
DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDEVENITE AD MEConsiderazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca Indice Introduzione Capitolo I L’annuncio dell’amore del Padre Capitolo II La luce della fede Forme di trasmissione della fede La famiglia La comunità ecclesiale Capitolo III Il cambiamento d’epoca La crisi della trasmissione della fede Una nuova cultura diffusa Le tecnologie digitali Nuove frontiere dell’evangelizzazione Capitolo IV La centralità del kerygma Suscitare un’esperienza di fede La questione del linguaggio La formazione cristiana Capitolo V La trasmissione della fede nelle comunità Liturgia Il ruolo della testimonianza Arte e bellezza Le fasi della vita Capitolo VI Fede e cultura Capitolo VII Alcune attenzioni specifiche Capitolo VIII Testimonianze Dall’abisso della dipendenza alla libertà dell’incontro con Cristo Il “risveglio” del kerygma: ruolo della famiglia e della preghiera La testimonianza della carità, della cultura e della bellezza Conclusione 1. [Venite ad me] «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Il Signore Gesù Cristo presenta se stesso come fonte di ristoro profondo di fronte alle stanchezze e alle fatiche del cuore umano. In questa prospettiva, la trasmissione della fede appare come un incontro, nel quale Cristo si fa prossimo a ogni persona nella concretezza della sua vita, donandole quella vera pace che solo in Lui è possibile trovare.Introduzione2. Gesù è la luce vera del mondo e chi crede in Lui, il Risorto vivente, vince le tenebre della morte e vive grazie alla luce della vita (cf. Gv 1, 6-9; 8,12). Questa è la fede della Chiesa e questa è la fede che ogni credente è chiamato a diffondere sino ai confini della terra. Un tale impegno – quello della trasmissione della fede, declinato sotto le condizioni socio-culturali attuali – è al centro delle presenti Considerazioni.3. Tale responsabilità di ogni credente in Cristo luce vera del mondo rappresenta un argomento di grande attualità per la vita e la missione della Chiesa. Il Dicastero era stato più volte sollecitato da Papa Francesco a offrire una riflessione su di esso e aveva attivato la prassi ordinaria per giungere alle presenti Considerazioni. Gli eventi recenti, specialmente l’arrivo al soglio pontificio di Papa Leone XIV, la celebrazione del Giubileo, così come la prospettiva del prossimo Giubileo della Redenzione del 2033, sono come uno stimolo ulteriore per procedere più celermente nella stesura del documento.4. Le presenti Considerazioni vorrebbero fondamentalmente rilanciare all’intera comunità ecclesiale l’invito che il Santo Padre Leone XIV ha rivolto ai Vescovi italiani, incontrandoli nel giugno del 2025: «Innanzitutto, è necessario uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede. Si tratta di porre Gesù Cristo al centro sia dell’annuncio che dell’esistenza e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma. Questo è il primo grande impegno che motiva tutti gli altri»[1]. Pertanto, come osserva ancora il Santo Padre, «l’evangelizzazione deve misurarsi oggi, in modo particolare, anche con mutate condizioni e dinamiche nella trasmissione della fede di generazione in generazione. In alcune regioni del mondo questa trasmissione si è pressoché interrotta, e ciò richiede la capacità di farsi carico di nuove sfide»[2]. L’obiettivo specifico del documento è, di conseguenza, quello di offrire sia una specifica riflessione sia il suggerimento di percorsi concreti per un annuncio del kerygma nel cambiamento d’epoca che stiamo attraversando.5. Un tale annuncio è quello che è capace di risvegliare la fede in chi non la pratica più da tempo (si pensi in particolare al mondo degli adulti e delle nuove generazioni) o di promuovere un’esperienza di fede (fides qua) in chi non ha ancora conosciuto il Cristo, senza entrare nel lavoro specifico della catechesi e della formazione dei credenti, entrambe chiamate ad offrire anche un’ordinata e graduale introduzione alla dottrina della Chiesa (fides quae). La riflessione contenuta nelle presenti Considerazioni circa la fides qua precede la questione circa una trasmissione del depositum fidei, che questo documento non pretende di affrontare in modo esaustivo.6. Nel portare avanti la stesura di queste Considerazioni, è stato davvero prezioso il contributo di tante Conferenze Episcopali Nazionali, che hanno con grande sollecitudine risposto alla richiesta del Dicastero di inviare materiali relativi al tema della trasmissione della fede.7. Di particolare rilevanza risultano le testimonianze, inviateci dai Vescovi, di chi ha scoperto o riscoperto – da giovane adulto o già da adulto – il Signore Gesù e il Suo Vangelo. Molte di esse vengono riportate nell’ultimo capitolo delle presenti Considerazioni.8. Un’ultima precisazione riguarda il genere del documento, che è quello delle Considerazioni e non una Nota dottrinale. Il suo scopo, infatti, è principalmente quello di stimolare la riflessione ecclesiale e l’impegno pastorale attorno alla trasmissione della fede. Per questo, si prende in esame nel testo una pluralità di punti di vista, senza però la pretesa di chiudere la questione, la quale rimane aperta a ulteriori analisi e sviluppi. Ciò significa che queste Considerazioni non si caratterizzano, come altri testi del Dicastero per la Dottrina della Fede, per la definizione del linguaggio e la sistematicità della trattazione, ma ammettono uno stile più discorsivo, come emerge soprattutto nella citata sezione dedicata alle testimonianze[3].Capitolo I L’annuncio dell’amore del Padre9. Parlando della missione del Battista, l’evangelista Giovanni lo qualifica come il testimone della luce, come colui che deve portare la propria testimonianza alla luce vera, a quella luce che sola ha il potere di illuminare ogni essere umano (cf. Gv 1,6-9). Questa luce vera ha il nome di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per la salvezza del mondo. Egli è, in definitiva, la «luce vera del mondo» e chiunque si pone dietro ai suoi passi non si perderà mai nelle tenebre, ma troverà sempre dentro di sé la piena luce della vita (cf. Gv 8,12). Questo è il centro di tutto il cristianesimo ed è anche la spinta che induce i credenti a trasmettere in ogni tempo – anche nel nostro – la fede che vivono.10. Gesù è realmente la luce vera che illumina ogni essere umano perché ciò che nessuno aveva mai visto né potuto vedere, egli, lo ha rivelato: l’amore incondizionato che abita nel cuore di Dio-Trinità. Questa è la buona notizia del Vangelo del Figlio: Dio è per sempre e per tutti amore (cf. 1Gv 4,8). È Padre, Figlio e Spirito Santo. Tale buona notizia, e sino a Gesù inedita, è ora in grado di condurci alla piena salvezza e felicità, e, allo stesso tempo, per la grazia dello Spirito Santo, di evidenziare e purificare tutto ciò che può essere di ostacolo alla vita nuova che essa dischiude.11. Più radicalmente ancora, Gesù annuncia la verità che, per questo amore del Padre, non esiste alcuno spazio umano segnato dal fallimento o dal peccato che non possa essere reintegrato alla sua originaria destinazione. Anzi, grazie all’azione continua dello Spirito Santo, che agisce in modi a lui noti[4], la luce e la potenza di quell’amore sono sempre a disposizione di chiunque in ogni tempo e in ogni luogo. Chi accoglie questa rivelazione abbandona per sempre il regno delle tenebre, aprendosi finalmente alla luce della vita e ad una vita di luce.12. Proprio per questa ragione, tutta l’esistenza di Gesù è attraversata dal desiderio di illuminare con la buona notizia del Dio per sempre amore ogni essere umano. Egli va così con cuore aperto e libero incontro agli altri e si lascia raggiungere da essi. Si pone sulle orme dell’uomo e della donna del suo tempo e si lascia incontrare da loro. Chi lo cerca lo trova, e se lo cerca è perché è già stato raggiunto da Cristo (cf. Fil 3,12). Gesù non pone ostacoli tra sé e la gente. È sempre attento, sempre presente, mai distratto. E la sua parola non risulta mai astratta. Egli vuole continuamente indirizzare il cuore e la mente di tutti alla luce vera dell’amore del Padre, della sua misericordia, che sono un amore e una misericordia semplicemente per la vita buona di tutti. Nessuno escluso. La vita di ciascuno è degna di essere vissuta in pienezza.13. Coloro, poi, che si aprono alla luce della rivelazione dell’amore di Dio ricevono da Gesù una parola di perdono, una parola di liberazione, una parola di amore, una parola di libertà, una parola di vita, una parola di speranza (cf. Lc 4,18-19). Gesù sollecita in tutti coloro che gli vanno incontro e si aprono a Lui con cuore sincero un moto di rinnovato interesse e amore per la vita: per la propria vita, per quella degli altri e per la vita di tutto ciò che esiste (cf. Gv 14,6). L’amore di Dio riconduce ogni uomo ed ogni donna alle ragioni buone del proprio essere al mondo.14. Con questo nella mente e nel cuore, il Gesù che gli Evangelisti raccontano è sempre in cammino. Non attende. Non crea un proprio santuario o una scuola. Si muove, viaggia. Entra nei villaggi e nelle città del suo popolo e del suo tempo. Si intrattiene con la gente semplice, ma anche con coloro che hanno posizioni di potere pubblico, religioso o politico. Attraverso questi gesti e queste parole, Gesù porta a compimento la rivelazione affidata al popolo di Israele (cf. Mt 4,12-17; Mc 1,14-15; Lc 3,21-22).15. Colpisce in modo particolare la maniera in cui Gesù proclama l’evangelo del Dio per sempre e per tutti amore. Numerosi sono, nella sua predicazione, i riferimenti alla vita quotidiana della gente, al regno degli animali e al mondo degli alberi, delle piante e dei fiori, così come abbondano quelli ai mestieri del suo tempo, alla preparazione del cibo e ai giochi dei bambini. Gesù mostra pure una notevole conoscenza dell’uso dei numeri e attinge frequentemente alla costruzione degli edifici o ai fenomeni meteorologici; conosce le monete del suo tempo e ha una profonda familiarità con i diversi gruppi religiosi presenti all’epoca e in vario modo legati all’ebraismo. È davvero un uomo che “guarda” con piena attenzione e invita costantemente tutti a “guardare” con lo stesso sguardo la trama della creazione e della storia umana. Questa è, in verità, la sua incrollabile certezza: quando il cuore è sgombro da ogni egoismo e inutile affanno, si possono riconoscere le orme dell’amore di Dio anche nel più piccolo e all’apparenza insignificante evento (cf. Lc 12,22-34), ed è proprio questo stesso amore che lo porta a esprimersi attraverso il linguaggio della vita quotidiana della gente.16. Non sorprende, allora, che una tale predicazione, mentre facilmente conquista il cuore della gente semplice che la sente così vicina e familiare, sconcerti e, in certa misura, inquieti coloro che detengono il potere politico e religioso del tempo. È come una luce capace di mostrare ogni possibile uso e abuso di quel potere: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così» (Mt 20,25-26); «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili» (Lc 11,46).17. Nel compiere la sua missione, Gesù non si limita al solo annuncio dell’incondizionato amore di Dio. Egli rende concreta testimonianza a quell’amore attraverso una particolare predilezione per tutti coloro che non attendono quasi più nulla da nessuno: né dai loro parenti, né dai loro amici, né dai loro connazionali, né dai loro correligionari e forse neppure dal Dio dell’Alleanza dei Padri. A causa della loro condizione di sofferenza, causata da malattie incurabili o da tragici rovesci della sorte, queste persone sono spesso considerate “gli ultimi” della società. Eppure sono proprio loro a diventare “i primi” nel cuore del Signore Gesù (cf. Mt 20,16). Sono infatti questi “ultimi/primi” coloro che, più di tutti gli altri, Gesù invita ad avvicinarsi alla luce che illumina ogni uomo e ogni donna, cioè alla luce dell’amore del Padre. È così che, con la sua vicinanza, con le sue parole e con i suoi miracoli, Gesù riaccende in loro la speranza di poter avere ancora speranza, la fiducia di poter aver ancora fiducia, la possibilità di avere ancora possibilità. Compie in loro il prodigio di poter credere ancora in un miracolo per la propria esistenza.18. Nel corso della sua predicazione, Gesù entra poi quasi inevitabilmente in conflitto con una società religiosa e politica che faceva della Legge di Mosè il suo fondamento strutturale, ma nella cui applicazione concreta spesso prevalevano atteggiamenti di divisione e di esclusione. Mentre il Padre suo che è nei cieli fa sorgere il sole sugli uni e sugli altri (cf. Mt 5,45) e fa pure scendere la pioggia sugli uni e sugli altri, la discriminazione e la separazione delle persone costituivano un tratto molto diffuso nell’ambiente politico e religioso del suo tempo, così come del nostro. Nel portare la luce di un amore divino che vuole riconnettere ciascuno con la sua pur travagliata esistenza e con le altre persone del proprio ambiente e da ultimo con Dio stesso, in vista di una fraternità di giustizia e di pace, Gesù non può non scontrarsi con i poteri del suo tempo, dato che il suo messaggio ha la forza di un’autorità (cf. Mc 1,27). Annunciando il volto d’amore di Dio, Gesù priva di ogni fondamento quell’esercizio dispotico del potere religioso e politico del suo tempo che ha dimenticato la propria natura di servizio e di unità. Dio non benedice la divisione, né tantomeno la discriminazione. Egli è Padre e ama ogni essere vivente (cf. Sap 1,13-14). Nessuna legge o autorità umana o religiosa potrà mai dichiarare alcuno indegno del suo amore o di quello degli altri esseri umani.19. La tensione tra le parole e i gesti di Gesù e le incomprensioni con il potere del suo tempo raggiunge il culmine nella decisione delle autorità religiose e politiche di farlo condannare a morte. La sua predicazione, accompagnata da segni straordinari, deve essere fermata e ridotta al silenzio per sempre. Si decide così la sua morte in croce, a cui il potere romano offre il proprio avallo.20. Ma quella condanna a morte non ha la forza di spegnere la “luce vera del mondo”. Quel patibolo ingiusto diviene, nell’economia della salvezza, il trono più alto dal quale risuona con assoluta chiarezza il messaggio evangelico e si manifesta al mondo intero la potenza illuminante del Vangelo del Figlio. E quel Vangelo è questo: Dio è per tutti amore, Dio è per tutti misericordia. Lo è davvero per tutti, e per questo lo è anche per coloro che condannano e mettono a morte il Figlio. Il “sì” che Dio in Gesù dice all’essere umano e che mantiene ardentemente accesa la luce vera del mondo che è il Figlio suo non può mai essere trasformato in un “no”. Quello del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è un amore per l’umanità senza riserve, senza limiti, senza misura e, in definitiva, senza confini (cf. 1Gv 4,7-8).21. Negli istanti finali della vita terrena di Gesù, trovano pieno compimento le stupende parole dell’antico e meraviglioso libro del Cantico dei Cantici: «le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo» (8,7). L’incomprensione e l’accanimento che conducono i capi del popolo alla condanna di Gesù, con la piena complicità delle autorità romane, non riescono a spegnere il suo desiderio di portare l’umanità fuori dalle tenebre e di accendere in essa la luce della vita. Anzi, la buona e grande notizia del cristianesimo è proprio questa: neppure il potere della morte ha potuto spegnere la luce vera del mondo.22. Una è, dunque, la certezza fondamentale dei cristiani, senza la quale, come dice l’apostolo Paolo, tutto sarebbe vano: «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1Cor 15,14). Questa medesima consapevolezza è stata espressa anche in occasione del Sinodo dei giovani: «Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita»[5]. Questo è ciò che i discepoli del Signore, in ogni tempo, credono, annunciano e testimoniano con la loro vita: Cristo è vivo e vuole vivo ogni essere umano. Egli è con noi sempre e non ci abbandona (cf. Mt 28,20). Per quanto una persona possa allontanarsi da Lui, Gesù non si allontanerà mai da lei. Attraverso la sua Chiesa, il Risorto rimane in ogni tempo accanto a ciascuno, pronto a illuminare d’amore divino la sua esistenza, riempiendola di vita, di forza, di speranza. La comunione ecclesiale è oggi il luogo privilegiato in cui Cristo continua a lasciarsi incontrare attraverso uomini e donne progressivamente trasformati dalla sua stessa vita.23. Per rendere possibile la sua missione di essere luce del mondo, la Chiesa celebra con gioia il compimento della grande promessa di Cristo: «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26); «egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza» (Gv 15,26-27). Senza la sua azione nell’intimo dei cuori diventa impossibile trasmettere la vera luce di Cristo, come ci ricorda anche la Sequenza di Pentecoste: «Vieni padre dei poveri […] senza la tua forza, nulla è nell’uomo». In Lui riponiamo la nostra fiducia, mentre ci disponiamo a cercare i diversi modi per cooperare con la sua grazia nell’evangelizzazione del nostro tempo. È a Lui che chiediamo il fervore e la gioia necessari per rispondere con fedeltà a questa chiamata.Capitolo II La luce della fede24. Alla luce di quanto sin qui detto si comprende meglio il fondamento del cristianesimo così come è stato espresso da Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»[6]. Un orizzonte nuovo e una direzione decisiva sono quelli della gioia, come ricorda Papa Francesco all’inizio dell’Evangelii gaudium: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia»[7].25. Questo è, pertanto, il cuore dell’esperienza cristiana: l’incontro con il Signore Gesù, che ci mette in contatto con la luce vera dell’amore divino, fa sì che non ci disperdiamo nelle tenebre e ci conduce alla vita. È proprio in questo senso che si può parlare di luce della fede, come si afferma nell’omonima prima Lettera enciclica di Papa Francesco, alla cui stesura aveva dato il suo contributo anche Benedetto XVI: «La luce della fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indicato il grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si presenta: “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46). Anche san Paolo si esprime in questi termini: “E Dio, che disse: ‘Rifulga la luce dalle tenebre’, rifulge nei nostri cuori” (2 Cor 4,6). Nel mondo pagano, affamato di luce, si era sviluppato il culto al dio Sole, Sol invictus, invocato nel suo sorgere. Anche se il sole rinasceva ogni giorno, si capiva bene che era incapace di irradiare la sua luce sull’intera esistenza dell’uomo. Il sole, infatti, non illumina tutto il reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra della morte, là dove l’occhio umano si chiude alla sua luce. “Per la sua fede nel sole – afferma san Giustino Martire – non si è mai visto nessuno pronto a morire”. Consapevoli dell’orizzonte grande che la fede apriva loro, i cristiani chiamarono Cristo il vero sole, “i cui raggi donano la vita”. A Marta, che piange per la morte del fratello Lazzaro, Gesù dice: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40). Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta»[8].26. L’esperienza della fede può così essere immaginata come l’incontro vitale e decisivo con quel “sole vero” che è Cristo, il quale libera dalle tenebre e riempie di luce l’esistenza umana. È un’esperienza di luce che, per sua stessa natura, si irradia verso altre esistenze per illuminarle della medesima luce; queste, risplendendo a loro volta, estenderanno il raggio di propagazione della luce originaria: la luce vera del mondo che è Cristo. Come non ricordare, al riguardo, le parole dello stesso Gesù rivolte ai suoi discepoli: «voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14)?27. È proprio a questo dinamismo che dobbiamo riferirci quando riflettiamo sul delicato tema della trasmissione della fede nel contesto contemporaneo, qui evocato come tempo di cambiamento d’epoca. Lo conferma con estrema precisione il testo della Lumen fidei: «Chi si è aperto all’amore di Dio, ha ascoltato la sua [di Cristo] voce e ha ricevuto la sua [di Cristo] luce, non può tenere questo dono per sé. Poiché la fede è ascolto e visione, essa si trasmette anche come parola e come luce. Parlando ai Corinzi, l’Apostolo Paolo ha usato proprio queste due immagini. Da un lato, egli dice: “Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo” (2 Cor 4,13). La parola ricevuta si fa risposta, confessione e, in questo modo, risuona per gli altri, invitandoli a credere. Dall’altro, san Paolo si riferisce anche alla luce: “Riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine” (2 Cor 3,18). È una luce che si rispecchia di volto in volto, come Mosè portava in sé il riflesso della gloria di Dio dopo aver parlato con Lui: “[Dio] rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6). La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce, come nella liturgia di Pasqua la luce del cero accende tante altre candele. La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma. I cristiani, nella loro povertà, piantano un seme così fecondo che diventa un grande albero ed è capace di riempire il mondo di frutti»[9].28. Lo stesso documento, nel numero successivo, ricorda poi che «la trasmissione della fede, che brilla per tutti gli uomini di tutti i luoghi, passa anche attraverso l’asse del tempo, di generazione in generazione. Poiché la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo, essa si deve trasmettere lungo i secoli»[10]. Se dunque, da una parte, la trasmissione della fede assomiglia all’accendersi di una fiamma da un’altra fiamma, in un contatto potremmo dire personale, dall’altra la comunità dei discepoli si è sempre sentita chiamata a creare occasioni nelle quali la fede potesse essere trasmessa: occasioni in cui fosse possibile per tutti entrare in contatto con la luce vera della vita, quella che libera da ogni tenebra e che si incontra nel Signore Gesù. I discepoli hanno sentito, dunque, il dovere di trasmettere la fede; un dovere che deve essere custodito e onorato di generazione in generazione.29. La trasmissione della fede ha il suo fondamento ultimo nell’iniziativa di Dio, che in Cristo ha rivelato il suo volto e ha affidato agli Apostoli il compito di annunciare il Vangelo a tutte le genti. Questa missione, tuttavia, non si è conclusa con la predicazione apostolica, ma continua nella storia attraverso la Chiesa. Il Concilio Vaticano II afferma, infatti, che «la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede»[11]. La Chiesa è, così, il soggetto storico e vivente in cui il Vangelo viene ascoltato, custodito, celebrato e continuamente riattualizzato sotto l’azione dello Spirito Santo. Per questa ragione, la fede non si trasmette anzitutto come un insieme di contenuti dottrinali o di informazioni religiose, ma come una forma di vita ecclesiale nella quale il credente viene progressivamente introdotto. Soggetto primario della trasmissione della fede è, dunque, la Chiesa nella sua interezza[12], la quale, mentre riceve incessantemente il dono della Parola divina, lo comunica e lo testimonia mediante la predicazione, la liturgia, la carità e l’esperienza concreta della comunione. Si può, dunque, a ragione affermare che la Chiesa «è una Madre che ci insegna a parlare il linguaggio della fede»[13].Forme di trasmissione della fede30. Giova affermare con chiarezza che la forza più autentica della missione evangelizzatrice della comunità dei discepoli del Signore resta sempre quella dell’attrazione, come ricordava Benedetto XVI nell’omelia della Santa Messa di inaugurazione della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi: «La missione di Cristo si è compiuta nell’amore. Egli ha acceso nel mondo il fuoco della carità di Dio (cfr Lc 12,49). È l’Amore che dà la vita: per questo la Chiesa è inviata a diffondere nel mondo la carità di Cristo, perché gli uomini e i popoli “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). […] La Chiesa si sente discepola e missionaria di questo Amore: missionaria solo in quanto discepola, cioè capace di lasciarsi sempre attrarre con rinnovato stupore da Dio, che ci ha amati e ci ama per primo (cfr 1Gv 4,10). La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore»[14]. Questa riflessione è stata fatta propria anche da Papa Leone XIV: «Oggi con gioia io la riprendo e la condivido con voi. E invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la “forza” che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore»[15].La famiglia31. Tra gli ambiti nei quali la Chiesa è chiamata a comunicare e a far risplendere la luce di Cristo, la famiglia costituisce il primo e più essenziale luogo di trasmissione della fede. Già nel Nuovo Testamento emerge il ruolo dei familiari nella trasmissione della fede. A Timoteo, per esempio, l’apostolo Paolo si rivolge dicendo: «Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te» (2Tm 1,5). Questo aspetto è stato sottolineato anche da Papa Leone XIV: «In famiglia, la fede si trasmette insieme alla vita, di generazione in generazione: viene condivisa come il cibo della tavola e gli affetti del cuore. Ciò la rende un luogo privilegiato in cui incontrare Gesù, che ci vuole bene e vuole il nostro bene, sempre»[16].32. Nel corso dei decenni, poi, con il costituirsi e il consolidarsi delle comunità cristiane, emerge anche il loro ruolo attivo nel compito della trasmissione della fede. In particolare, con la diffusione della pratica del Battesimo dei bambini, comunità e famiglia si sentono unite nella comune responsabilità di introdurre i più piccoli all’incontro con il Signore Gesù. Si tratta della consapevolezza che, se i bambini ricevono dai genitori la vita, nel Battesimo ottengono «il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? [… S]e il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza»[17].33. Resta in ogni caso la necessità di una profonda integrazione tra Chiesa e famiglia, come ricorda chiaramente ancora la Lumen fidei: la «struttura del Battesimo evidenzia l’importanza della sinergia tra la Chiesa e la famiglia nella trasmissione della fede. I genitori sono chiamati, secondo una parola di sant’Agostino, non solo a generare i figli alla vita, ma a portarli a Dio affinché, attraverso il Battesimo, siano rigenerati come figli di Dio, ricevano il dono della fede.Così, insieme alla vita, viene dato loro l’orientamento fondamentale dell’esistenza e la sicurezza di un futuro buono, orientamento che verrà ulteriormente corroborato nel Sacramento della Confermazione con il sigillo dello Spirito Santo»[18]. Interessante, al riguardo, è il legame che si può intravedere nella Chiesa latina tra la liturgia dell’accensione del cero pasquale, preludio alla grande celebrazione della Pasqua, centro e culmine della fede cristiana, e la celebrazione del Battesimo, porta della stessa fede, soprattutto nel riferimento a Cristo Luce, che deve essere accolto nell’esistenza di ogni credente.34. In questo orizzonte risuona come particolarmente significativo ciò che lo stesso documento magisteriale afferma più avanti: «In famiglia, la fede accompagna tutte le età della vita, a cominciare dall’infanzia: i bambini imparano a fidarsi dell’amore dei loro genitori. Per questo è importante che i genitori coltivino pratiche comuni di fede nella famiglia, che accompagnino la maturazione della fede dei figli. Soprattutto i giovani, che attraversano un’età della vita così complessa, ricca e importante per la fede, devono sentire la vicinanza e l’attenzione della famiglia e della comunità ecclesiale nel loro cammino di crescita nella fede»[19].35. È significativo ricordare qui un’intensa pagina di ricordi scritta dal gesuita Aimé Duval, nella quale è possibile scorgere l’opera silenziosa e quasi naturale di testimonianza cristiana vissuta dai genitori nei confronti dei propri figli. Scrive padre Duval, nel contesto del racconto della sua travagliata vicenda umana e religiosa: «Ero il quinto di una famiglia di nove figli. Davanti a me: Lucie, Marie, Hélène, Marcel; e dopo di me: René, Raymond, Suzanne e André. In questa famiglia, non ho appreso la pietà in un modo espansivo e straordinario. C’era solo la preghiera quotidiana della sera, recitata insieme. Ma di essa mi ricordo bene e me ne ricorderò sino a quando i miei occhi non saranno definitivamente chiusi. Mia sorella. Mia sorella Héléne recitava le preghiere, lunghe per dei bambini (un quarto d’ora). Accelerava, farfugliava, e prendeva delle scorciatoie sino al momento in cui mio padre le diceva in dialetto: “Riprendi… ricomincia…”. Ho perciò appreso, in quel momento, che era necessario parlare con il buon Dio con lentezza, serietà e pazienza gentile. Mio padre. Ciò che mi emoziona oggi è il ricordo dell’atteggiamento di mio padre. Egli che era sempre stanco per i suoi lavori nei campi o per il trasporto dei buoi, egli che mostrava senza vergogna che era stanco al ritorno dal lavoro, ecco che, dopo cena, si metteva in ginocchio, i gomiti appoggiati sul sedile di una sedia, la fronte tra le mani, senza alcuno sguardo ai suoi figli attorno a lui, senza un movimento, senza tossire, senza perdere la pazienza. E io pensavo tra me e me: “Mio padre che è così forte, che comanda la casa e i suoi due grandi buoi, che è fiero davanti ai rovesci della sorte e così poco timido davanti al sindaco, ai ricchi e ai malvagi, ecco che egli si fa così piccolo davanti al buon Dio. Veramente parlare con Dio lo cambia. Veramente, il buon Dio deve essere qualcuno di molto grande se mio padre gli si inginocchia davanti, ma anche qualcuno di molto familiare se gli si può parlare con gli abiti di lavoro…”. Mia madre. Quanto a mia madre, non l’ho mai vista in ginocchio. Troppo stanca, si sedeva al centro della stanza, con l’ultimo nato tra le braccia, la veste nera sino ai talloni, i suoi bei capelli castani sciolti sul suo collo e tutti i bambini intorno a lei, appoggiati a lei. Seguiva con le labbra le preghiere da un capo all’altro, non voleva perderne una briciola, le diceva per suo conto. La cosa più curiosa è che lei non smetteva di fissarci, ognuno di noi era sotto il suo sguardo. Uno sguardo più lungo per i più piccoli. Ci fissava, ma non diceva niente, anche quando i più piccoli si dimenavano e bisbigliavano, anche quando il tuono si abbatteva sulla casa, anche quando il gatto faceva cadere una pentola. E io pensavo tra me e me: “Veramente, il buon Dio è molto gentile se si può parlare con lui avendo un bambino tra le braccia e con addosso il grembiule di lavoro. Veramente, il buon Dio è qualcuno di importante se il gatto o il tuono non hanno più alcuna importanza”. Le mani di mio padre, le labbra di mia madre, sono queste cose che mi hanno insegnato sul buon Dio più che il catechismo. Egli è Qualcuno, è Qualcuno di vicino. Con lui si può parlare anche quando hai lavorato»[20].36. Questo toccante racconto di una semplice e gioiosa iniziazione dei più piccoli al mistero di Dio, resa possibile dalla testimonianza dei genitori, conferma pienamente l’intuizione più volte richiamata da Papa Francesco: la fede deve essere trasmessa, all’interno dei contesti familiari, “in dialetto”. In occasione della Festa del Battesimo del Signore, il 7 gennaio del 2018, così egli si rivolgeva ai genitori che avevano portato i loro figli al Battesimo: «Vorrei dirvi una cosa soltanto, che riguarda voi [genitori]: la trasmissione della fede si può fare soltanto “in dialetto”, nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna. Poi verranno i catechisti a sviluppare questa prima trasmissione, con idee, con spiegazioni… Ma non dimenticatevi questo: si fa “in dialetto”, e se manca il dialetto, se a casa non si parla fra i genitori quella lingua dell’amore, la trasmissione non è tanto facile, non si potrà fare. Non dimenticatevi. Il vostro compito è trasmettere la fede ma farlo col dialetto dell’amore della vostra casa, della famiglia»[21]. Questo punto è stato ribadito anche da Papa Leone XIV: «i primi catechisti sono i nostri genitori, coloro che ci hanno parlato per primi e ci hanno insegnato a parlare. Come abbiamo imparato la nostra lingua madre, così l’annuncio della fede non può essere delegato ad altri, ma accade lì dove viviamo. Anzitutto nelle nostre case, attorno alla tavola: quando c’è una voce, un gesto, un volto che porta a Cristo, la famiglia sperimenta la bellezza del Vangelo»[22].37. La trasmissione della fede ha trovato così, sino a tempi recenti, proprio nei contesti familiari il luogo principale del passaggio tra le generazioni. Sono soprattutto i genitori a costituire quel primo “tabernacolo” nel quale i piccoli possono intravedere tutta la bellezza e la forza dell’essere discepoli del Signore Gesù. Questa testimonianza prende corpo in una trama di gesti semplici e quotidiani: la preghiera personale e di coppia, la lettura del Vangelo, il ricordo delle parole e dei gesti di Gesù, la memoria dei Santi Patroni, la costante invocazione della materna protezione della Vergine Maria, la partecipazione alla Messa domenicale, la visita ai Santuari e le diverse forme di pietà popolare, l’attenzione ai più poveri e agli svantaggiati, ma anche attraverso la preghiera di ringraziamento prima dei pasti e la benedizione del Signore in occasione dei compleanni di uno dei membri della famiglia e il devoto allestimento del Presepe in occasione delle feste natalizie.38. Tuttavia, bisogna constatare che questa situazione favorevole sta progressivamente venendo meno. Infatti, come si vedrà più avanti con maggior dettaglio, uno dei tratti caratteristici della nostra epoca è il fatto che, pur mantenendo la sua importanza in alcune regioni dell’Africa e dell’Asia, la trasmissione della fede nei contesti familiari si è interrotta in molte parti del mondo[23]. Di conseguenza, il passaggio alle nuove generazioni dell’esperienza della fede cristiana non avviene più in modo, per così dire, “automatico”.La comunità ecclesiale39. È solo a questo punto, e in un secondo momento, che la comunità ecclesiale entra nel processo della trasmissione della fede. Ciò che una persona ha ricevuto dai propri genitori – la testimonianza credente di Gesù, che ha rivelato pienamente il volto dell’amore infinito di Dio, liberando gli esseri umani dalle tenebre e aprendoli alla luce vera della vita – trova nella Chiesa gli strumenti e le occasioni perché diventi il principio fondamentale del proprio modo di guardare al mondo. Attraverso la catechesi, la celebrazione dei Sacramenti, i diversi spazi che favoriscono una partecipazione attiva alla vita comunitaria – come propone l’attuale cammino sinodale –, l’impegno a favore dei più svantaggiati e il ritrovarsi nella casa del Signore la Domenica, si giunge a quella maturità della fede che consiste, in ultima analisi, nel guardare ogni cosa “con gli occhi di Gesù”.40. Grazie all’azione coordinata tra genitori e comunità ecclesiale, infatti, ciascuno impara che «nella fede, Cristo non è soltanto Colui in cui crediamo, la manifestazione massima dell’amore di Dio, ma anche Colui al quale ci uniamo per poter credere. La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere»[24]. Questo è il pieno compimento del processo che qui chiamiamo trasmissione della fede: permettere a ciascuno di giungere a una tale intimità con il Signore Gesù da poter finalmente guardare se stesso, gli altri, il mondo e il mistero di Dio con gli occhi stessi di Gesù. Si percepisce così che l’accompagnamento della comunità è essenziale non solo per accogliere il Vangelo, ma anche per rimanere fedeli al dono ricevuto, poiché è molto difficile perseverare da soli.41. Si deve altresì constatare che, nei Paesi di antica tradizione cristiana, un simile contesto di trasmissione della fede appare oggi compromesso, poiché è caratterizzato sempre più dalla presenza di «“persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo”, non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede. La Chiesa, come madre sempre attenta, si impegna perché essi vivano una conversione che restituisca loro la gioia della fede e il desiderio di impegnarsi con il Vangelo»[25]. Cresce, inoltre, soprattutto tra i giovani, il numero di coloro che non conoscono Gesù e il Vangelo.42. Proprio per questa ragione, la trasmissione della fede richiede oggi in modo particolare l’evangelizzazione degli adulti e il superamento di un’azione pastorale concentrata unicamente sulla catechesi dei bambini e degli adolescenti.Capitolo III Il cambiamento d’epoca43. Una particolare attenzione merita il contesto della trasmissione della fede oggetto delle presenti Considerazioni, espresso tramite la categoria di “cambiamento d’epoca”. Come è noto, fu Papa Francesco a rendere celebre tale espressione nel suo discorso alla Curia romana in occasione dello scambio degli auguri natalizi, il 21 dicembre 2019, affermando: «Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza»[26]. Come già ricordava più di dieci anni prima il Documento conclusivo della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, svoltasi nel maggio 2007 ad Aparecida (Brasile), di tale cambiamento «il livello più profondo è culturale. Svanisce la concezione integrale dell’essere umano, la sua relazione con il mondo e con Dio»[27].44. Una tale situazione è legata fondamentalmente alla crisi del modello culturale della modernità, che riguarda in modo particolare il contesto europeo. Ci si può chiedere, pertanto, se parlare di “cambiamento d’epoca”, al singolare, renda pienamente ragione dei processi che le Chiese, in ogni parte del mondo, stanno affrontando. La risposta a tale interrogativo è senz’altro positiva, almeno se ci si mantiene a un livello generale, per motivi legati al noto fenomeno della globalizzazione, il quale ha favorito l’effettiva diffusione dell’influsso della cultura occidentale in ogni regione del pianeta. Del resto, è innegabile che alcune esperienze, come la tragedia della pandemia di Covid-19, abbiano rafforzato la diffusa consapevolezza di appartenere a un’unica famiglia, anche se non mancano tendenze che si muovono in direzione opposta[28].45. L’urgenza di affrontare le domande sorte dal cambiamento d’epoca è stata manifestata anche da Papa Leone XIV nella sua prima Lettera enciclica Magnifica humanitas: «Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?»[29]. I tratti generali di tale cambiamento sono stati evidenziati dal Santo Padre: «l’intelligenza artificiale e altre innovazioni stanno rimodellando la nostra comprensione del lavoro e delle relazioni e addirittura sollevando domande sull’identità umana. Il degrado ecologico minaccia la nostra casa comune. I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri. Populismo e polarizzazione ideologica rendono più profonde le divisioni tra nazioni. Molti sono affetti da consumismo, individualismo e indifferenza»[30]. A ciò si può aggiungere anche il crescente divario economico, che spesso conduce alla destabilizzazione di intere regioni. Si tratta di fattori globali che comportano profondi mutamenti sociali. Tali trasformazioni interessano praticamente ogni contesto culturale e non risparmiano nemmeno la Chiesa, poiché essa è incarnata nella storia e partecipa della vita dei popoli.46. Da un lato, infatti, l’attrattiva esercitata da uno stile di vita economicamente agiato e la legittima aspirazione a condizioni migliori di esistenza, favorita anche dal menzionato sviluppo tecnologico, contribuiscono alla diffusione di mentalità materialiste e individualiste in tutti i continenti. Ciò, insieme ad altri fattori, alimenta a livello globale il fenomeno delle migrazioni, spesso segnato da aspetti drammatici. Dall’altro lato, questi stessi processi, anche nei Paesi di antica evangelizzazione, hanno favorito la formazione di contesti multiculturali nei quali, accanto al secolarismo, convivono istanze culturali proprie di popoli diversi, chiamati alla sfida di una convivenza pacifica. È, pertanto, doveroso riconoscere che tali dinamiche non sono vissute in modo uniforme nelle diverse regioni del pianeta. Allo stesso modo, va sottolineato che il rapporto con la modernità occidentale – che caratterizza soprattutto un particolare profilo di Chiesa – è declinato in modi differenziati a seconda delle culture alle quali appartengono le diverse comunità cristiane. Tale realtà è riconosciuta da Papa Leone XIV: «Il popolo di Dio non è soltanto raccolto da molti popoli, ma al suo interno è tessuto di funzioni, vocazioni, culture e tradizioni diverse, chiamate a sostenersi e ad arricchirsi a vicenda. […] La tensione feconda tra universalità della missione e radicamento locale appartiene intimamente alla vita della Chiesa: essa porta nel suo respiro l’orizzonte del mondo intero, ma assume le domande di ciascun contesto come luogo reale in cui prende corpo il Vangelo»[31]. Si può concludere, perciò, che uno degli aspetti più rilevanti del cambiamento d’epoca riguarda l’instaurarsi di una nuova relazione tra la fede – e quindi la sua trasmissione – e le culture.La crisi della trasmissione della fede47. Un aspetto caratteristico del cambiamento d’epoca che interessa, per motivi differenti, soprattutto l’Occidente – cioè quei Paesi in cui la fede cristiana ha avuto anche una rilevanza sociologica maggioritaria – riguarda la crisi della trasmissione generazionale della fede cristiana. Questo è quanto aveva già indicato Evangelii gaudium: «Nemmeno possiamo ignorare che, negli ultimi decenni, si è prodotta una rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico. È innegabile che molti si sentono delusi e cessano di identificarsi con la tradizione cattolica, che aumentano