, colei che ascolta.

La sua grandezza nasce dall’accoglienza della Parola. Prima di generare Cristo nel corpo, lo accoglie nella fede. La maternità di Maria è radicata nell’ascolto. Questo è decisivo per il presbitero. Il sacerdote è uomo della Parola non semplicemente perché la proclama, la spiega o la predica. E uomo della Parola se prima si lascia giudicare, consolare, ferire e convertire da essa. Il rischio del ministero è usare la Parola senza lasciarsene raggiungere, commentarla senza ascoltarla, predicarla agli altri senza permettere che essa lavori dentro di noi. Maria insegna un’altra via: custodire.  «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Questo versetto dovrebbe appartenere alla grammatica profonda del presbitero. Il prete ha bisogno di un cuore che custodisce, non solo di una mente che organizza e di una voce che annuncia. Custodire significa non consumare subito ciò che accade, significa non ridurre tutto a materiale pastorale, significa permettere agli eventi, alle persone, alle ferite, alle domande, di diventare luogo di ascolto di Dio. Il presbitero che non custodisce diventa superficiale mentre il presbitero che custodisce diventa sapiente.

  1. MARIA E IL CORPO Dl CRISTO: IL PRESBITERO TRA EUCARISTIA E POPOLO

Maria dà carne al Verbo.

Il presbitero non genera Cristo secondo la carne, ma è posto nella Chiesa perché Cristo continui a donarsi sacramentalmente al suo popolo. In particolare, nell’Eucaristia, il presbitero serve il mistero del Corpo dato e del Sangue versato. Qui il rapporto con Maria diventa profondissimo. Se Maria ha portato nel suo grembo il corpo di Cristo, il presbitero porta tra le mani il corpo eucaristico di Cristo, Se Maria ha dato al mondo il Figlio, il presbitero lo consegna alla Chiesa nel sacramento. Questo parallelismo va trattato con delicatezza, senza confondere maternità divina e ministero ordinato. Tuttavia, esso illumina il modo in cui il presbitero deve stare davanti all ‘Eucaristia: non da funzionario del rito,  non da proprietario del sacro,  non da semplice presidente dell’assemblea,  ma da uomo che trema davanti al dono. Maria insegna al presbitero la riverenza davanti al Corpo di Cristo e gli ricorda che il Corpo di Cristo non è solo quello eucaristico, ma anche quello ecclesiale: il popolo affidato, i poveri, i malati, gli anziani, i giovani, i peccatori, i feriti, i lontani. Il sacerdote che celebra il Corpo eucaristico non può disprezzare il corpo ecclesiale. Il sacerdote che prende tra le mani l’ostia non può trattare con durezza le membra vive di Cristo. Maria educa il presbitero a una tenerezza eucaristica.

  1. MARIA E NAZARET: IL PRESBITERO NELLA VITA NASCOSTA

Una grande parte della vita di Maria si svolge nel nascondimento di Nazaret.

Dopo le parole grandi dell’angelo, dopo la nascita, dopo i segni e le profezie, vengono anni ordinari, silenziosi, quotidiani. Il Figlio dell’Altissimo vive nella casa, nella bottega, nei gesti ripetuti, nel lavoro, nella normalità. Anche il ministero presbiterale è fatto in gran parte di Nazaret. Carissimi, non dimentichiamo che: non tutto è evento che conosce gli onori della cronaca,  non tutto è celebrazione solenne,  non tutto è visibile,  non tutto è riconosciuto. C’è una santità sacerdotale che passa dalla fedeltà alle cose ordinarie: preparare un’omelia, ascoltare una persona, visitare un malato, celebrare anche quando si è stanchi, rispondere con pazienza, abitare una canonica, condividere la vita di una comunità, portare nel cuore nomi e situazioni. Maria insegna al presbitero a non disprezzare il quotidiano. Il presbitero può essere tentato di cercare sempre il momento forte, il risultato evidente, il riconoscimento, il segno immediato di fecondità. Nazaret invece ricorda che il Regno matura spesso nel nascondimento. Il prete fedele nelle cose ordinarie diventa luogo in cui il mistero di Dio si rivela.

  1. MARIA E CANA: IL PRESBITERO COME INTERCESSORE

A Cana, Maria vede ciò che manca: «Non hanno vino».