i genitori che non battezzano i figli e non insegnano loro a pregare, e che c’è un certo esodo verso altre comunità di fede»[32].48. Ciò ha molto a che fare, specialmente in Europa, Stati Uniti d’America e Canada, ma anche in Australia e Nuova Zelanda, con una fase avanzata di secolarizzazione, che ha condotto a una rilevante crisi del cristianesimo vissuto in ambito domestico. In verità, sempre meno i genitori assolvono al compito di mettere i loro figli in contatto con la luce vivente del messaggio evangelico. È proprio da questi contesti familiari che proviene quella maggioranza di giovani, uomini e donne che, pur avendo frequentato gli ambienti cattolici della parrocchia, giungono poi a vivere il passaggio verso l’età adulta in un atteggiamento di sostanziale indifferenza religiosa. Per tali persone che, pur avendo ricevuto il Battesimo, hanno smarrito il senso cristiano della vita, Gesù, il suo messaggio d’amore, quella luce che è venuto a irradiare nella storia umana, non rappresenta più né un elemento essenziale della propria identità né una risorsa affidabile per discernere ciò che è giusto compiere in vista di una vita umanamente degna.49. Ciò non riguarda, però, soltanto il cosiddetto Occidente avanzato. Nell’Europa orientale, per esempio, che ha conosciuto la grave prova dei regimi totalitari comunisti e la conseguente instaurazione di una società fondata sull’ateismo di Stato – i cui effetti, tuttavia, non sono stati ovunque i medesimi – è stata la generazione degli attuali genitori ad aver patito l’interruzione della trasmissione della fede. Ciò è testimoniato in particolare dai Vescovi dei territori dell’ex Unione Sovietica, i quali hanno potuto constatare «che la fede era passata dalle nonne […] ai nipoti, ma senza il coinvolgimento diretto della generazione di mezzo. In conseguenza di questo, la generazione dei “nipoti” non ha trovato nei genitori una fede vissuta nell’esperienza quotidiana»[33]. Testimonianze simili sono offerte anche dai Vescovi dell’Albania[34]. Per cui, concludono i Vescovi della Chiesa greco-cattolica di Ungheria, «non possiamo più considerare scontato che i genitori trasmettano automaticamente la fede ai loro figli. Ciò che in passato si rivelava efficace, nella situazione attuale non produce più gli stessi frutti»[35].50. Tale rottura nella trasmissione della fede in famiglia si riscontra anche in America Latina e nei Caraibi, dove essa si manifesta soprattutto come interruzione della continuità organica tra famiglia e società. Infatti, come osservano i Vescovi del Cile: «Per decenni si è dato per scontato che esistesse una continuità tra famiglia, scuola, cultura e comunità ecclesiale. In tale contesto, la fede si poteva descrivere come un qualcosa che si trasmetteva in maniera relativamente organica da una generazione all’altra»[36]. A questo riguardo, i Vescovi delle Antille osservano un indebolimento della continuità generazionale[37], soprattutto per quanto riguarda la catechesi e la pratica sacramentale. In un altro contesto, come quello di Panama, dove permane una fede ancora ben presente nelle manifestazioni popolari e nei momenti importanti della vita, si percepisce che essa «non si trasmette più in modo naturale all’interno delle famiglie»[38]. In Colombia, come in altri luoghi del pianeta, sono i nonni a supplire alle carenze della catechesi domestica, in parallelo con quella parrocchiale[39]; in altre aree, invece, per motivi legati alla cultura locale, si arriva addirittura a posticipare a un’età più adulta il Battesimo dei figli, come nel caso dell’Amazzonia peruviana[40]. In definitiva, tutte queste testimonianze mostrano che è venuto meno una sorta di “automatismo” nella trasmissione della fede.51. Un problema analogo interessa anche la maggior parte delle Chiese dell’Asia, soprattutto nelle regioni più tecnologicamente avanzate. In questi casi, tuttavia, si tratta di un cristianesimo che è sempre stato minoritario a livello sociale, e che solo recentemente sta sperimentando alcune difficoltà nella trasmissione familiare della fede. In Corea, ad esempio, i Vescovi osservano che, a causa della preoccupazione dei genitori soprattutto per la carriera accademica e professionale dei figli, il compito della catechesi dei più giovani viene assunto principalmente dai nonni[41]. Anche i Vescovi di Malesia, Singapore e Brunei denunciano una priorità accordata alle esigenze della carriera, mentre la formazione spirituale viene progressivamente ridotta all’uso personale dei moderni mezzi di comunicazione[42]. In Bangladesh si riscontra una situazione analoga, ulteriormente aggravata da un contesto sociale a maggioranza musulmana[43]. In Giappone, invece, si incontrano difficoltà per certi aspetti simili a quelle del mondo occidentale, soprattutto in riferimento alla catechesi parrocchiale e alla grande diffusione dei matrimoni tra appartenenti a tradizioni religiose differenti, che, in qualche modo, ostacolano la trasmissione della fede entro le mura domestiche[44]. Ciò si verifica anche nei Paesi dell’Asia Centrale, un tempo appartenenti al blocco sovietico, nei quali la Chiesa è rimasta comunque una realtà minoritaria e vive condizioni analoghe a quelle delle comunità dell’Europa orientale, dove per vari decenni è sopravvissuta, sotto regimi totalitari, una «Chiesa del silenzio»[45].52. Pur nella grande varietà dei contesti, nemmeno l’Africa è esente da dinamiche di interruzione della trasmissione generazionale della fede. Innanzitutto, ciò è dovuto a una certa secolarizzazione dei costumi indotta dall’influenza di uno stile di vita occidentale, fatto proprio soprattutto dalle giovani generazioni. Vi sono, tuttavia, anche altri fattori, legati prevalentemente al rapporto con le culture locali. In particolare, si può constatare che un’opera di inculturazione del Vangelo non pienamente realizzata, nonostante le ancora diffuse manifestazioni pubbliche della religione nella vita sociale, conduce a una fede superficiale, priva di radici e maggiormente esposta a influenze esterne. È quanto testimoniano, ad esempio, i Vescovi dell’Africa del Sud: «nonostante il Cristianesimo sia ampiamente diffuso, esso rimane spesso a un livello superficiale, avendo bisogno di una più profonda incarnazione del Vangelo nella spiritualità africana»[46]. Pertanto, una delle sfide principali per la trasmissione della fede, che caratterizza in modo trasversale il continente africano, riguarda la crescente concorrenza, sempre più aggressiva, esercitata da movimenti religiosi di diversa estrazione e il ritorno alle pratiche religiose tradizionali anche dopo aver ricevuto il Battesimo[47].53. Senza entrare nella complessità delle cause che hanno prodotto tali trasformazioni, è all’interno di un tale contesto di vera e propria riscrittura delle condizioni fondamentali dell’esistenza umana che deve essere collocata la crisi della trasmissione generazionale della fede e la sfida che essa rappresenta per la Chiesa. Tali condizioni, in passato, erano interpretate soprattutto a partire dal cristianesimo, sia nella società nel suo complesso sia all’interno delle singole comunità. Più in generale, poi, occorre prendere atto che non è in crisi solo la trasmissione della fede, ma anche una certa visione dell’essere umano e dei suoi valori fondanti e fondamentali, che aveva trovato proprio nel Vangelo il suo compimento. La crisi della modernità, cifra del cambiamento d’epoca, ha così contribuito alla nascita di una nuova cultura, entrata in competizione con le strutture tradizionali di trasmissione della fede. Ciò ha portato, a sua volta, alla crisi del cosiddetto modello di cristianità, accompagnata dalla diffusa percezione, nelle varie aree del mondo, che il compito dei sacerdoti si limiti spesso alla “manutenzione” delle strutture esistenti, mentre il mondo attorno a loro è radicalmente cambiato.Una nuova cultura diffusa54. A partire da questa situazione, Evangelii gaudium invita alla seguente presa d’atto: «Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane [le metropoli] dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita palpita e si progetta nella città. Il Sinodo [del 2012 sulla nuova evangelizzazione] ha constatato che oggi le trasformazioni di queste grandi aree e la cultura che esprimono sono un luogo privilegiato della nuova evangelizzazione. Ciò richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane. Gli ambienti rurali, a causa dell’influsso dei mezzi di comunicazione di massa, non sono estranei a queste trasformazioni culturali che operano anche mutamenti significativi nei loro modi di vivere»[48].55. Si tratta, pertanto, di pensare la questione della trasmissione della fede nel contesto di quella cultura inedita che oggi si espande dal cuore delle città verso le periferie e lambisce pure gli ambienti rurali. Si tratta di una cultura pervasiva e profondamente influente, come rilevano i Vescovi degli Stati Uniti d’America: oggi i fedeli «tendono a essere più assorbiti dalla cultura che dalla fede. La cultura, attraverso i social media e il discorso pubblico, plasma il modo di pensare dei cattolici […] più di quanto non facciano la fede, la tradizione e la devozione»[49]. Lo stesso fenomeno si registra in molti altri contesti, soprattutto in quelli maggiormente segnati dalla cultura occidentale e da uno stile di vita urbano. Come denunciano i Vescovi della Romania, la rapida secolarizzazione di tali società fa sì che «la mancanza di pratica religiosa non è più percepita socialmente come un’assenza da giustificare»[50]. Per i Paesi di antica evangelizzazione, quindi, si può ormai parlare di società post-cristiane.56. La linea di tendenza di questa cultura inedita sembra consistere nell’esaltazione della “sovranità dell’io”, che pretende di sentirsi autonomo e libero di gestire ogni aspetto della propria esistenza, assoggettando alle proprie esigenze gli altri esseri umani e la stessa realtà che lo circonda. Si tratta della diffusione di un individualismo sempre più accentuato, che genera separazione, divisione, invidia, gelosia, prevaricazione, narcisismo, egolatria. Vengono qui alla mente le parole forti dell’enciclica Fratelli tutti: «L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre più globali. Ma l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna. Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune»[51].57. Questo individualismo diffuso è forse uno degli effetti più evidenti di quel lungo processo di secolarizzazione che ha investito la coscienza umana contemporanea, in particolare nei contesti occidentali, privandola del respiro e dell’orizzonte della trascendenza. Come afferma Evangeli gaudium, «Il processo di secolarizzazione tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo. Inoltre, con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento generalizzato, specialmente nella fase dell’adolescenza e della giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti»[52].58. Tutto ciò ha naturalmente delle ricadute sul processo di trasmissione della fede. Tra i fenomeni segnalati dai Vescovi, oltre alle già menzionate difficoltà riguardanti la famiglia, vi è la sostanziale separazione tra individuo e comunità, come osservato dai Vescovi spagnoli: «L’individuo e la famiglia subiscono le conseguenze della crisi culturale e sociale che accompagna tale processo e, a loro volta, ne diventano la causa, a motivo dell’indebolimento della trasmissione della fede e della conseguente frattura dei legami indispensabili per la vita in società»[53]. Ciò significa che il singolo fatica a inserirsi in una tradizione che lo precede, in un “noi” che dà forma non solo al suo pensare e al suo sentire, ma anche al suo credere. Ne consegue che soprattutto i più giovani restano in balia delle mode del momento, come osservano i Vescovi del Brasile: «La progressiva perdita del senso di appartenenza alla Chiesa, unita alla diffusione di forme soggettive di religiosità, ha indebolito i tradizionali processi di iniziazione cristiana. In questo contesto, non si può più dare per scontato che il battesimo porti automaticamente a una fede matura e integrata nella vita della comunità»[54]. Come conseguenza, in tali contesti la fede è percepita soprattutto come un fatto privato, come sottolineano i Vescovi austriaci: «La religione viene sempre più privatizzata nella nostra società, con la tendenza a respingerla dallo spazio pubblico. […] Non è possibile, per così dire, seppellire l’esperienza cristiana nel cuore senza che questo abbia effetti sulla realtà del mondo e della società»[55]. Tutto ciò è ulteriormente aggravato in quei Paesi, come la Francia e il Canada, nei quali il laicismo trova espressione anche sul piano legislativo, limitando la libertà di manifestare la propria fede nei luoghi pubblici.Le tecnologie digitali59. Uno dei segni più evidenti del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo è sicuramente il diffondersi delle tecnologie digitali. Queste ultime, come osserva Papa Leone XIV in Magnifica humanitas, hanno portato all’affermarsi di una «situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo»[56]. In particolare, prosegue il documento, «la pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità»[57]. Come annotava già il Sinodo sulla sinodalità nella Relazione di Sintesi della prima Sessione del 2023, «la cultura digitale rappresenta un cambiamento fondamentale nel modo in cui concepiamo la realtà e ci relazioniamo con noi stessi, tra di noi, con l’ambiente che ci circonda e anche con Dio»[58]. Soprattutto nelle nuove generazioni, tale cultura si caratterizza non solo, come spesso si sottolinea, per un più ampio accesso alla conoscenza, ma anche per un mutamento delle stesse categorie di pensiero e, in ultima analisi, del modo di relazionarsi con la realtà. Se, inoltre, consideriamo gli scenari aperti dall’irrompere dell’intelligenza artificiale, si profila il rischio sempre più concreto, come ha ricordato il Santo Padre, che una tale cultura porti a «modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane. La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica»[59]. Ciò ha rilevanti conseguenze per l’inculturazione della fede.60. Il diffondersi delle tecnologie digitali e l’avanzamento dell’intelligenza artificiale, com’è naturale, interessano anche la fede e la religione. Se, da una parte, nel mondo digitale non mancano le occasioni per condividere testimonianze di vita ed esperienze spirituali, oltre a consentire una più ampia diffusione dei contenuti della catechesi rispetto ai mezzi disponibili in passato, le nuove tecnologie offrono senza dubbio possibilità inedite di evangelizzazione. Dall’altra, tuttavia, in alcuni contesti la proposta di fede rischia di essere disincarnata, disancorata dalla vita concreta o legata a ideologie promosse da minoranze rumorose. Ciò può portare a deformazioni della fede stessa o della coscienza, oppure indurre le persone a costruirsi una cosiddetta fede “fai-da-te”, modellata sui propri gusti e sulle proprie preferenze, anziché sull’insegnamento della Chiesa.61. Inoltre, è stato osservato che la cultura digitale tende a riplasmare alcune fondamentali categorie di pensiero quali lo spazio, il tempo e l’autorità, che costituiscono elementi essenziali del concetto stesso di tradizione. Pertanto, cambiando il modo di concepire quest’ultima, la trasmissione della fede non può che esserne trasformata fin dalle sue basi. Riguardo allo spazio, come già accennato, si attenuerebbe, pur senza venir meno, il senso di appartenenza a un contesto locale e concreto, poiché le persone sono al tempo stesso inserite in una rete globale, nella quale le distanze fisiche appaiono relativizzate, se non addirittura superate. In merito al tempo, cambierebbe invece il significato stesso di memoria: il fatto che tutti i contenuti caricati in rete permangano indefinitamente, insieme alla rapidità che caratterizza gli scambi tra le persone, contribuisce a far perdere un genuino senso della storia e del passato, poiché tutto viene appiattito in una sorta di eterno presente. Ciò rende gli utenti della rete particolarmente sensibili alle mode del momento.62. In riferimento all’autorità, occorre fare ben attenzione al monito di Papa Leone XIV nella sua prima Enciclica Magnifica humanitas: «Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini e filmati espone i cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Il problema riguarda la dimensione culturale e morale, poiché la qualità della comunicazione pubblica dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa. Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa; ma è ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo»[60]. Pertanto, l’accesso generalizzato a molteplici fonti di conoscenza e, al contempo, la presenza di un gran numero di voci poste tutte sullo stesso piano, il cui unico discrimine è costituito dall’efficacia comunicativa, pongono in seria crisi la credibilità delle istituzioni tradizionali, poiché per molti non risulta più chiaro chi sia davvero in grado di offrire una parola autorevole sulle questioni fondamentali della vita umana.Nuove frontiere dell’evangelizzazione63. Uno sguardo realista a tale situazione non deve, però, condurre a disperare per il futuro della Chiesa. Tra le opportunità che lo Spirito Santo offre nell’attuale contesto del cambiamento d’epoca, vi è infatti quella di un’adesione alla fede più consapevole e convinta, come sostengono i Vescovi belgi: si tratta di «un’occasione positiva per permettere alle persone di scegliere consapevolmente di approfondire la propria fede»[61]. Un simile atteggiamento si riscontra anche in un contesto geograficamente lontano, quale quello del Cile, i cui Vescovi osservano che «la fede non può più essere presupposta come un’eredità culturale stabile, né come adesione spontanea a un universo simbolico condiviso. Piuttosto, sembra essere una proposta che deve essere accolta con libertà, accompagnata nei vari percorsi e comprovata a livello esistenziale»[62]. Inoltre, è doveroso non dimenticare un fenomeno che sta interessando le zone più secolarizzate dell’Europa e dell’America, cioè il numero crescente di conversioni e ritorni alla Chiesa, soprattutto da parte di giovani e giovani adulti. Particolarmente rilevante è il caso della Francia, dove, a fronte di un calo generale dei battesimi in età infantile e della pratica religiosa, si registra una crescita eccezionale e costante delle richieste di ricevere il sacramento del Battesimo da parte di giovani e adulti. Dai risultati di un’indagine svolta per conto della Conferenza Episcopale Francese, risulta che, rispetto all’anno precedente, il numero di adulti che hanno ricevuto il Battesimo nel 2026 è cresciuto del 28%, tanto che esso risulta più che triplicato rispetto al dato del 2016. Come già accennato, tale fenomeno riguarda soprattutto le nuove generazioni: la grande maggioranza ha meno di 40 anni e, di questi, circa la metà si colloca nella fascia tra i 18 e i 25 anni. Secondo le testimonianze raccolte, tra le motivazioni che spingono a chiedere il sacramento vi sono l’incontro con la fede a seguito di un momento di crisi (ad es. un lutto o una malattia), l’aver vissuto esperienze spirituali e di bellezza, oppure il contatto con altri credenti, sia a livello personale che nelle reti social[63].64. A livello statistico generale, tale fenomeno interessa ancora percentuali relativamente limitate rispetto alla popolazione totale; tuttavia, ciò non toglie che si tratti comunque di eventi non trascurabili e sempre motivo di gioia. Occorre però rilevare che uno sguardo più ampio sulla situazione suggerisce di adottare un atteggiamento prudente nel valutare questa realtà. Infatti, se da un lato, si registra un effettivo incremento nella richiesta dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana in tali zone altamente secolarizzate, dall’altro si riscontra una parallela difficoltà nella perseveranza dei neofiti, che spesso, dopo un breve periodo dalla ricezione del Battesimo, ritornano a uno stato di indifferenza pratica. Per questa ragione, pur essendo opportuno evitare atteggiamenti trionfalistici a riguardo, non si può negare che tali fenomeni costituiscano segni concreti di speranza e di vitalità evangelica. Allo stesso tempo, la situazione descritta invita a riscoprire l’importanza della comunità nell’accoglienza e nell’accompagnamento dei nuovi fedeli.65. Si può constatare come, in questi casi, l’annuncio evangelico, realizzato nelle modalità più varie – dal passaparola all’invito a un pellegrinaggio, fino a un’attiva presenza sui nuovi mezzi di comunicazione – permetta di accogliere un’autentica ricerca di senso che rinasce in mezzo all’asfissia dell’immanenza. Una tale ricerca può presentarsi sotto molte forme, che non vanno disprezzate: la ricerca