Questa è una parola tipicamente sacerdotale. Il presbitero è chiamato a vedere ciò che manca al suo popolo: manca la gioia, manca la pace, manca il perdono, manca la fiducia, manca il gusto della fede, manca talvolta il desiderio di Dio. Maria, però, non trasforma la mancanza in lamento, la trasforma, invece, in intercessione. Questa è una lezione decisiva per il presbitero. Il prete non è chiamato anzitutto a lamentarsi del popolo, della società, dei giovani, della Chiesa, dei tempi difficili. È chiamato a portare tutto davanti a Cristo. Maria non dice ai servi: “Avete sbagliato “. Non dice agli sposi: “Vi siete organizzati male Non fa discorsi sulla crisi del vino. Dice a Gesù: «Non hanno vino». Il presbitero diventa veramente pastore quando smette di essere commentatore lamentoso delle mancanze e diventa intercessore costante e fedele. E poi Maria aggiunge: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Anche qui appare il cuore del ministero ordinato: orientare a Cristo. Il presbitero non deve attirare a sé, ma condurre a Cristo, non deve occupare il centro della festa, ma permettere che il Signore compia il segno. Il prete, come Maria, serve la gioia degli altri restando decentrato.

  1. MARIA E LA CRISI: IL PRESBITERO DAVANTI AL NON COMPRENDERE

 Nel Vangelo Maria attraversa più volte il non comprendere:

  • non comprende fino in fondo il saluto dell’angelo, non comprende pienamente la parola di Simeone, non comprende la risposta di Gesù dodicenne nel tempio,
  • non comprende forse tutte le distanze che il Figlio introduce durante la vita pubblica.

Non comprende, eppure non interrompe il cammino. Il presbitero deve fare i conti con molti momenti di non comprensione: non comprende alcune svolte della propria vita, alcune obbedienze, alcune fatiche comunitarie, alcune sterilità pastorali, alcune crisi della Chiesa, alcune proprie fragilità. Maria non gli offre una scorciatoia, ma un atteggiamento: custodire senza pretendere di possedere tutto. C’è una maturità sacerdotale che nasce quando il presbitero smette di voler controllare ogni cosa e accetta di vivere davanti a Dio anche con domande aperte. Non tutto ciò che non capiamo è contro di noi, non tutto ciò che ci supera è una minaccia, non tutto ciò che ci destabilizza è una perdita. A volte Dio allarga il cuore del presbitero proprio attraverso ciò che non gli permette di capire subito.

  1. MARIA E LA CROCE: IL PRESBITERO CHE SA STARE

Sotto la croce, Maria sta.

Giovanni non usa molte parole, non spiega i sentimenti di Maria, non interpreta il suo dolore. Dice semplicemente: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre…». Questo verbo è una scuola per il presbitero. Il ministero chiede di stare: stare davanti al dolore,  stare accanto ai morenti,  stare vicino alle famiglie ferite,  stare nelle comunità divise,  stare quando non si è capiti,  stare quando non si vedono frutti,  stare quando la propria vocazione è attraversata dalla prova. Il presbitero non è credibile perché ha una risposta per tutto. È credibile, invece, quando non fugge. Maria sotto la croce non risolve il dolore del Figlio, non lo sottrae alla morte, non spiega il mistero. Sta. Questa è una forma altissima di ministero. Ci sono momenti in cui il prete non può fare altro che rimanere: davanti al feretro di un ragazzo, in una stanza di ospedale, nel silenzio di una persona distrutta, nella fatica di una comunità, nella propria notte interiore. Stare è una forma di amore, stare è una forma di fede, stare è la forma più alta del ministero.

  1. MARIA E GIOVANNI: IL PRESBITERO AFFIDATO ALLA MADRE

Sulla croce Gesù dice al discepolo: «Ecco tua madre».

Questa parola non riguarda solo la pietà personale, riguarda invece l’identità ecclesiale del discepolo. Il discepolo amato riceve Maria nella propria vita.

Anche il presbitero deve ricevere Maria non come ornamento devozionale, ma come presenza materna che custodisce il suo rapporto con Cristo e con la Chiesa. Il sacerdote ha bisogno di una madre perché il ministero, senza maternità, rischia di diventare rigido, funzionale, solitario.

Maria aiuta il presbitero a non diventare sterile affettivamente:

lo educa alla tenerezza senza sentimentalismo,  lo custodisce dalla freddezza pastorale,  lo richiama alla purezza del cuore,

lo accompagna nelle solitudini del ministero,  lo rimette sempre davanti a Cristo.

Accogliere Maria nella propria casa, come fece il discepolo amato, significa lasciarle spazio nella propria vita spirituale, nel proprio modo di pregare, di celebrare, di guardare la gente, di vivere la Chiesa.