di una maggior ampiezza del cuore, il bisogno di pace e di armonia con il mondo, il desiderio di consolazione e di guarigione, le esperienze di rottura e di scontro che spingono a ricominciare, nuove forme di bellezza, un certo recupero dell’antico e delle tradizioni, oltre a molti altri esempi che potrebbero essere moltiplicati. Si tratta di realtà alle quali bisogna guardare con gratitudine, riconoscendo in esse l’opera dello Spirito Santo, che continua ad agire nei cuori delle persone.66. Si ripropone, quindi, sostanzialmente la necessità di trasmettere la fede a partire dal kerygma. Ciò vale tanto nei Paesi secolarizzati di antica tradizione cristiana, quanto in quelli nei quali la Chiesa si caratterizza generalmente come minoranza, ad esempio in Asia. Anche molti Paesi asiatici, infatti, sono toccati dalla secolarizzazione e dall’individualismo, soprattutto nelle regioni interessate da una rapida crescita economica. Tuttavia, l’impatto di tali influenze culturali sulle comunità dei fedeli è diverso da quello che si riscontra nelle società di tradizione cristiana. Proprio il fatto di essere spesso minoritarie a livello sociale (con alcune rilevanti eccezioni, come le Filippine e Timor Est) ha portato le Chiese in Asia a svilupparsi come comunità ben definite a livello sociologico; ciò ha favorito il consolidamento di una forte identità, che ha permesso loro di attraversare la storia nonostante contesti talvolta ostili o segnati da vere e proprie persecuzioni. Nell’attuale situazione di cambiamento d’epoca, questo fatto presenta, dal punto di vista della trasmissione della fede, un duplice ordine di conseguenze: da un lato, le comunità cristiane non sono impermeabili alla diffusa cultura secolarizzata descritta sopra, che provoca quindi un’erosione della pratica religiosa soprattutto nelle nuove generazioni; dall’altro, esse sono chiamate a superare un’adesione al cristianesimo fondata sulla semplice inerzia dell’appartenenza sociale[64], affinché diventi una scelta personale e consapevole, capace di orientare le proprie scelte di vita. Questo vale in modo particolare per regioni che si distinguono per la presenza di culture antichissime, come l’India o la Cina, nelle quali lo sforzo di incarnare l’annuncio evangelico nella vita delle persone deve confrontarsi con il modo particolare in cui una determinata cultura si relaziona ad ambiti quali la verità, il bene e la bellezza. A ciò si aggiunge la necessità di ripensare il modo stesso di annunciare il Vangelo, privilegiando forme narrative rispetto alla semplice trasmissione di concetti astratti. Tale sforzo è imprescindibile per preparare il terreno del cuore in ogni essere umano (cf. Mt 13,3-8) all’incontro autentico con la Buona Novella.67. Nonostante la varietà delle situazioni che caratterizzano questo vasto continente, anche l’Africa si confronta con il problema della secolarizzazione e dell’individualismo di matrice occidentale, che interessano soprattutto i contesti urbani e le nuove generazioni. Nelle Chiese africane, tuttavia, la risposta a tali influenze culturali sulla trasmissione della fede si inserisce nel quadro di due sfide altrettanto impegnative, alle quali si è già fatto riferimento: l’inculturazione del Vangelo nelle culture locali e la “concorrenza” del proselitismo da parte di altre religioni. L’importanza del primo aspetto è testimoniata dai Vescovi della Nigeria: «La presenza significativa di clero autoctono ha facilitato la trasmissione della fede all’interno delle culture locali, poiché essi fungono da modelli di riferimento con cui è possibile identificarsi e da guide spirituali, colmando efficacemente il divario tra i valori tradizionali nigeriani e gli insegnamenti cattolici»[65]. Un’altra iniziativa preziosa sono le «Piccole Comunità Cristiane» (Small Christian Communities), le quali, come riportato dai Vescovi della Tanzania, «operano come unità primarie per la preghiera, la catechesi e la vita comunitaria. La fede è spesso trasmessa attraverso un approccio che vede la comunità come una famiglia»[66].68. Come già accennato, la trasmissione della fede in Africa (ma anche in altri luoghi) soffre a causa dell’attività antagonista di gruppi religiosi che propongono un “Vangelo della prosperità”, facendo leva su bisogni materiali immediati. In regioni come la Costa d’Avorio, ad esempio, si assiste, da un lato, alla ricerca di movimenti che assicurino benessere e felicità, mentre, dall’altro, si registra il ritorno di molti battezzati alle pratiche tradizionali ed esoteriche[67].69. Occorre riconoscere che, spesso, l’attrattiva di una simile proposta deriva da alcune oggettive carenze nelle modalità di annuncio del Vangelo, che non sempre riescono a tenere conto in modo adeguato dei bisogni effettivi e concreti delle famiglie. Questo comporta che le comunità cristiane sono chiamate a cercare modi sani di presentare il Vangelo come risposta efficace anche alle esigenze più tangibili, sull’esempio di Gesù che percorreva la terra d’Israele «beneficando e risanando tutti» (At 10,38), mostrando così di saper rispondere non solo alle domande ultime, ma anche a quelle “penultime”. Infatti, non sempre tali desideri hanno una matrice egoistica (ad esempio, la preoccupazione per il benessere dei figli, la cura della salute, il desiderio di guarire i legami famigliari, ecc). Scoprire che la Chiesa può offrire un aiuto spirituale concreto di fronte a queste preoccupazioni, predispone il cuore a ricevere l’annuncio kerygmatico con rinnovato vigore.70. In altri contesti africani, invece, come la Repubblica Democratica del Congo, oltre alle pressioni esercitate da gruppi fondamentalisti, le comunità cristiane subiscono anche la minaccia di un’aggressiva espansione di formazioni islamiste[68]. Tutti questi fattori esercitano la loro influenza su molti fedeli che non hanno ricevuto una solida formazione nella fede oppure non hanno vissuto in prima persona l’effetto trasformante del kerygma nella loro vita.71. Non possiamo, infine, tacere il fatto che in molte parti del mondo i credenti in Gesù sono ancora vittime di vere e proprie persecuzioni da parte di gruppi religiosi estremisti. Al riguardo, è urgente ribadire che ogni forma di violenza esercitata in ragione del credo professato è un’inammissibile violazione della dignità umana, poiché «chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa»[69]. Si tratta di perversioni del messaggio religioso che devono essere apertamente denunciate e che ogni autorità politica è chiamata a reprimere senza esitazione.Capitolo IV La centralità del kerygma72. Di fronte alla situazione sopra descritta, appare del tutto naturale che per i credenti si tratti di ripartire da una grande stagione di annuncio del Vangelo, dando finalmente seguito a quanto chiedeva Papa Francesco in Evangelii gaudium a proposito dell’urgenza dell’intera Chiesa di dare vita ad una nuova tappa evangelizzatrice. Tale invito è stato rilanciato da Papa Leone XIV, il quale riconosce la necessità di «una missione cristocentrica e kerigmatica, che nasce da un incontro con Cristo capace di trasformare la vita e che si diffonde per attrazione più che per conquista. È una missione integrale, che tiene insieme annuncio esplicito, testimonianza, impegno e dialogo, senza cedere alla tentazione del proselitismo né a una logica di semplice conservazione o espansione istituzionale»[70]. Non lo facciamo innanzitutto per rispondere a una nuova sfida epocale, ma per fedeltà alla stessa identità cristiana, che non può non includere il dono di sé nella trasmissione della luce di Cristo. In vista di tutto ciò, è opportuno riflettere sul tema dell’annuncio del kerygma e di come esso riorienti la vita e la missione della Chiesa.73. La rivelazione divina, come insegna il Concilio Vaticano II, non è una semplice trasmissione di verità dottrinali né una “istruzione” di Dio all’umanità, ma un dialogo di alleanza: «Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé»[71]. Questo fa sì che il kerygma, l’annuncio fondamentale della fede, richieda in chi lo accoglie una risposta che non si limita al livello intellettuale, ma coinvolge l’intera esistenza nell’accogliere l’appello che Dio fa alla persona a condividere la Sua stessa vita. Proprio perché non confinato al solo ambito conoscitivo, ma dotato, per così dire, di una portata esistenziale (cf. Gv 17,3), tale risposta è per sua natura un evento di salvezza: «se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9).74. La verità evangelica, dunque, è salvifica, è viva, anzi, è una persona: Cristo stesso (cf. Gv 14,6). Ciò si riflette nella struttura dell’atto di fede, il quale si caratterizza, al medesimo tempo, per «l’abbandono tutt’intero»[72] a Cristo del singolo essere umano illuminato dalla sua grazia (fides qua), e per le “cose credute” (fides quae), che esplicitano il contenuto di tale atto di abbandono[73]. La correttezza dell’esposizione della fede e la ricerca umana di senso, mai compiutamente esaurita (cf. 1Cor 15,28), si coappartengono.Suscitare un’esperienza di fede75. Al riguardo, pertanto, vale ancora ciò che possiamo leggere in Evangelii gaudium: «Nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale. Il kerygma è trinitario. È il fuoco dello Spirito che si dona sotto forma di lingue e ci fa credere in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre. Sulla bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti»[74].76. La prima considerazione che ci suggeriscono le parole appena ascoltate è che l’annuncio della verità fondante e fondamentale del cristianesimo – Gesù Cristo vivo ti ama e ha dato la sua vita per salvarti – deve svolgersi in modo tale da provocare un’esperienza di fede, capace di aprire un processo di formazione della propria identità cristiana. Si delinea così un triplice passaggio che deve contraddistinguere una trasmissione della fede ricentrata sul kerygma: innanzitutto l’annuncio centrale della presenza e dell’amore del Cristo Risorto; l’esperienza interiore della sua presenza e del suo amore, suscitata da quell’annuncio; infine, l’avvio di un cammino di conoscenza e di amore di Cristo, reso possibile dall’accoglienza dell’annuncio da parte di chi lo riceve con cuore libero e sincero.77. Non si tratta, dunque, di una pura trasmissione di contenuti, per quanto importanti, pur riguardando la salvezza di ciascun essere umano. Deve essere un annuncio “performante”, capace di toccare realmente il cuore di coloro che lo ricevono e di spingere i loro passi incontro al cuore del Signore Gesù, dove è possibile contemplare ed entrare in contatto con quel fuoco d’amore che egli è venuto a gettare sulla terra (cf. Lc 12,49). L’annuncio del kerygma deve infiammare i cuori di coloro ai quali è rivolto, secondo il modello sublime che lo stesso Gesù attua nei confronti dei discepoli di Emmaus: «Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”» (Lc 24,32).78. Il legame tra kerygma e catechesi, nel contesto del cambiamento d’epoca, è molto stretto, al punto che la seconda «non si può sempre distinguere dal primo annuncio», per cui essa «è chiamata ad essere innanzitutto un annuncio della fede»[75]. Proprio a questo riguardo può essere utile richiamare una situazione ormai frequente. Come si è già osservato, accade sempre più spesso che i genitori cristiani non riescano più a trasmettere la fede ai propri figli; eppure, il solo fatto di chiedere il Battesimo per i propri bambini oppure di accompagnarli alla catechesi manifesta già una certa presenza della fede e una testimonianza fragile, ma vera, che non vanno disprezzate. In questi casi, è persino possibile che i bambini o gli adolescenti che arrivano alla catechesi non abbiano ancora ricevuto un esplicito primo annuncio del Vangelo. Proprio per questo, la catechesi diventa il luogo nel quale questo annuncio può essere nuovamente proposto, confermando la necessità di un profondo rinnovamento kerygmatico della catechesi stessa, poiché essa, non di rado, non riesce a provocare una intensa esperienza di incontro con Cristo, che possa durare nel tempo[76].79. D’altra parte, è un dato di fatto che l’elevato numero di bambini e adolescenti che si allontanano dalla Chiesa e dai Sacramenti immediatamente dopo aver ultimato il percorso di iniziazione cristiana o quello nella scuola cattolica indica che la catechesi fatichi ancora a trovare i cammini più adeguati per motivare un solido e duraturo incontro personale con Cristo.La questione del linguaggio80. Nel contesto del cambiamento d’epoca, la vera sfida per la Chiesa è che la parola del Vangelo sia assunta «come criterio vivente per orientare scelte concrete, ispirare percorsi di conversione personale e comunitaria, promuovere riforme delle strutture e sostenere forme nuove di testimonianza evangelica nella vita pubblica»[77]. In questo senso, facendo tesoro dei numerosi documenti e sussidi che il Dicastero per l’Evangelizzazione ha predisposto[78], appare oggi quanto mai urgente analizzare con sguardo sapienziale i modi correnti di organizzare la catechesi, affinché la trasmissione della fede non resti confinata in linguaggi che possono essere etichettati come “scolastici”, “dogmatici” o “moralistici”. Troppo spesso, infatti, una comunicazione ripetitiva e autoreferenziale del messaggio evangelico rischia di non parlare al cuore dei fedeli. Per questo, il linguaggio della fede non deve limitarsi a una fredda esposizione di concetti; deve certamente possedere quella chiarezza che facilita la comprensione, ma soprattutto deve caratterizzarsi come un appello del cuore, ricordando che «il Signore ci salva parlando al nostro cuore dal suo Sacro Cuore»[79] e che «il programma del cristiano […] è “un cuore che vede”»[80]. Solo così esso sarà un linguaggio che farà davvero accadere qualcosa nella vita delle persone, perché sarà espressione della voce stessa del Signore, l’unico che può toccare davvero il cuore delle persone: «Parla nel mio cuore con verità. Tu solo sai farlo»[81].81. In sintesi, affinché la trasmissione della fede sia realmente efficace, essa deve configurarsi come una relazione interpersonale coinvolgente. A tal fine, «va privilegiato il linguaggio della vicinanza, il linguaggio dell’amore disinteressato, relazionale ed esistenziale che tocca il cuore, raggiunge la vita, risveglia speranza e desideri»[82]. Una simile comunicazione non pretende di parlare per prima, ma nasce anzitutto dall’ascolto, rendendo possibile un reale scambio di doni tra chi annuncia e chi accoglie l’annuncio, facilitando così l’incontro con Cristo che cammina con noi.82. Ciò significa che la trasmissione della fede può compiersi laddove il linguaggio si fa testimonianza, divenendo esso stesso un evento dello Spirito. Come disse sant’Alberto Hurtado, citato nell’Esortazione apostolica Christus vivit: «Essere apostolo non consiste nel portare una torcia in mano, nel possedere la luce, ma nell’essere la luce […]. Il Vangelo, […] più che una lezione è un esempio. Il messaggio trasformato in vita vissuta»[83]. In questo modo, la Chiesa potrà offrire anche oggi una parola che sia, a un tempo, memoria e profezia, capace di far ardere nuovamente il cuore dei discepoli lungo la via, accompagnati dal Maestro, consentendo alla grazia di suscitare quell’adesione mistica alla fede[84], riguardo alla quale restano insuperate le parole del profeta Geremia: «nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo ma non potevo» (Ger 20,9).La formazione cristiana83. Da quanto detto consegue che le comunità credenti sono fortemente chiamate a promuovere, opportunamente e inopportunamente, un rinnovamento dell’annuncio del kerygma. Del resto, sempre in Evangeli gaudium, si evidenziava un’altra cosa davvero importante al riguardo: «Non si deve pensare che nella catechesi il kerygma venga abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più “solida”. Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio. Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio, che mai smette di illuminare l’impegno catechistico, e che permette di comprendere adeguatamente il significato di qualunque tema che si sviluppa nella catechesi. È l’annuncio che risponde all’anelito d’infinito che c’è in ogni cuore umano. La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche»[85].84. Ritorna qui il grande insegnamento del Concilio Vaticano II a proposito della gerarchia delle verità tra i misteri cristiani. Si legge, infatti, al numero 11 di Unitatis redintegratio che «nel dialogo ecumenico i teologi cattolici, fedeli alla dottrina della Chiesa, nell’investigare con i fratelli separati i divini misteri devono procedere con amore della verità, con carità e umiltà. Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica, in ragione del loro rapporto differente col fondamento della fede cristiana»[86]. Tale prospettiva è stata allargata da Evangelii gaudium all’ambito dell’annuncio del Vangelo, della teologia e della proposta morale[87]. Per questa ragione, nel cambiamento d’epoca che ci è dato vivere, non appare opportuno, nell’ambito della comunicazione della fede alle nuove generazioni, ai catecumeni adulti e ai cosiddetti “ricomincianti”, disperdersi in tanti ambiti della dottrina cattolica, pur importanti, perdendo di vista ciò che in essa vi è «di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente»[88]: l’amore di Dio che è come una fiamma capace di ridonare vita, gioia, speranza, fiducia ad ogni esistenza umana. A questa fiamma, grazie all’azione dello Spirito, si accede mediante l’incontro – con fede e nella fede – con il Signore Gesù.85. È proprio annunciando il kerygma in modo rinnovato e rinnovante, appassionato e appassionante, che la comunità credente potrà onorare il compito di trasmettere, di generazione in generazione la luce che Gesù è venuto a portare sulla terra.86. In concreto, affinché possa davvero suscitare un’esperienza di fede, l’annuncio del kerygma dovrà assumere uno stile, un linguaggio e un tono capaci di raggiungere le persone là dove si trovano, con i loro desideri e i loro sogni, con le loro fatiche e i loro travagli. Dovrà, dunque, essere capace di presentare la bella notizia dell’amore e della misericordia di Dio in modo tale che coloro che la ricevano possano efficacemente intendere che è proprio a loro che quell’amore e quella misericordia sono rivolte. È questo lo stile che contraddistingue le parabole del Signore Gesù, le quali ancora oggi afferrano i cuori di chi le ascolta.Capitolo V La trasmissione della fede nelle comunità87. A partire da questa considerazione generale sulla centralità del kerygma, possono essere svolte alcune osservazioni più specifiche. La prima, e più essenziale, riguarda la qualità della vita comunitaria dei discepoli del Signore. Essa deve rendere trasparente un amore sincero tra i fratelli, un farsi carico gli uni degli altri, una generosa disponibilità verso tutti, in particolare verso i più svantaggiati, un clima di gioia e di festa e, infine, quel vivere con un cuor solo e un’anima sola (cf. At 4,32), proprio di una comunità accogliente e ospitale, capace, anche in questo tempo di cambiamento d’epoca, di suscitare l’attenzione di chiunque e di attrarlo verso l’esperienza della fede cristiana. In un mondo sempre più frammentato, nel quale gli unici legami tra gli esseri umani ad avere cittadinanza sembrano essere quelli mediati dalle infrastrutture digitali, appare sempre più evidente in molte persone un bisogno e un desiderio di appartenenza. Non bastiamo a noi stessi e i social non colmano il nostro originario carattere di “animali sociali”. Come credenti, non possiamo non tenere il cuore e le porte aperte a queste nuove situazioni delle persone. Del resto, la prima forma di evangelizzazione avviene sempre “da persona a persona”[89].88. In questa direzione, appare assolutamente urgente, soprattutto nei Paesi di antica evangelizzazione, insistere sull’importanza di promuovere, in ogni comunità ecclesiale, gruppi di ascolto, di meditazione, di condivisione e di preghiera della Parola, alla cui convocazione siano dedicati tempi specifici e stabiliti, che si affiancano alla celebrazione dell’Eucaristia domenicale. Siano di impulso le parole di Papa Francesco: «La frequentazione costante della Sacra Scrittura e la celebrazione dell’Eucaristia rendono possibile il riconoscimento fra persone che si appartengono. Come cristiani siamo un solo popolo che cammina nella storia, forte della presenza del Signore in mezzo a noi che ci parla e ci nutre. […] abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti. Per questo abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità»[90]. Al fine di facilitare una tale confidenza dei credenti con la Sacra Scrittura, in questi gruppi biblici, potranno essere agevolmente adottate l’antica pratica della lectio divina e le moderne