Un presbitero mariano non è semplicemente un prete che recita preghiere mariane. E un prete che impara da Maria il modo di stare davanti a Cristo e davanti al popolo.

  1. MARIA NEL CENACOLO: IL PRESBITERO UOMO Dl COMUNIONE

Dopo la Pasqua, Maria è nel Cenacolo con gli apostoli, in attesa dello Spirito.

Maria non si sostituisce agli apostoli, non prende il loro posto, non esercita il loro ministero ma sta con loro, prega con loro, custodisce la comunione, accompagna l’attesa.

Proprio la presenza di Maria nel cenacolo illumina il presbiterio.

Il prete non è ordinato per vivere isolato: il ministero presbiterale è personale, ma non individualistico. Ogni presbitero appartiene a un presbiterio, vive in relazione al vescovo, cammina con altri fratelli, porta con loro la responsabilità della Chiesa locale.

Maria nel Cenacolo ricorda ai presbiteri che lo Spirito viene su una comunità raccolta, non su individui autosufficienti: il presbitero isolato si impoverisce, il presbitero autoreferenziale diventa cinico, il presbitero senza fraternità rischia di leggere tutto solo attraverso la propria fatica.

Maria custodisce gli apostoli nel tempo dell’attesa. Custodisce anche noi quando dobbiamo imparare di nuovo a essere Chiesa, a essere fratelli, a pregare insieme, a non vivere il ministero come una corsa solitaria.

CONCLUSIONE

 

Maria non è soltanto donna della speranza. Per il presbitero è madre, scuola e specchio:

è madre, perché Gesù stesso l’ha affidata al discepolo,  è scuola, perché insegna l’ascolto, la custodia, il servizio, I ‘intercessione e la fedeltà,  è specchio, perché mostra al presbitero ciò che egli è chiamato a diventare: uomo abitato dalla Parola, servo del Corpo di Cristo, pastore capace di tenerezza, discepolo che resta sotto la croce, fratello che attende lo Spirito con la Chiesa.

Il presbitero guarda Maria non per uscire dal proprio ministero, ma per entrarvi più profondamente.

Da Maria impara che Cristo non lo si possiede, ma lo si accoglie, non lo si trattiene, ma lo si dona, non lo si usa, ma lo si serve, non lo si annuncia senza prima custodirlo nel cuore.

Per questo ogni presbitero può chiedere a Maria non solo di proteggerlo, ma di formarlo. A cosa dobbiamo essere formati?

Abbiamo bisogno di formarci all’ascolto, alla custodia, alla tenerezza pastorale, alla fedeltà nella prova, alla comunione con i fratelli, a portare Cristo senza metterci al suo posto.

Così il ministero presbiterale, alla scuola di Maria, ritrova la sua forma più evangelica: essere totalmente di Cristo per essere totalmente della Chiesa.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE l, Vivo il mio ministero come qualcosa che possiedo o come un dono ricevuto?

  1. Sono ancora uomo dell’ascolto o mi limito a parlare della Parola?
  2. Come celebro e custodisco il Corpo di Cristo nell’Eucaristia e nel popolo affidato?
  3. Quale “Nazaret” del mio ministero faccio fatica ad accogliere?
  4. Davanti alle mancanze della mia comunità, prevale in me il lamento o l’intercessione?
  5. Quali situazioni non comprendo e sono chiamato a custodire nel cuore?
  6. Dove il Signore mi chiede oggi semplicemente di stare?
  7. Che posto reale ha Maria nella mia vita sacerdotale?
  8. Vivo il presbiterio come comunione o come somma di cammini individuali?
  9. Che cosa chiedo a Maria per il mio ministero in questa stagione della vita?

 

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

  1. Vivo il mio ministero come qualcosa che possiedo o come un dono ricevuto?
  2. Sono ancora uomo dell’ascolto o mi limito a parlare della Parola?
  3. Come celebro e custodisco il Corpo di Cristo nell’Eucaristia e nel popolo affidato?
  4. Quale “Nazaret” del mio ministero faccio fatica ad accogliere?
  5. Davanti alle mancanze della mia comunità, prevale in me il lamento o l’intercessione?
  6. Quali situazioni non comprendo e sono chiamato a custodire nel cuore?
  7. Dove il Signore mi chiede oggi semplicemente di stare?
  8. Che posto reale ha Maria nella mia vita sacerdotale?
  9. Vivo il presbiterio come comunione o come somma di cammini individuali?
  10. Che cosa chiedo a Maria per il mio ministero in questa stagione della vita?

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