metodologie narrative.89. Malgrado tutti i cambiamenti epocali, i principali canali della trasmissione della fede continuano a essere gli incontri “persona a persona”. Perciò, tra gli ambiti nei quali la fede viene trasmessa assume particolare rilievo l’amicizia, come testimoniano anche i più recenti casi di conversione. La tradizione della Chiesa ha sempre riconosciuto il valore educativo delle genuine relazioni fraterne[91], come non ha mancato di evidenziare anche il Magistero recente, soprattutto in riferimento al cammino di fede delle giovani generazioni, come affermato, ad esempio, da Papa Francesco: «L’amicizia è un regalo della vita e un dono di Dio. Attraverso gli amici, il Signore ci purifica e ci fa maturare»[92]. L’amicizia, infatti, costituisce uno spazio privilegiato nel quale la testimonianza personale, l’aiuto reciproco e la condivisione delle gioie e delle fatiche della vita rendono possibile una condivisione della fede capace di coinvolgere l’intera esistenza. Insieme alla famiglia, una sana amicizia rappresenta il contesto per eccellenza di relazioni autentiche e può ben dirsi anch’essa scuola di umanità[93], dove i credenti possono accompagnarsi e sostenersi mutuamente nella sequela di Cristo.Liturgia90. La seconda considerazione legata alla riscoperta della centralità dell’annuncio del kerygma riguarda la liturgia. Se il cuore dell’annuncio cristiano è l’incontro con l’amore salvifico di Dio in Cristo, la liturgia costituisce il luogo privilegiato nel quale questo mistero viene celebrato e comunicato sacramentalmente. Proprio per questo essa occupa un ruolo centrale nella trasmissione della fede, configurandosi come il cuore pulsante della vita ecclesiale in cui la comunità si nutre della Parola di Dio e del Pane di vita eterna. A questo proposito, occorre superare una sua visione riduttiva che la consideri una semplice cornice rituale alla vita ecclesiale. La liturgia, infatti, è innanzitutto esperienza della fede, prima ancora che insegnamento, in quanto permette al fedele di partecipare a gesti, parole, silenzi e simboli, facendo esperienza viva del mistero di Cristo. Come si afferma in Evangelii gaudium, «la Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia»[94]: proprio attraverso la sua forza simbolica e la sua capacità di coinvolgere integralmente la persona, la liturgia diviene autentico luogo di annuncio e di incontro con il Signore. Nell’azione liturgica, e in particolare nell’Eucaristia, si è introdotti sempre più profondamente nel mistero pasquale, mentre si rende visibile il carattere sacramentale della Chiesa, chiamata ad essere segno dell’amore di Dio per l’umanità. In questo evento sacramentale, l’incontro con il Risorto si fa gesto condiviso e vitale che educa il credente non solo “informandolo”, ma plasmandolo dall’interno affinché diventi partecipe del mistero celebrato. Per questo, nella liturgia la fede è trasmessa in modo performativo: non solo si parla di Dio, ma si entra in relazione con Lui. La liturgia è memoria e tradizione viva, che genera e plasma cristiani capaci di testimoniare la salvezza incontrata: partecipando alla preghiera liturgica si entra, infatti, in una storia, in una memoria condivisa che attraversa i secoli. Pertanto, celebrare significa prima di tutto ricevere una fede che è stata creduta, vissuta e pregata da altri prima di noi.91. Tale dinamica, inoltre, mette in luce la dimensione eminentemente comunitaria della liturgia. La fede, infatti, non si trasmette solo attraverso l’annuncio o l’insegnamento individuale, ma all’interno di un popolo che celebra. Nella liturgia, il credente non è mai isolato, bensì è inserito in un “noi” che lo precede, lo accompagna e lo supera. Questa dimensione comunitaria costituisce un antidoto potente all’attrattiva di uno stile di vita egoistico e individualistico, oggi così diffuso in molti contesti, come si è già potuto vedere. Proprio perché esperienza ecclesiale e popolare, la celebrazione della fede è strettamente connessa ai processi di inculturazione, ossia allo sforzo di «comunicare meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile»[95]. Applicata alla liturgia, tale prospettiva richiede di custodire la ricchezza della tradizione simbolica della Chiesa, rendendola al contempo accessibile e significativa per gli uomini e le donne del proprio tempo, in una salutare e feconda tensione tra fedeltà alla tradizione e comprensibilità del messaggio celebrato.92. Dal punto di vista della trasmissione della fede, quindi, la liturgia riveste un’importanza cruciale secondo l’antico adagio lex orandi, lex credendi[96]. Ne consegue che la celebrazione liturgica non può ridursi a una mera esecuzione formale, ma deve essere un’azione in cui i segni parlano realmente alla mente e al cuore dei fedeli, esprimendo in modo vivo e concreto l’unica fede della Chiesa e rafforzando in ciascun credente la consapevolezza di essere membro del Corpo di Cristo. Solo attraverso una partecipazione pienamente consapevole, che presuppone un’adeguata educazione al linguaggio liturgico, la fede può essere trasmessa non come dottrina astratta, ma come vita nuova che si comunica “per attrazione” nel quotidiano. Di questa efficacia della liturgia fu testimone anche il giovane Agostino, che anni dopo quell’esperienza poté scrivere: «Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene»[97]. Attraverso la bellezza dei segni e la forza della Parola, quindi, l’azione liturgica diviene così la fonte generativa della missione ecclesiale, abilitando la comunità a rendere ragione della speranza che la abita attraverso la credibilità di una vita trasfigurata dalla grazia. Per questo motivo è necessaria una particolare cura delle celebrazioni e un accompagnamento mistagogico delle nuove generazioni, perché possano comprendere e vivere pienamente ciò che celebrano nella liturgia.93. Oltre a ciò, la liturgia può essere vissuta in modi diversi. Esiste, infatti, anche un modo proprio della pietà popolare di manifestare una sensibilità liturgica, che si declina in forme differenti secondo le diverse culture. Per comprendere questo fatto, si può citare un bel racconto di Romano Guardini, dove narra del suo viaggio in Sicilia: «Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. […] Quando ci arrivammo – era giovedì santo – la messa solenne era oltre la consacrazione. […] Che dovrei dire dello splendore di questo luogo? […] La folla stava seduta e guardava. […] Quasi nessuno leggeva. Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare. Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il “santo” nell’immagine e nel suo dinamismo. Monreale, sabato santo. […] Di tanto in tanto un raggio di sole penetrava nella volta, e allora un sorriso aureo pervadeva lo spazio in alto. […] La cosa più bella però era il popolo. […] La sacra cerimonia si protrasse per più di quattro ore, eppure sempre ci fu una viva partecipazione. Ci sono modi diversi di partecipazione orante. L’uno si realizza ascoltando, parlando, gesticolando. L’altro invece si svolge guardando. Il primo è buono, e noi nel Nord Europa non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso qualcosa che a Monreale ancora c’era: la capacità di vivere-nello-sguardo, di stare nella visione, di accogliere il sacro dalla forma e dall’evento, contemplando»[98].94. Un’ulteriore particolare cura dovrà essere prestata per permettere, in ogni diocesi, ai fedeli e a coloro che si avvicinano o riavvicinano alla comunità credente di entrare in contatto con le varie sensibilità liturgiche presenti nella tradizione della Chiesa cattolica. Nel rispetto delle norme liturgiche vigenti, i Pastori sono chiamati a valorizzare la ricchezza del patrimonio liturgico cattolico – si pensi, ad esempio, alla varietà degli stili musicali che lo caratterizzano – in modo tale da poter entrare in contatto con le diverse sensibilità dei loro contemporanei. Un’attenzione specifica dovrà, inoltre, essere dedicata all’accompagnamento benedicente delle fasi salienti della vita umana. Soprattutto in Occidente, si assiste a una progressiva perdita della memoria collettiva dei riti e delle pratiche rituali, a favore di un individualismo molto radicale, ma questo non sopprime il bisogno antropologico della ritualità a cui l’essere umano ha sempre saputo rispondere in diversi modi. La comunità cristiana cresce e si edifica attraverso le pratiche rituali, e il ricco patrimonio spirituale della Chiesa rappresenta in questo senso una risorsa preziosa e inesauribile.Il ruolo della testimonianza95. La terza essenziale considerazione riguarda la testimonianza dei credenti. Essa si articola in tre dimensioni fondamentali: la testimonianza della santità, quella della prossimità e quella dell’opzione preferenziale per i poveri. In ogni epoca, chiunque abbia incontrato la testimonianza di un cristiano esemplare è stato sempre stimolato a rintracciare il segreto di quella vita così particolare e differente rispetto a quella della maggior parte dei suoi simili. Un credente che vive sino in fondo le esigenze del messaggio cristiano è di per sé un rinvio costante alla luce vera del mondo che è Cristo Gesù. Come afferma Papa Francesco, davvero «la santità è il volto più bello della Chiesa»[99]. Basterebbe qui ricordare soltanto le figure di San Francesco di Assisi e di Santa Teresa di Calcutta. Occorre riconoscere, infatti, che nulla come la santità dei suoi membri rende la Chiesa più credibile nell’annuncio e nella trasmissione della fede. Per tale ragione, poi, facendosi eco del messaggio sulla santità del Concilio Vaticano II[100], Papa Francesco ha voluto con insistenza ribadire che quella alla santità è la chiamata ordinaria di ogni cristiano: «Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali»[101].96. Insieme alla testimonianza della santità, i credenti sono chiamati ad offrire, nella trama quotidiana della loro esistenza, la testimonianza di una prossimità verso tutti. Si tratta di una prossimità costruita con i mattoni dell’ospitalità, della gentilezza, dell’ascolto, della mitezza e della tenerezza. Secondo l’antica parola dell’autore latino Terenzio – «Homo sum, humani nil a me alienum puto»[102] – per i credenti nulla di veramente umano dovrebbe risultare estraneo. Ogni cristiano è chiamato ad aiutare le persone a rileggere la propria storia all’interno della grande storia della salvezza, scoprendo che la loro stessa vita è parte del racconto di Dio. Questa prossimità diventa testimonianza quando viene esercitata nei confronti di persone che vivono in situazioni di grave sofferenza, fisica o mentale. In questi casi, un gesto di ascolto e di tenerezza, unito ad una parola di fede, può aprire grandi spazi all’accoglienza di quella luce vera di Cristo che ha il potere di liberare dalle tenebre coloro che ne sono avvolti. Papa Leone ricorda infatti che «la finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro»[103].97. Giungiamo così a quella testimonianza concreta dell’amore di Dio che i credenti rendono prendendosi cura, in modo preferenziale, dei poveri, degli svantaggiati e degli esclusi. Come ha ricordato Papa Leone XIV, sulla scia del suo Predecessore, i credenti non dovrebbero mai dimenticare «il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri»[104]. In verità, «il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono “dei nostri”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa»[105]. In una tale vicinanza operosa e fattiva ai fratelli e alle sorelle che vivono nella povertà, la Chiesa fa brillare in modo eminente quella fiamma dell’amore di Dio per tutti che Gesù è venuto a gettare sulla terra e riesce ancora oggi a toccare, in modo spesso silenzioso, il cuore di tanti. Una testimonianza particolarmente preziosa in tal senso viene dai Vescovi del Myanmar, raccolta in occasione della loro Visita ad limina presso questo Dicastero il 2 giugno 2026: in tale Paese, che porta su di sé le ferite di molteplici conflitti, la Chiesa mostra la sua vicinanza ai più poveri, anche semplicemente nel silenzio dell’ascolto, senza alcuna distinzione di appartenenza religiosa – si tratta, infatti, di una nazione a maggioranza buddista. Proprio tale vicinanza suscita in coloro che non condividono la fede cristiana il desiderio di approfondire i motivi di questo modo di affrontare la sofferenza, offrendo così ai fedeli l’opportunità di parlare esplicitamente della loro esperienza di Gesù. In questa unità tra carità e annuncio evangelico, quindi, si evidenzia ancora più chiaramente la bellezza integrale della proposta cristiana.Arte e bellezza98. Una quarta osservazione specifica riguarda poi la necessità di dare spazio – nel discorso sulla trasmissione della fede – anche alle molteplici espressioni della creatività umana, attraverso le quali si è cercato di dare forma a quella tensione verso la bellezza, l’amore e la trascendenza che abita, spesso in modo tormentato, il cuore umano. Come non pensare, a questo proposito, a tante opere di letteratura e di poesia capaci di suscitare un incanto sublime, in grado di rapire anche le menti più distratte dalle moderne tecnologie di comunicazione? Proprio sull’importanza di aprirsi alla bellezza ha insistito in modo particolare Hans Urs von Balthasar: «Nella forma luminosa del bello, l’essere del bello diventa visibile come da nessun’altra parte. Perciò ogni conoscenza o tendenza spirituale deve essere accompagnata da un momento estetico»[106].99. In questa prospettiva, un’attenzione particolare è da riservare alla musica, la quale, come espressione privilegiata della via pulchritudinis, costituisce un linguaggio essenziale per la trasmissione della fede, capace di toccare le corde più profonde del cuore umano e di comunicare la verità del Vangelo attraverso la bellezza[107]. Non si tratta di un mero ornamento estetico delle celebrazioni, ma di uno strumento missionario che opera per attrazione, rendendo percepibile la gloria del Risorto soprattutto laddove le parole faticano ad arrivare. Infatti, come ha osservato Papa Leone XIV, «la musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo»[108]. Attraverso la musica, la fede trova vie particolari di espressione che un annuncio puramente verbale, da solo, non sempre riesce a raggiungere. Queste considerazioni ci spingono a esortare gli artisti e gli scrittori credenti a un particolare sforzo creativo, per manifestare la bellezza della fede e dell’esperienza spirituale cristiana.Le fasi della vita100. Un’ultima osservazione riguarda le diverse fasi dell’esistenza di ciascun essere umano (infanzia, adolescenza, giovinezza, età adulta, vecchiaia). Esse costituiscono, infatti, una sorta di continua “riappropriazione” del dono della propria nascita al mondo e, come quest’ultima, sono esperienze insieme sorprendenti e sfidanti. La comunità ecclesiale dovrà perciò sviluppare un annuncio del Vangelo più attento alle diverse età della vita, tenendo nella giusta considerazione le diverse situazioni di crescita e di novità che ciascuna di esse porta con sé. Allo stesso tempo, va ricordato che molte persone si avvicinano alla Chiesa soltanto in occasione di celebrazioni che accompagnano alcuni momenti fondamentali della vita: Battesimi, Matrimoni e funerali. Perciò, è indispensabile riconoscere che, in tali circostanze, si offre una preziosa possibilità di raggiungerle con un annuncio del kerygma capace di toccare i loro cuori, evitando parole che non riescono a generare alcun incontro.101. Un particolare rilievo assume la questione, già discussa, della rottura generazionale nella trasmissione della fede. A questo proposito, la comunità dei credenti trova nella pastorale degli adulti – che sono anche i genitori delle nuove generazioni – un terreno nuovo e un contesto ricco di sfide particolarmente complesse. Infatti, se in passato, almeno nei Paesi di antica tradizione cristiana, l’annuncio del kerygma era rivolto quasi esclusivamente ai più giovani, oggi emerge sempre più l’urgenza di accompagnare persone, anche battezzate in tenera età, che vivono distanti dalla comunità ecclesiale e che, pur avvertendo un richiamo interiore a una vita evangelica, incontrano difficoltà nel comprendere e far proprio il linguaggio della Chiesa. In questi casi, la trasmissione della fede alle nuove generazioni passa attraverso una evangelizzazione degli adulti. Infatti, come possono gli adulti trasmettere la fede alle nuove generazioni se essi per primi non la vivono a livello personale? Ulteriori difficoltà possono sorgere, poi, da situazioni segnate da diverse forme di povertà esistenziale, soprattutto nei contesti urbani caratterizzati da una marcata frammentazione oppure nelle zone rurali isolate. Tutto ciò interpella la Chiesa nella sua interezza, spingendola a divenire sempre più sinodale e missionaria, soprattutto attraverso la valorizzazione dei carismi che lo Spirito Santo suscita nel popolo di Dio.Capitolo VI Fede e cultura102. Ampliando ora l’orizzonte della riflessione sulla trasmissione della fede oltre la dimensione propriamente ecclesiale, è necessario affrontare la questione del rapporto tra fede e cultura. Un primo rilievo riguarda il fatto che molti studiosi sottolineano come, nel nostro tempo, sia in atto una crisi più generale della trasmissione del sapere e dei valori, che ingloba anche quello che è l’oggetto specifico delle presenti Considerazioni. Un secondo rilievo si può trarre da alcune parole di San Giovanni Paolo II, che sottolineano l’importanza, in vista della trasmissione della fede, di operare una sintesi tra fede e cultura: «La sintesi fra cultura e fede non è solo una esigenza della cultura, ma anche della fede. Come ha insegnato il mio predecessore Paolo VI, “occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo… partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio”. Se, infatti, è vero che la fede non si identifica con nessuna cultura […] non è meno vero che, proprio per questo, la fede è chiamata ad ispirare, ad impregnare ogni cultura. È tutto l’uomo, nella concretezza della sua esistenza quotidiana, che è salvato in Cristo ed è, perciò, tutto l’uomo che deve realizzarsi in Cristo. Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta»[109].103. Quanto detto ci porta a riconoscere che l’opera di trasmissione della fede sia in qualche modo inseparabile dalla sua inculturazione in un determinato contesto, intendendo qui la “cultura” sia nel suo senso antropologico più ampio, come insieme di stili di vita, credenze, valori e istituzioni che caratterizzano una determinata società, sia nel senso più ristretto, come insieme di cognizioni intellettuali sviluppate soprattutto in ambito accademico.104. Prendendo anzitutto in considerazione questo primo significato di “cultura”, occorre ricordare che l’inculturazione della fede costituisce un passaggio necessario nella sua trasmissione, in quanto il messaggio evangelico deve essere reso comprensibile a persone che condividono valori e categorie non perfettamente coincidenti con quelli ellenistico-semitici, nei quali il testo biblico è stato originariamente formulato. Nel contesto della trasmissione della fede, inculturazione significa «l’incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone – ed insieme l’introduzione di esse nella vita della Chiesa»[110]: in questo caso, pertanto, l’inculturazione della fede diventa vera e propria evangelizzazione, anche se non è realizzata in modo compiuto e perfetto, trattandosi di «un cammino lento, che accompagna tutta la vita missionaria e chiama in causa i vari operatori della missione ad gentes, le comunità cristiane man mano che si sviluppano, i pastori che hanno la responsabilità di discernere e stimolare la sua attuazione»[111]. Ciò fa sì che la stessa cultura divenga, a sua volta, un mezzo di trasmissione della fede, perché, «quando in un popolo si è inculturato il Vangelo, nel suo processo di trasmissione culturale trasmette anche la fede in modi sempre nuovi; da qui l’importanza dell’evangelizzazione intesa come inculturazione»[112].105. Bisogna comunque ricordare che non si evangelizza un “luogo”, ma sempre delle persone, le quali non vanno isolate dal proprio contesto: «Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti»[113]. A ciò si aggiunge il compito dei fedeli, necessario anche nei Paesi di antica tradizione cristiana, di tradurre la Buona Notizia nelle varie forme culturali particolari che caratterizzano le società moderne o che emergono in determinati settori sociali, come il mondo giovanile o quello dei poveri. Ciò richiede indubbiamente una valorizzazione dei carismi presenti in tutto il popolo di Dio in un autentico spirito di sinodalità, poiché, in ultima analisi, essi sono opera dello Spirito Santo. In questo processo può essere sicuramente prezioso anche l’apporto della pietà popolare.106. La presenza di diversi gruppi sociali all’interno delle nostre città, con culture e linguaggi specifici e spesso autonomi, richiede uno sforzo speciale di inculturazione della fede. Esiste cioè l’urgenza di una capillarità nell’annuncio del Vangelo: non ci si può accontentare solo di rivolgersi alla cultura di alcuni gruppi maggioritari, ma è necessario imparare a mettersi in dialogo con le più diverse situazioni e condizioni di vita presenti oggi. Si tratta di raggiungere, dunque, ciò che, con un linguaggio tecnico, spesso viene nominato come l’ambito delle subculture (ad esempio i giovani delle periferie urbane, le diverse comunità di migranti, i lavoratori stagionali, gli abitanti di piccoli villaggi, etc.). Al riguardo, va ricordato che la Commissione Teologica Internazionale dedicherà una parte del proprio lavoro del prossimo quinquennio alle forme culturali di trasmissione della fede e offrirà preziosi stimoli al lavoro qui solo brevemente accennato.107. In sintesi, si dovrà ribadire l’importanza decisiva dell’inculturazione della fede oggi. Dove la fede tocca le radici e le espressioni culturali di un popolo, in verità, la sua trasmissione diventa più agevole e feconda.108. Per quanto riguarda la cultura in senso accademico-intellettuale, invece, si possono ricordare le parole di Papa Francesco: «L’annuncio alla cultura implica anche un annuncio alle culture professionali, scientifiche e accademiche. Si tratta dell’incontro tra la fede, la ragione e le scienze, che mira a sviluppare un nuovo discorso sulla credibilità, un’apologetica originale che aiuti a creare le disposizioni perché il Vangelo sia ascoltato da tutti»[114]. È vero che quella operata dalla ricerca intellettuale è, al massimo, una preparazione che introduce alla fede, al modo di quelli che tradizionalmente sono stati chiamati praeambula fidei, non una sua trasmissione in senso proprio. Tuttavia, è chiaro che una presentazione ragionevole dei contenuti della fede e delle sue esigenze costituisce un innegabile aiuto all’annuncio del kerygma, laddove, in particolare, contribuisce a risvegliare le grandi domande nella mente e nel cuore delle persone[115].109. Un esempio particolarmente significativo a cui guardare nella costruzione di una tale presentazione ragionevole della fede è sicuramente la Dottrina sociale della Chiesa, grazie alla quale i credenti entrano in aperto dialogo con la società e anche con i non credenti. Pur restando nell’alveo del sapere teologico, la Dottrina sociale della Chiesa si avvale ampiamente delle categorie proprie delle scienze politiche, economiche e sociali, riuscendo spesso a mostrare tutta la pertinenza della proposta cristiana per la costruzione di una società più giusta e fraterna. In questo senso, anche gli insegnamenti sociali della Chiesa possono svolgere una funzione analoga a quella dei praeambula fidei. Infatti, la Dottrina sociale della Chiesa «si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo»[116].Capitolo VII Alcune attenzioni specifiche110. Una comunità profondamente impegnata nel trasmettere di generazione in generazione quella luce e quel fuoco dell’amore di Dio che Gesù ha voluto portare in mezzo all’umanità e che è giunto sino ai nostri giorni dovrà, oltre a quanto sin qui esposto, prestare alcune specifiche attenzioni in relazione al tema delle presenti Considerazioni. Ciò che segue è un elenco esemplificativo, che potrà essere ulteriormente ampliato e disposto secondo un diverso ordine di priorità.111. La prima di tali attenzioni riguarda la coltivazione della pietà popolare. In questo ambito, com’è noto, ci sono anche aspetti che richiedono un processo di maturazione e arricchimento; tuttavia, rimane evidente la grande forza di cui questa risorsa della tradizione cattolica dispone. Nessuno potrà mai negare che proprio la pietà popolare è ancora oggi un importante mezzo di trasmissione della fede. Per questo è necessario promuovere nei suoi confronti un rinnovato impegno di intelligenza e di cuore. Del resto, la sua grande plasticità le permette sempre di rinnovarsi e di acquisire stili molto differenziati lungo il corso dei secoli, riuscendo pure a sopravvivere agli attacchi che la cultura – e a volte anche gli stessi membri della Chiesa – spesso le ha mosso contro.112. Al riguardo della forza evangelizzatrice della pietà popolare e dunque del suo importante ruolo nell’ambito della trasmissione della fede, sono preziose le indicazioni presenti ai numeri 122-126 di Evangelii gaudium. Vi si può leggere, infatti, che «nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi»[117]. In verità, ogni autentica inculturazione della fede produce sempre una forma di espressione popolare della stessa. L’essere umano vive di parole e di gesti che ne costituiscono l’orizzonte entro il quale poter sviluppare se stesso e creare le condizioni per l’incontro con l’altro. Ogni cultura si traduce in prassi concrete e si riflette e tramanda in esse. Una medesima considerazione vale anche per l’esperienza credente. Ogni inculturazione della fede crea prassi religiose specifiche che la riflettono e le permettono di tramandarsi tra le generazioni. Per questo, allora, «nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione»[118] e alla questione della trasmissione della fede.113. In questo contesto è utile ricordare la forza di attrazione che, tra le nuove generazioni, esercitano i pellegrinaggi di antica e recente formazione ed anche il desiderio di appartenere a qualche confraternita, come per esempio sta accadendo recentemente in Spagna[119]. Per molti giovani, soprattutto nei contesti occidentali, la ricerca di un senso in un mondo sempre più chiuso in se stesso e la ricerca di un’appartenenza religiosa capace di dare una qualche configurazione al proprio bisogno di identità, in un mondo sempre più individualizzato, rappresentano esigenze molto importanti, che trovano riscontro poi proprio nella partecipazione ai pellegrinaggi e nella richiesta di partecipazione ad una confraternita. Nel contesto del tema principale delle presenti Considerazioni, diventa urgente interrogarsi su come “sfruttare” al meglio queste domande e queste esigenze dei nostri contemporanei più giovani per farle diventare canale dal quale la luce di Cristo possa inondare le loro esistenze spesso travagliate.114. Una seconda attenzione deve essere rivolta all’omelia. Papa Francesco le ha dedicato un ampio spazio nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium[120], a testimonianza della sua importanza per l’annuncio e la trasmissione della fede; ad essa si rimanda per un approfondimento. Un’omelia ben preparata può svolgere un ruolo decisivo nel presentare i contenuti della fede in una forma narrativa, che sappia rileggere la Parola di Dio alla luce della vita concreta del popolo, e quindi suscitare un’esperienza viva di incontro con Cristo. Gesù stesso appare nei Vangeli innanzitutto come un grande narratore. Raramente egli inizia i suoi discorsi con concetti astratti: ricorre invece a immagini, metafore, parabole; fa spesso riferimento alla vita quotidiana delle persone, proponendo racconti capaci di aprire l’immaginazione di chi ascolta, prima ancora di toccare l’intelligenza. Le parabole, infatti, non si limitano a informare: sono in grado di formare e trasformare i loro uditori. Le storie raccontate da Gesù non servono semplicemente a rendere più interessante il discorso, ma costituiscono la chiave ermeneutica attraverso cui l’ascoltatore viene introdotto nel mistero del Regno. In questo caso, la grande tradizione omiletica dei Padri della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, può offrire un prezioso contributo ai Pastori.115. Una terza attenzione nasce dal desiderio di un impegno che molti, specialmente tra i più giovani, manifestano attraverso attività di volontariato. La ricerca concreta di un tale impegno spesso è occasione di avvicinamento alla realtà della Chiesa. Queste persone avvertono il bisogno sincero e profondo di dare qualcosa agli altri, sentono dunque l’urgenza di uscire dal loro recinto individuale e dalla logica del possesso come criterio ultimo della felicità. È evidente che questo non implica immediatamente un interesse per la fede, ma rappresenta una buona occasione per l’annuncio e per la proposta dell’amicizia con il Signore Gesù, che offre motivazioni ancora più profonde per tale impegno. L’intera comunità credente è chiamata ad accogliere questi “buoni samaritani” del nostro tempo e accompagnarli con gentilezza e passione verso quell’incontro con il fuoco dell’amore di Dio che essa custodisce quale tesoro prezioso del proprio cammino in mezzo al mondo.116. Una quarta attenzione riguarda la necessità di allargare gli spazi di presenza delle donne nella guida dei processi ecclesiali. Nella Chiesa cattolica, in generale, i fedeli maggiormente presenti e attivi nella vita delle comunità sono costituiti in larga parte da donne. Negli ultimi anni si è fatta, tuttavia, più chiara l’esigenza di permettere alle donne di accedere in quei luoghi dove vengono prese le decisioni importanti per la vita della comunità. Si tratta di un argomento che il Dicastero ha ampiamente studiato e le cui conclusioni sono state affidate, tramite la Segreteria del Sinodo, al Santo Padre.117. Un’ulteriore attenzione è richiesta da un aspetto specifico del nostro tempo. Non si dovrebbe, infatti, sottovalutare il bisogno che tantissime persone oggi esprimono di partecipare a grandi eventi (festival musicali ed altro). Questo mette in evidenza anche che un uso intenso delle tecnologie digitali non è sufficiente a colmare tutti i bisogni del soggetto umano. Emerge, dunque, anche nel nostro tempo, il bisogno di compagnia, la necessità e il desiderio di condividere. Pur nella consapevolezza che la fede si tramette in modo privilegiato da un “tu” ad un “tu”, si dovrebbe cogliere questo tratto della contemporaneità come buona occasione per l’annuncio del Vangelo, provando a immaginare occasioni di unione tra le persone, facendo eco ai grandi temi dell’attualità come per esempio quello della pace.118. Altri spunti di riflessione sono offerti dallo studio della storia della Chiesa, in particolare di quei momenti in cui essa ha saputo rispondere positivamente ai cambiamenti d’epoca incontrati lungo il suo cammino storico. Tra questi, si può citare la crisi seguita al crollo delle istituzioni romane nell’Europa occidentale, con il conseguente abbandono delle città, dove il cristianesimo era maggiormente radicato. In questo contesto, l’emergere del monachesimo irlandese, fiorito nella seconda metà del primo millennio cristiano, si rivelò decisivo: non solo salvaguardò e approfondì la comprensione della fede, ma diede origine anche a nuove forme di evangelizzazione e, al contempo, contribuì a sviluppi significativi nella pratica sacramentale, come la diffusione della confessione auricolare. Un secondo esempio è offerto dalla crisi dottrinale e pastorale provocata dalla diffusione del catarismo e dei vari movimenti pauperisti, sovente in opposizione alla Chiesa, nei secoli medievali. In risposta a tale situazione, gli ordini mendicanti, tra i quali si annoverano quelli fondati da San Domenico e San Francesco, incarnarono una rinnovata vitalità evangelica attraverso la povertà radicale, la predicazione itinerante e l’insegnamento teologico esercitato in piena comunione con la Chiesa. Un ulteriore esempio è offerto dall’impulso a una riforma cattolica di vasta portata, suscitato dalla profonda rottura ecclesiale introdotta dalla Riforma protestante, che vide protagoniste figure come Santa Teresa d’Ávila e Sant’Ignazio di Loyola. Questo rinnovamento ha coinciso con l’espansione missionaria della Chiesa verso terre da poco scoperte e aperte all’annuncio del Vangelo, contribuendo a conferirle un nuovo slancio. Infine, giova ricordare la risposta della Chiesa, nel XIX secolo, ai profondi cambiamenti provocati dalla questione operaia e dalle conseguenze della rivoluzione industriale, che la portarono a rielaborare in modo sistematico la propria dottrina sociale. In ciascuno di questi casi, un momento di crisi divenne l’occasione per iniziative creative che si rivelarono decisive per l’evangelizzazione e coincisero anche con una più ampia transizione tra epoche storiche.119. Nel presente, si rende necessaria un’indagine specifica sul repentino declino del cattolicesimo nei Paesi in cui esso era profondamente radicato, al fine di comprenderne le cause e di elaborare un’adeguata risposta pastorale.120. Un’ulteriore e decisiva attenzione deve essere riservata al mondo delle scuole e delle università cattoliche, nonché a quello delle altre istituzioni cattoliche, specialmente di quelle dedite alla carità. Come testimoniano i Vescovi del Ghana: «La trasmissione della fede cattolica è significativamente rafforzata attraverso l’istruzione cattolica, che funge da importante canale per la formazione continua di bambini, giovani e persino adulti»[121]. In altri Paesi, come il Venezuela, il programma di educazione religiosa prevede un’integrazione tra l’attività scolastica e quella parrocchiale, confermando il valore anche pastorale delle scuole cattoliche[122]. Soprattutto, in Paesi nei quali il cattolicesimo rappresenta una minoranza – talvolta estremamente esigua – queste istituzioni costituiscono spesso l’unico punto di contatto di gran parte della popolazione con la Chiesa cattolica. Tuttavia, occorre segnalare che in diverse regioni vigono restrizioni all’insegnamento della religione nelle scuole, per cui in tali contesti sono le parrocchie a dover sostenere l’intero onere della catechesi.121. Rispetto ai luoghi tradizionali dell’azione pastorale, le scuole offrono un contatto più istituzionale e quasi professionale, ma non per questo meno capace di trasmettere almeno una piccola scintilla di quel fuoco d’amore che ha attraversato i secoli e che, da Gesù, è giunto sino ai nostri giorni. Si offre, infatti, una testimonianza quasi trasparente della carità intellettuale e materiale, capace di orientare spontaneamente verso la bellezza del Vangelo e la sua forza di umanizzazione. Ciò è quanto attestano anche i Vescovi della Francia: «L’insegnamento cattolico è un luogo fondamentale per il primo annuncio presso i bambini, i giovani e le famiglie, che può condurre i giovani ma anche i loro genitori a chiedere l’iniziazione cristiana»[123]. In un orizzonte più ampio, i credenti sono quindi invitati a difendere sempre la centralità della scuola, quale luogo «in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona»[124].122. Infine, un’ultima menzione riguarda l’impegno ecumenico, che costituisce una dimensione intrinseca della missione evangelizzatrice della Chiesa e, pertanto, anche della trasmissione della fede. Infatti, come osserva il Decreto Unitatis redintegratio del Concilio Vaticano II, la divisione tra i cristiani «non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura»[125]. Lungi dal rappresentare un’alternativa all’annuncio, il dialogo ecumenico ne costituisce una modalità propria, nella quale la ricerca comune della verità, l’ascolto reciproco e la testimonianza della carità rendono più credibile la proclamazione del kerygma di fronte a un mondo sempre più secolarizzato e pluralista. Come ricorda San Giovanni Paolo II, infatti, «gli stessi sforzi verso l’unità costituiscono di per sé un segno dell’opera di riconciliazione che Dio conduce in mezzo a noi»[126], manifestando concretamente che il Padre è, per sempre e per tutti, amore. Ciò invita la comunità dei credenti a far proprio l’appello fiducioso di Papa Francesco: «Se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi»[127], in modo da «camminare speditamente verso forme comuni di annuncio, di servizio e di testimonianza»[128].123. Nel medesimo orizzonte, si deve riconoscere che alcuni membri di altre religioni e movimenti religiosi si impegnano a testimoniare la fede in Dio in un contesto culturale che tende a rinchiudersi nella più vuota immanenza. Allo stesso modo, alcuni membri di altre Chiese cristiane e comunità ecclesiali cercano vie nuove per annunciare il Vangelo e l’amore di Cristo nel nostro tempo. Anche dalle loro esperienze positive e dai loro sforzi creativi è possibile imparare qualcosa, affinché il nostro impegno nella trasmissione della piena ricchezza del tesoro della fede, ricevuto in dono, sia sempre fecondo.Capitolo VIII Testimonianze124. A questo punto, come anticipato nell’Introduzione alle presenti Considerazioni, si offrono alcune testimonianze esemplificative di persone che hanno potuto sperimentare nella loro vita l’incontro con Cristo o la riscoperta di una relazione viva con lui. Per ragioni di riservatezza non ne verranno indicati i nomi, ma solo la provenienza, assicurando che si tratta di testimonianze autentiche, genuinamente condivise per l’edificazione della Chiesa universale. A coloro che hanno offerto il proprio racconto, come pure alle Conferenze episcopali che hanno trasmesso tale materiale, va la sincera gratitudine del Dicastero per la Dottrina della Fede. In molti casi non si narrano grandi imprese o eventi prodigiosi, ma semplici vicende nelle quali si manifesta l’azione della grazia nella trama della vita quotidiana, permettendo a ciascuno di riconoscervi qualcosa della propria esistenza. Esse mostrano come ogni circostanza, anche la più piccola e apparentemente insignificante, possa diventare occasione di incontro con l’Eterno e tappa di quella storia di salvezza che Dio costruisce con noi e per noi. Per ragioni di spazio, non è possibile riportare tutte le testimonianze ricevute; si è quindi resa necessaria una scelta legata ai temi del documento e all’esigenza di evitare ripetizioni. Ciascuna di esse rappresenta tuttavia un tesoro di grazia che testimonia come il Signore, anche nell’attuale cambiamento d’epoca, non cessi di assistere e accompagnare la sua Chiesa. Le pagine che seguono intendono tradurre nel linguaggio della vita alcuni degli aspetti sviluppati nei capitoli precedenti.Dall’abisso della dipendenza alla libertà dell’incontro con Cristo125. La prima testimonianza[129] viene dalla Colombia e mostra come, anche nelle situazioni di più profondo degrado morale ed esistenziale, Dio non cessi di chiamare la persona attraverso la voce della coscienza e di offrire la sua salvezza attraverso l’opera dei fratelli: «Più o meno all’età di 13, 14 anni ho iniziato con il consumo di droghe, ho iniziato a cadere nell’impurità e a stare nelle bande; andavo in giro nelle bande, nelle risse, maneggiando armi, estorcendo, rubando, vendendo droga. E quella era la mia vita. La mia famiglia si è stancata di me finché non sono finito a vivere per strada. Dicevo a mia madre: “Mamma, voglio cambiare”. Lei mi diceva: “No, sei malato, prima hai bisogno di guarire” E io le rispondevo: “Ma che dici? Sono capace di uscirne da solo”. Ma avevo bisogno di aiuto; il mio orgoglio, la mia superbia non me lo permettevano. E sentivo un desiderio molto profondo nel mio cuore per qualcosa di più, qualcosa di meraviglioso, qualcosa di buono, di amare, di sentirmi amato. Non avevo dove vivere, dove farmi il bagno, dove mangiare, nulla. Per grazia e misericordia di Dio [attraverso la mia famiglia ho trovato un centro di riabilitazione gestito da una fondazione cristiana], lì non si fanno terapie d’urto né si usano farmaci, lì ciò che si vive è la preghiera: il Santo Rosario, la lectio divina, la Santa Eucaristia…Lì è iniziato il mio cammino di conversione. In quel luogo il Signore ha iniziato a trasformare molto la mia vita, perché ho iniziato a vedere quante ferite e quanti vuoti c’erano nel mio cuore e quanta necessità di amore, di perdono e della misericordia di Dio. Poi sono andato come missionario per 2 anni e mezzo, formandomi, servendo nei ritiri e tenendo incontri. Dopo di che sono tornato alla fondazione dove ero stato. Sono rimasto lì un anno accompagnando i ragazzi come educatore, condividendo con loro un po’ di ciò che il Signore aveva fatto in me. Ora ho il mio impiego e faccio parte di una comunità che si dedica alla preghiera, alla missione e all’evangelizzazione. Dio ha trasformato la mia vita, il mio cuore e mi ha reso un uomo nuovo».126. Altre testimonianze mostrano come, talvolta, possa bastare una circostanza molto semplice, come lo scrolling dei messaggi di un social network, perché la grazia renda possibile un incontro capace di trasformare la vita, come racconta un giovane del Belgio: «Verso i 17 anni, volevo farmi battezzare ma non sapevo dove andare. Ho vissuto pene d’amore, una dipendenza dall’alcol, ho versato lacrime. Un giorno, scorrendo su TikTok, mi sono imbattuto in una preghiera. È stato come un elettroshock e un conforto. Ero non credente e vivevo tutto questo serenamente. Se oggi mi presento, è in risposta all’appello più significativo della mia vita. Non si tratta di una riflessione intellettuale, ma di un incontro personale in cui Gesù mi ha parlato. Mi sono avvicinato alla Chiesa senza crederci veramente, soprattutto per rispetto verso i miei nonni e per il desiderio di preservare le tradizioni. Da quando ho la fede, ho davvero un’altra visione del mondo. Sento che tutto va bene, laddove la mia vita, prima dell’incontro con il Cristo, era complicata».127. Rimanendo nel tema della redenzione e liberazione, una significativa testimonianza dell’efficacia liberante del kerygma è offerta dal racconto di un cappellano che svolge il suo ministero nelle carceri di una diocesi del Canada: «Il contesto carcerario costituisce spesso un luogo di crisi e di rilettura della vita. La privazione della libertà favorisce un confronto con se stessi, con le proprie azioni e con il senso della propria esistenza. In questo contesto, la domanda del Battesimo appare frequentemente come la ricerca di un nuovo inizio, anzi, di redenzione. Le persone incontrate esprimono spesso una ricerca di senso, al di là dei precedenti contesti della loro vita. Gli scambi catechistici aprono uno spazio dove le grandi domande – sofferenza, colpa, perdono, speranza – possono essere affrontate in modo strutturato. Risulta evidente che la conversione non scaturisce unicamente a partire da un contenuto dottrinale, ma anche a partire da una relazione di fiducia e di ascolto. L’accompagnamento pastorale, vissuto nel tempo, costituisce una mediazione essenziale attraverso la quale la fede diventa pensabile e ricevibile. Un elemento centrale delle conversioni osservate è l’incontro con l’immagine di un Dio che perdona e rialza. Ciò è particolarmente significativo in un contesto segnato dalla colpa e dalla condanna. Si osserva così un ritorno d’interesse per la dimensione spirituale ed esistenziale della fede. La conversione appare spesso come un’esperienza personale forte».Il “risveglio” del kerygma: ruolo della famiglia e della preghiera128. Nelle famiglie, non solo il cambiamento d’epoca, ma anche eventi tragici possono mettere a dura prova la fede personale. Tuttavia, anche in queste situazioni, il Signore non abbandona i suoi figli, come testimonia questo racconto proveniente dal Cile: «La mia fede si è indebolita a tal punto che sono arrivato a dichiararmi ateo. In mezzo a quel deserto è arrivato un colpo devastante: la morte di mia madre. Per cinque anni ho portato un dolore inconsolabile; la piangevo ogni giorno senza trovare risposte. È stato allora che Dio ha usato il pretesto più semplice: il catechismo della mia figlia minore. Ho partecipato agli incontri solo per dovere. È stato in quel processo che è accaduto l’inaspettato: attraverso l’Eucaristia, ho sperimentato un incontro – o meglio, un re-incontro – personale con Gesù Cristo. Lui ha preso il mio dolore, ha asciugato le mie lacrime per mia madre e mi ha dato una pace che il mondo non può dare».129. Un’altra testimonianza, riguardante gli ostacoli alla trasmissione della fede in famiglia, proviene da una donna, madre di famiglia, della Slovacchia: «Mio padre era alcolista. Ha distrutto me e mia madre durante la mia infanzia… Quando beveva, era aggressivo, imprecava, bestemmiava, rompeva i mobili di casa… qualsiasi cosa gli capitasse a tiro; spesso dovevamo scappare di casa. Nel corso degli anni si era accumulato in me un senso di mancanza di perdono e forse anche l’odio nei suoi confronti. Solo nella comunità, attraverso la Parola di Dio e la formazione, ho capito che stavo giudicando mio padre per quello che era, e che stavo giudicando anche Dio per avermi dato un padre così. Quando ho trovato il coraggio, alla luce della Parola di Dio, sono andata da mio padre e gli ho chiesto perdono. È stata un’esperienza molto forte per me e, anche se mio padre non è riuscito a capire bene ciò che gli stavo dicendo, ho visto che finalmente avevo trovato la pace interiore e anche il nostro rapporto si è migliorato. Sebbene mio padre non praticasse in alcun modo la vita religiosa, è partito per l’eternità riconciliato con me e con mia madre, dopo essersi confessato. [Oggi] insieme a mio marito ci impegniamo a trasmettere la fede ai nostri quattro figli. Insegniamo loro anche raccontando la nostra esperienza, non come moralismo (nel senso che anche tu devi vederla/farla in questo modo). Diciamo loro che Dio agirà in modo particolare anche nella loro vita, che è importante accogliere tutto ciò che la Chiesa offre loro come aiuto, affinché possano vivere una vita che abbia un senso».130. Altre volte è il membro credente di una coppia a coinvolgere l’altro in un cammino di fede, come testimonia questa esperienza proveniente dagli Stati Uniti d’America: «Il mio cammino verso la Chiesa cattolica è iniziato a causa della mia fidanzata. È stata cresciuta come cattolica e la sua fede è sempre stata importante per lei. Mentre ci preparavamo al matrimonio, ha espresso il desiderio di avere un matrimonio cattolico. Volendo capire meglio qualcosa di così significativo per lei, ho deciso di esplorare la fede. Ho incontrato una comunità accogliente e un gruppo di insegnanti dedicati che hanno reso il processo di apprendimento coinvolgente e significativo. Sono rimasto impressionato dalla comunità parrocchiale e dal bene che compie nella comunità locale. Le persone lì mi hanno trasmesso il valore non solo di avere fede, ma di viverla. Mentre attendo di ricevere il Battesimo e la Cresima alla Veglia Pasquale, lo faccio con gratitudine e aspettativa».131. Nella medesima direzione si colloca una testimonianza proveniente dal Giappone: «Un uomo è entrato in contatto con la Chiesa attraverso il matrimonio con una coniuge cattolica. All’inizio ha frequentato i corsi di preparazione al matrimonio semplicemente in preparazione alle nozze, ma gradualmente si è trovato attratto dalla calorosa accoglienza della comunità parrocchiale e dalla serenità della liturgia. Dopo la nascita di suo figlio, ha iniziato a chiedersi cosa desiderasse trasmettergli nella vita e, dopo aver intrapreso uno studio più approfondito della fede, è stato battezzato alcuni anni dopo. Per lui, la Chiesa alla quale si era avvicinato inizialmente per il bene della sua famiglia è diventata il luogo in cui il suo stesso modo di vivere è stato messo in discussione».132. Anche il Sacramento del Matrimonio può diventare un’occasione di riscoperta della fede, come testimonia un’esperienza trasmessa dai Vescovi dell’Angola: «Una coppia di fidanzati: lei cattolica, di una famiglia con una vivissima trasmissione generazionale della fede; lui indifferente a Dio e alla religione. Lei informò lui che l’evoluzione della loro relazione avrebbe dovuto avere come condizione sine qua non il matrimonio cattolico. [Durante una riunione di famiglia,] un sacerdote, parente della famiglia del fidanzato, affrontò la fidanzata cattolica per l’intenzione di unirsi a un uomo che era disposto solo a darle il piacere della cerimonia cattolica del matrimonio, ma disprezzando il valore intrinseco di questo matrimonio. [Il sacerdote] affrontò allo stesso modo il fidanzato, che si limitava solo alla parte carnale e disprezzava ogni altra parte del valore del matrimonio. Rientrando in sé, il fidanzato si vergognò delle sue contraddizioni…senza il minimo di cultura cristiana, quella che, ora, cominciava ad avere senso per lui. Questa esperienza scomoda ha scatenato in lui la curiosità per la fede cattolica, ha iniziato a frequentare la catechesi, ha ricevuto il battesimo, ha fatto il corso prematrimoniale, si è sposato in chiesa ed è diventato assiduo nella liturgia e attivo nella vita pastorale della parrocchia».133. Altre volte il risveglio della fede nasce da esperienze di preghiera e di condivisione, come nel caso di una donna laica della Polonia, che racconta di aver riscoperto una fede viva attraverso un’iniziativa promossa dal movimento carismatico cattolico: «Tutto è iniziato con la decisione di partecipare al ritiro di alcune settimane del Seminario di Rinnovamento della Fede. All’epoca mi sembrava di avere una vita abbastanza buona, normale e ordinata. Sempre più spesso, però, nel profondo del mio cuore sentivo che ciò su cui costruivo la mia vita non era duraturo. Il vuoto che appariva sempre più spesso nel cuore non poteva essere colmato da nulla. Ho visto che la fede che avevo era morta. Era solo l’adempimento di certi doveri e pratiche religiose che mi erano stati insegnati. Durante il Seminario ho conosciuto un Dio che ama gratuitamente, è Padre, si prende cura, aspetta, cerca i perduti per donare amore, felicità e gioia. È stato il mio incontro personale con Gesù, che ha “toccato” concretamente il mio cuore per tirarmi fuori dall’oscurità in cui vivevo da anni. Dopo le lacrime purificatrici è arrivata una grande gioia, libertà, forza e speranza che hanno riempito tutto il mio cuore e il mio essere. La mia fede ha smesso di essere un’aggiunta alla vita, è diventata il senso unico della mia esistenza. Ha smesso di essere morta ed è diventata viva. Mi sono sentita finalmente sicura, libera e serena. Le parole di sant’Agostino “Il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposa in Dio” si sono compiute al 100% nella mia vita».134. Un’altra testimonianza particolarmente intensa in tal senso proviene da una studentessa francese: «Nata da un padre libanese sciita diventato ateo e da una madre francese cattolica non praticante, sono cresciuta in una certa erranza spirituale. I miei genitori desideravano lasciarci liberi nella nostra scelta religiosa, ma questo silenzio è stato a lungo una mancanza. Tuttavia, fin dall’età di 8 anni, ho trovato una Bibbia… questo primo scatto è stato nutrito dai miei anni di scuola a Chartres, dove trovavo rifugio e pace sotto i pilastri della cattedrale dopo le lezioni. Il vero punto di svolta è avvenuto nel 2004, durante i miei corsi propedeutici [all’università]. Sola, lontana dalla mia famiglia e schiacciata dalla pressione dei concorsi, ho vissuto una vera rivelazione. Una sera, davanti alla mia scrivania, l’evidenza si è imposta: Dio esisteva, era lì, proprio accanto a me, con una presenza quasi palpabile. Questo sollievo immenso ha trasformato la mia solitudine in un cammino in compagnia. Il Signore ha poi posto dei testimoni sulla mia strada… [tra cui] un cristiano maronita, [che] portava in sé una fede radiosa. Un giorno, vedendo un’immagine del Sacro Cuore di Gesù che custodiva nel suo portafoglio, ho capito: era Lui, Gesù, che mi aveva visitata quella sera nella mia stanza di studentessa. Ciononostante… il ritmo frenetico del mio lavoro mi ha condotta al burnout nel 2019. In questo crollo, solo Gesù mi ha salvata. Ho allora intrapreso un pellegrinaggio di guarigione…ho radicalmente cambiato vita. Oggi la mia vita è stabile e felice, sento che è finalmente tempo di compiere la mia promessa. Ricevendo i sacramenti dell’iniziazione cristiana, desidero suggellare per l’eternità la mia alleanza con Cristo, che non mi ha mai abbandonata».135. Altre volte è la forza della preghiera e dei sacramenti a sostenere nelle situazioni di crisi, come testimonia l’esperienza di una donna proveniente dalla Giamaica: «Sono una cattolica “dalla culla” cresciuta da una madre che era una fedele cattolica. Da bambina, in una piccolissima città della Giamaica, leggevo e servivo perfino all’altare, perché molti parrocchiani erano poco istruiti e molti non sapevano leggere. Davo a Dio ciò che mi sentivo di dargli. C’erano volte in cui davo il 90%, e altre volte in cui era il 20%. Circa 15 anni fa, nonostante pregassi fervidamente per uscire da [una certa] situazione, sembrava che Dio non rispondesse. Arrivai a un punto in cui sentii che Dio semplicemente non stava ascoltando…conclusi che non aveva senso pregare. Smisi completamente di pregare…ne seguì una grande crisi di fede. Iniziai a mettere davvero in discussione e a dubitare di tutto. Mi sentivo proprio come un’impostora. In verità, stavo insegnando ai bambini il catechismo, mentre non ero nemmeno sicura di credere a ciò che insegnavo. [Ma] Dio sa sempre dove trovarci e come raggiungerci. La mia mente iniziò a comprendere il vero potere nei Sacramenti…e, soprattutto, nell’Eucaristia: che Gesù è proprio lì. Le sfide con cui stavo lottando e che hanno causato la mia crisi di fede esistono ancora, ma ciò che è cambiato è il mio modo di pregare. L’obiettivo delle mie preghiere non è più su ciò che Dio può dare a me. Invece, chiedo cosa posso dare io a Dio».La testimonianza della carità, della cultura e della bellezza136. Come già trattato in precedenza, una via importante di accesso alla fede è la bellezza (via pulchritudinis), quella bellezza che, come insegnavano i dottori medievali, è sintesi di verità e di bontà. In una parola, è la bellezza dell’amore, che si manifesta in una molteplicità di forme. Proprio a partire dal tema della bellezza, capace di unire il rigore intellettuale all’esperienza estetica, si colloca la testimonianza di uno studente di neurobiologia proveniente dalla Svizzera: «Sono cresciuto in una famiglia atea, da noi “cartesiano” era la parola d’ordine: spesso presentata come un’evidente antitesi alla fede. La presenza di Dio nella mia vita si è manifestata come un fruscio di vento in lontananza. La prima volta che ho provato questa sensazione di pienezza è stato mentre assistevo a una straordinaria esecuzione di un brano di Chopin. Poi c’è stata quella sera in cui, dalla cima di una montagna della Crimea, ho contemplato l’immensità del Mar Nero e le montagne che si estendevano ai miei piedi. Pensavo di provare quella pace perché stavo contemplando la bellezza dell’Umanità. [Poi] un giorno ho passato la porta della cattedrale di Chartres. La questione non si poneva più: la sorgente era lì, sotto i miei occhi. Non so quando il mio cammino con Dio sia iniziato, ma sono certo di averlo accolto la prima volta che mi sono inginocchiato a pregare. È stato un bagno di pace, un balsamo per l’anima. Quando mi sono reso conto della strada che stavo intraprendendo, ho deciso di tenermi in disparte. Negli ambienti scientifici, ogni accenno all’argomento è accompagnato da lunghi dibattiti, critiche denigratorie e persino da vere e proprie bestemmie. Le mie prime preghiere, i miei primi rosari, le mie prime messe li ho vissuti da solo. Pensavo di entrare a far parte della comunità una volta acquisite sufficienti conoscenze. Con mia grande sorpresa, è stata la comunità ad accogliermi. Ho avuto la fortuna di essere battezzato grazie all’insistenza dei miei nonni materni. Ritengo che sia giunto il momento di chiudere il capitolo della scoperta e di avanzare a pieno titolo nella mia vita di cattolico. Ho quindi intrapreso il mio percorso verso la cresima».137. Altre volte è la semplicità della carità, manifestata nella gentilezza e nell’accoglienza, ad aprire le porte della fede, come nella testimonianza di un catecumeno vietnamita, trasmessa dai Vescovi della Malesia: «Sono nato in una famiglia buddista. Sono cresciuto senza prestare molta attenzione alla religione. Sono venuto in Malesia perché volevo studiare l’inglese. In Vietnam questi corsi sono costosi, ma ho trovato un corso di inglese gratuito tenuto da cristiani filippini. Sono stato accolto da tutti con calore. Insegnavano con sincerità e ci offrivano persino cibo e bevande. Ho potuto constatare la loro gentilezza e generosità. Trattavano tutti allo stesso modo. Durante una delle lezioni, è stato proiettato un video sulla passione e la risurrezione di Gesù, che si concludeva con una semplice domanda: “Dov’è Dio?”. Ma ho provato qualcosa. È stata una piccola emozione, ma è rimasta dentro di me. Anni dopo, ho conosciuto un [cristiano] malese attraverso il lavoro e ho iniziato a frequentare la Messa con lui. In chiesa, le persone erano gentili e le omelie mi hanno toccato. Ma la vecchia domanda è tornata: chi è Dio? Con l’aiuto del mio amico, mi sono iscritto ai corsi di catecumenato e quest’anno sarò battezzato. Mi sento più forte, meno spaventato dalle sfide della vita. Non sono solo pronto a diventare cattolico, ma pronto a diventare parte del miracolo di Dio».Conclusione138. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ricevuto da Papa Francesco, nell’ultimo periodo della sua vita, l’incarico di offrire alla Chiesa una riflessione sulla trasmissione della fede; tale richiesta è stata successivamente rinnovata da Papa Leone XIV. Il Dicastero ha accolto questo compito nello spirito del rinnovamento missionario richiesto a tutto il popolo di Dio, comprese le istituzioni curiali. Infatti, il suo servizio non si limita alla custodia di un deposito di dottrine da credere (credere Deum), ma comprende anche la promozione di tutto ciò che favorisce il coinvolgimento personale e attivo nell’accoglienza della luce della fede (credere Deo e credere in Deum). In particolare, ciò riguarda la Sezione Dottrinale del Dicastero che è chiamata a favorire «gli studi volti a far crescere l’intelligenza e la trasmissione della fede al servizio dell’evangelizzazione, perché la sua luce sia criterio per comprendere il significato dell’esistenza»[130]. La questione della trasmissione della fede, dunque, non ci allontana dal depositum fidei, né implica la riduzione della trattazione alla sola dimensione soggettiva della fides qua. Semplicemente, si tratta di un appello ai fedeli a tornare al cuore del patrimonio della fede cristiana: il kerygma è infatti il suo contenuto centrale, che attraversa come un filo d’oro l’armoniosa gerarchia delle «verità della dottrina cattolica»[131] e illumina tutti i contenuti del depositum fidei, attraendo verso l’esperienza di un incontro personale e comunitario con Cristo vivo.139. Nel corso della riflessione sviluppata nel presente documento, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha accolto con gioia la generosa risposta di numerose Conferenze episcopali, che hanno condiviso la loro sincera preoccupazione circa questo tema. La ricchezza dei contributi ricevuti supera i limiti di un singolo documento; pertanto, la questione affrontata dalle presenti Considerazioni rimane aperta a ulteriori approfondimenti e a nuovi sviluppi. Questo Dicastero riconosce che tale ambito appartiene alla competenza di un altro Dicastero, il Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo, che da tempo è impegnato in un percorso di ricerca e di dialogo non solo sulla trasmissione della fede, ma anche su altre tematiche ad essa connesse: il catecumenato, le diverse forme di catechesi, la formazione dei fedeli, i contesti comunitari di accoglienza e di crescita dei nuovi credenti, etc.140. Intendiamo, ora, sigillare queste Considerazioni sulla trasmissione della fede nel contesto del cambiamento d’epoca con un’immagine molto cara ad ogni fedele, capace di rappresentare un simbolo di speranza per il futuro. È l’immagine della liturgia dell’accensione del cero pasquale e della sua collocazione sull’altare, dopo la processione lungo la navata della chiesa, durante la solenne Veglia pasquale nel rito latino. Come è noto, dopo l’accensione del cero ha inizio la processione: ad eccezione del Diacono che porta il cero, tutti procedono con le candele spente tra le mani. Successivamente, dapprima il celebrante e, poi, gli altri partecipanti ricevono dal cero pasquale, o da candele accese ad esso, la fiamma con cui accendere la propria candela e, a loro volta, possono trasmetterla ad altri.141. Per tre volte, con la proclamazione «La luce di Cristo» (oppure, in certi Paesi, una formula alternativa), il Diacono annuncia al mondo la presenza della luce di Cristo, che si rende visibile nell’accensione progressiva delle candele. Così, dall’unica fiamma del cero pasquale si accendono lentamente e ordinatamente tutte le candele dei fedeli e, al termine della processione, vengono accese anche le luci della chiesa.142. Vorremmo così immaginare l’impulso che queste Considerazioni desiderano offrire alla Chiesa nel tempo del cambiamento d’epoca. Esse vogliono ricordare con forza che Cristo è la luce vera: Egli illumina perché libera dalle tenebre e introduce nella pienezza di vita, compimento dell’accoglienza dell’amore incondizionato di Dio nel nostro cuore. A noi credenti è già stato donato di incontrare la luce e di lasciar illuminare la nostra vita dalla «luce vera» del mondo (cf. Gv 1,9). Tocca ora a noi trasmettere lo stesso dono agli uomini e alle donne del nostro tempo, che forse non sempre in modo consapevole attendono anch’essi di poter accendere la loro esistenza a quella stessa fonte di ogni grazia, luce che risplende nel mondo.143. Non si può tralasciare, infine, la testimonianza di tanti laici evangelizzatori che, nei tempi recenti, hanno raggiunto la santità. Tanti giovani hanno ammirato la passione per l’evangelizzazione in San Carlo Acutis, così come l’esempio ammirevole di Santa María Antonia de Paz y Figueroa, conosciuta come Mama Antula, nel suo lungo pellegrinaggio evangelizzatore. Numerosi laici hanno, inoltre, donato la propria vita nell’impegno di portare la luce di Cristo: San Sebastiano, San Paolo Chông Hasang, San Peter to Rot. Insieme a loro, le contemplative e i contemplativi alimentano il fuoco della fede attraverso la preghiera e l’intercessione, perché senza l’azione dello Spirito Santo tutti i nostri sforzi diventano vani. Invitiamo, pertanto, tutte le comunità a promuovere al loro interno momenti di preghiera e di intercessione che sostengano la trasmissione della luce della fede.144. Maria, che si è resa presente in mezzo ai diversi popoli attraverso le forme più varie della loro fede e devozione, rendendo così più riconoscibile la sua vicinanza materna, porta sempre con sé la luce e l’amore del Signore. Il Vangelo racconta che così ha fatto fin dall’inizio, quando ha portato Gesù a Elisabetta (cfr. Lc 1,39-45). Continua a farlo anche oggi, offrendo la bellezza del Vangelo. Maria, infatti, ha meditato attentamente e custodito nel suo cuore tutto ciò che Cristo ha fatto e detto (cfr. Lc 2,19.51). Ella è stata la grande testimone dell’incarnazione e della nascita del Signore fino alla sua morte in croce e alla sua risurrezione, accompagnandolo lungo tutta la sua vita terrena. Pertanto, davanti al volto di Maria, il popolo fedele riconosce «in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo»[132]. Chi guarda alla fede mariana dei semplici con un atteggiamento esclusivamente intellettuale, rischia di non comprendere che tante volte il Vangelo di Cristo si trasmette in forma mistagogica, attraverso simboli, esperienze, fiducia e affetto. A Maria, Maestra della trasmissione della fede, chiediamo di intercedere per noi nel rinnovato impegno di portare la luce di Cristo alle nuove generazioni.Il Sommo Pontefice Leone XIV, nell’Udienza concessa al sottoscritto Prefetto insieme al Segretario per la Sezione Dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede, il giorno 21 agosto 2026, Memoria liturgica di San Pio X Papa, ha approvato il presente documento, deliberato nella Sessione Ordinaria di questo Dicastero in data 24 giugno 2026, Solennità della Natività di San Giovanni Battista, e ne ha ordinato la pubblicazione. Dato a Roma, presso la sede del Dicastero per la Dottrina della Fede, il 22 ottobre 2026, Memoria liturgica di San Giovanni Paolo II. Víctor Manuel Card. Fernández Prefetto Mons. Armando Matteo Segretario per la Sezione Dottrinale Ex Audientia Die: 21 Augusti 2026 Leo PP. XIV [1] Leone XIV, Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno 2025): L’Osservatore Romano, 17 giugno 2025, 2. [2] Leone XIV, Discorso ai partecipanti alla Sessione Plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo (28 maggio 2026): L’Osservatore Romano, 28 maggio 2026, 2. [3] Per aiutare il lettore a orientarsi lungo il cammino delle presenti Considerazioni, che si snoda attraverso diversi capitoli, può essere utile offrire fin d’ora una sintetica indicazione del suo percorso tematico. I capitoli I e II ne pongono le basi teologiche, muovendo dall’annuncio dell’amore del Padre manifestato nella persona e nelle opere di Gesù di Nazareth, per giungere ai suoi principali contesti di trasmissione nella Chiesa, cioè la famiglia e la comunità. Il capitolo III si sofferma sulle sfide del cambiamento d’epoca, la cui cifra è un’inedita difficoltà nel proseguire le tradizionali forme di trasmissione della fede, a cui risponde il capitolo IV additando il cuore pulsante di tale opera, ossia l’annuncio del kerygma. Il capitolo V espone diverse riflessioni pratiche sulla trasmissione della fede nella vita delle comunità nei suoi vari aspetti, mentre i capitoli VI e VII, rispettivamente, approfondiscono il rapporto tra fede e cultura e indicano alcune attenzioni pastorali specifiche. Il capitolo VIII, infine, raccoglie alcune testimonianze concrete che mostrano la trasmissione della fede nel contesto della vita quotidiana delle persone. [4] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 22: AAS 58 (1966), 1043. [5] Francesco, Esort. ap. Christus vivit (25 marzo 2019), n. 1: AAS 111 (2019), 391. [6] Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 1: AAS 98 (2006), 217. [7] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 1: AAS 105 (2013), 1019. [8] Francesco, Lett. enc. Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 1: AAS 105 (2013), 555-556. [9] Francesco, Lett. enc. Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 37: AAS 105 (2013), 580. [10] Francesco, Lett. enc. Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 38: AAS 105 (2013), 580. [11] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei verbum (18 novembre 1965), n. 8: AAS 58 (1966), 821. [12] Cf. XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Instrumentum laboris (2012), n. 105. [13] Francesco, Lett. enc. Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 38: AAS 105 (2013), 581. [14] Benedetto XVI, Omelia per la Santa Messa di inaugurazione della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (13 maggio 2007): Insegnamenti III, 1 (2007), 848-849. [15] Leone XIV, Discorso per il Concistoro Straordinario (7 gennaio 2026): L’Osservatore Romano, 8 gennaio 2026, 2. [16] Leone XIV, Omelia in occasione del Giubileo delle famiglie, dei nonni e degli anziani (1° giugno 2025): L’Osservatore Romano, 2 giugno 2025, 2. [17] Leone XIV, Omelia nella festa del Battesimo del Signore (11 gennaio 2026): L’Osservatore Romano, 12 gennaio 2026, 4. [18] Francesco, Lett. enc. Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 43: AAS 105 (2013), 584. [19] Francesco, Lett. enc. Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 53: AAS 105 (2013), 591. [20] Testimonianza del p. Duval disponibile al sito http://pierre.aime.duval.free.fr/priere.htm (originale francese, traduzione a cura del Dicastero). [21] Francesco, Omelia per la Festa del Battesimo del Signore e la celebrazione del Battesimo di alcuni bambini (7 gennaio 2018): L’Osservatore Romano, 8-9 gennaio 2018, 8. [22] Leone XIV, Omelia in occasione del Giubileo dei Catechisti (28 settembre 2025): L’Osservatore Romano, 29 settembre 2025, 2. [23] Cf. Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 70: AAS 105 (2013), 1049-1050. [24] Francesco, Lett. enc. Lumen fidei (29 giugno 2013), n. 18: AAS 105 (2013), 565. [25] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 14: AAS 105 (2013), 1025, che cita Benedetto XVI, Omelia nella Santa Messa di conclusione della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi” (28 ottobre 2012), AAS 104 (2012), 890. Corsivo in originale. [26] Francesco, Discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale (21 dicembre 2019): AAS 112 (2020), 43. Per la precisione, l’espressione “cambiamento d’epoca” non apparve per la prima volta in tale discorso, ma fu introdotta da Papa Francesco in occasione della sua intervista del 29 giugno 2014 per il quotidiano italiano Il Messaggero. [27] Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi, Documento conclusivo della V Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (13-31 maggio 2007), n. 44. [28] Cf. Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 30: AAS 112 (2020), 979-980. [29] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 6. [30] Leone XIV, Discorso ai Superiori maggiori della Compagnia di Gesù (24 ottobre 2025): L’Osservatore Romano, 24 ottobre 2025, 5. [31] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 26. [32] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 70: AAS 105 (2013), 1049. [33] Conferenza dei Vescovi Cattolici della Federazione Russa, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 30 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [34] Cf. Conferenza Episcopale dell’Albania, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 19 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [35] Chiesa Metropolitana Greco-cattolica Ungherese, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Chiesa sui iuris, 7 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [36] Conferenza Episcopale del Cile, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 11 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [37] Cf. Conferenza Episcopale delle Antille, Lett. past. Un mandato per il Regno: missione ed evangelizzazione nei Caraibi, 9 gennaio 2018, n. 30. [38] Conferenza Episcopale Panamense, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 14 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [39] Cf. Conferenza Episcopale della Colombia, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 16 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [40] Cf. Conferenza Episcopale Peruviana, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 30 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [41] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici della Corea, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 31 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [42] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici di Malesia, Singapore e Brunei, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 3 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [43] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici del Bangladesh, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 15 maggio 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [44] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici del Giappone, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 20 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [45] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’Asia Centrale, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 3 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [46] Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’Africa del Sud, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 4 maggio 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [47] Cf. Conferenza dei Vescovi Cattolici dello Zambia, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 10 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [48] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 73: AAS 105 (2013), 1050-1051. [49] Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 30 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [50] Conferenza Episcopale della Romania, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 14 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [51] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 105: AAS 112 (2020), 1005. [52] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 64: AAS 105 (2013), 1047. [53] Conferenza Episcopale Spagnola, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 14 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [54] Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 31 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [55] Conferenza Episcopale Austriaca, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 31 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [56] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 4. [57] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 139. [58] XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Relazione di Sintesi della prima Sessione (28 ottobre 2023), n. 17 a). Cf. Leone XIV, Discorso ai partecipanti alla Conferenza “Artificial Intelligence and Care of Our Common Home” (5 dicembre 2025): L’Osservatore Romano, 5 dicembre 2025, 2. [59] Leone XIV, Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2026): L’Osservatore Romano, 24 gennaio 2026, 2. [60] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 132. [61] Conferenza Episcopale del Belgio, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 3 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [62] Conferenza Episcopale del Cile, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 11 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [63] Per i dettagli della ricerca, si può consultare l’indirizzo https://eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/les-sacrements/le-bapteme/baptemes-adultes/. [64] Cf. Patriarcato Maronita di Antiochia, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio del Patriarcato, 1 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [65] Conferenza dei Vescovi Cattolici della Nigeria, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 6 maggio 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [66] Conferenza Episcopale della Tanzania, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 26 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [67] Cf. Conferenza Episcopale della Costa d’Avorio, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 15 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [68] Cf. Conferenza Episcopale Nazionale del Congo, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 30 marzo 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [69] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 223. [70] Leone XIV, Lettera ai Cardinali (14 aprile 2026): L’Osservatore Romano, 14 aprile 2026, 7. Cf. Id., Discorso in occasione del Giubileo dei missionari digitali e degli influencer (29 luglio 2025): L’Osservatore Romano, 29 luglio 2025, 2. [71] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei verbum (18 novembre 1965), n. 2 AAS 58 (1966), 818. [72] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei verbum (18 novembre 1965), n. 5 AAS 58 (1966), 819. [73] Cf. Commissione Teologica Internazionale, L’interpretazione dei dogmi (1990), 2.1.1. [74] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 164: AAS 105 (2013), 1088-1089. [75] Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova evangelizzazione, Direttorio per la catechesi (2020), n. 57. [76] Cf. Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova evangelizzazione, Direttorio per la catechesi (2020), nn. 56-57. [77] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 22. [78] Cf. https://www.evangelizatio.va/content/pcpne/it/attivita/catechesi.html. [79] Francesco, Lett. enc. Dilexit nos (24 ottobre 2024), n. 26: AAS 116 (2024), 1377. [80] Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 31: AAS 98 (2006), 245. [81] Agostino, Confessionum libri tredecim, XII, 16, 23: PL 32, 834. [82] Francesco, Esort. ap. Christus vivit (25 marzo 2019), n. 211: AAS 111 (2019), 450. [83] A. Hurtado, «Ustedes son la luz del mundo», discorso a El Cerro San Cristóbal, Cile (1940), come citato in Francesco, Esort. ap. Christus vivit (25 marzo 2019), n. 175: AAS 111 (2019), 440. [84] Cf. Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 70: AAS 105 (2013), 1050. [85] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 165: AAS 105 (2013), 1089. [86] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Unitatis redintegratio (21 novembre 1964), n. 11: AAS 57 (1965), 99. [87] Cf. Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 36-37: AAS 105 (2013), 1035. [88] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 165: AAS 105 (2013), 1089. [89] Cf. Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 127-129: AAS 105 (2013), 1073. [90] Francesco, Lett. ap. Aperuit illis (30 settembre 2019), n. 8: AAS 111 (2019), 1500. [91] Cf. Aelredo di Rievaulx, De spiritali amicitia: CCCM, 1, 279-350. [92] Francesco, Esort. ap. Christus vivit (25 marzo 2019), n. 151: AAS 111 (2019), 432. [93] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 52: AAS 58 (1966), 1073. [94] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 24: AAS 105 (2013), 1030. [95] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 45: AAS 105 (2013), 1039. [96] Cf. Prospero d’Aquitania, Indiculus, c. 8: PL 51, 209. [97] Agostino d’Ippona, Confessionum libri tredecim, IX, 6, 14: PL 32, 769-770. [98] R. Guardini, Spiegel und Gleichnis. Bilder und Gedanken, Mainz-Paderborn 1990, 158-161. [99] Francesco, Esort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), n. 9: AAS 110 (2018), 1113. [100] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium (21 novembre 1964), n. 11: AAS 57 (1965), 15-16. [101] Francesco, Esort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), n. 14: AAS 110 (2018), 1115. [102] Terenzio, Heautontimorumenos, I, 1, 25. [103] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 122. [104] Leone XIV, Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), n. 3: AAS 117 (2025), 1240. [105] Leone XIV, Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), n. 104: AAS 117 (2025), 1280-1281. [106] H.U. von Balthasar, Gloria. Una estetica teologica. La percezione della forma, Vol. 1, Milano 1971, 163. A ciò si può aggiungere: «Se al verum manca quello splendor che per Tommaso costituisce il contrassegno del bello, allora la conoscenza della verità rimane sia prammatica che formalistica. […] E se al bonum manca quella voluptas che per Agostino è il segno della sua bellezza, allora il rapporto al bene rimane utilitaristico ed edonistico» (ibid.). [107] Cf. Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 167: AAS 105 (2013), 1090. [108] Leone XIV, Discorso di saluto ai partecipanti al “Concerto con i poveri” (6 dicembre 2025): L’Osservatore Romano, 9 dicembre 2025, 4. [109] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (16 gennaio 1982), n. 2: Insegnamenti V, 1 (1982), 131, che cita Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), n. 20: AAS 68 (1976), 18. Cf. Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura (23 maggio 1999). [110] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Slavorum apostoli (2 giugno 1985), n. 21: AAS 77 (1985), 802. [111] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio (7 dicembre 1990), n. 52: AAS 83 (1991), 300. [112] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 122: AAS 105 (2013), 1071. [113] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 127: AAS 105 (2013), 1073. [114] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 132: AAS 105 (2013), 1075. [115] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes (7 dicembre 1965), cap. I: AAS 58 (1966), 1034-1044. [116] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 3. [117] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 123: AAS 105 (2013), 1071. [118] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 126: AAS 105 (2013), 1073. [119] Si tratta di un fenomeno che da alcuni anni vede un sempre maggiore coinvolgimento di giovani nelle confraternite religiose o in gruppi giovanili legati al mondo cattolico. Oltre alla partecipazione alla vita delle confraternite stesse che culmina, a livello pubblico, nelle tradizionali processioni in occasione delle principali solennità, si segnalano anche raduni nazionali che vedono una presenza sempre maggiore di partecipanti, come segnalato già nel 2016 dal periodico digitale dell’Arcidiocesi di Madrid: cf. https://alfayomega.es/las-cofradias-se-han-convertido-en-puerta-de-entrada-a-la-iglesia-para-muchos-jovenes/. [120] Cf. Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 135-144: AAS 105 (2013), 1076-1080. [121] Conferenza dei Vescovi del Ghana, Relazione sulla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 27 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [122] Cf. Conferenza Episcopale Venezuelana, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 2 aprile 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [123] Conferenza dei Vescovi di Francia, Relazione e testimonianze relative alla trasmissione della fede nel territorio della Conferenza episcopale, 5 giugno 2026, in Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede. [124] Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), n. 143. [125] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Unitatis redintegratio (21 novembre 1964), n.1: AAS 57 (1965), 90. Cf. Id., Decr. Ad gentes (7 dicembre 1965), n. 6: AAS 58 (1966), 954-955. [126] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio (7 dicembre 1990), n. 50: AAS 83 (1991), 297. [127] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 246: AAS 105 (2013), 1119. [128] Ibid. [129] I resoconti che seguono sono sintesi redatte con estratti provenienti dai testi originali delle testimonianze. Per semplicità di lettura, non si segnalano gli omissis. Le eventuali integrazioni riassuntive sono riportate tra parentesi quadre. [130] Francesco, Lett. ap. in forma di “Motu proprio” Fidem servare (11 febbraio 2022), n. 2: AAS 114 (2022), 288. [131] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Unitatis redintegratio (21 novembre 1964), n. 11: AAS 57 (1965), 99. [132] Francesco, Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 285: AAS 105 (2013), 1135. Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede, Nota dottr. Mater populi fidelis (4 novembre 2025), n. 77 |