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In evidenza, News

IL PRETE E L’ULTIMA STAGIONE DEL MINISTERO

Il prete e l’ultima stagione del ministero

22 agosto 2026/ di: Domenico Marrone

C’è una domanda che la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di porsi con maggiore radicalità: che cosa accade a un prete quando compie settantacinque anni? La domanda non è semplicemente anagrafica. È ecclesiologica, pastorale, spirituale e, in fondo, profondamente umana.

Un presbitero che ha trascorso quarant’anni della propria vita al servizio del popolo di Dio, che ha celebrato battesimi e funerali, accompagnato famiglie, visitato malati, ascoltato solitudini, sostenuto giovani, attraversato crisi e gioie di intere generazioni, che cosa diventa quando raggiunge l’età nella quale normalmente gli viene chiesto di lasciare la responsabilità pastorale?

Diventa semplicemente un emerito? Diventa un presbitero «a riposo»? Diventa una risorsa da collocare altrove? Oppure rischia, più semplicemente, di diventare materiale di scarto? La domanda è volutamente provocatoria, perché riguarda una contraddizione che rischia di insinuarsi nella vita ecclesiale.

Parliamo della Chiesa come famiglia. Celebriamo la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani. Esaltiamo la memoria, la saggezza degli anziani, il valore delle radici, la necessità di una società capace di prendersi cura delle generazioni più avanti negli anni. E poi, proprio dentro la Chiesa, rischiamo di comportarci diversamente.

Celebriamo i nonni e scartiamo i preti-nonno. Parliamo della dignità dell’anziano e talvolta trattiamo un presbitero di settantacinque anni come una funzione che ha esaurito il proprio tempo. È una contraddizione sulla quale dovremmo interrogarci.

Un padre non va in pensione. Un prete può andare in pensione. Può lasciare una responsabilità amministrativa. Può non avere più le energie di un tempo. Può avere bisogno di rallentare, di essere aiutato, di vivere un ministero più leggero. Tutto questo è naturale.

Il ministero come storia di una vita

Ma occorre distinguere tra la fine di un incarico e la fine di una paternità. Un parroco può cessare di essere parroco. Ma non smette per questo di essere padre. La sua storia con una comunità non si interrompe necessariamente con un decreto.

Ci sono bambini che ha battezzato e che oggi sono adulti. Ci sono famiglie che ha accompagnato per decenni. Ci sono persone che hanno confidato a lui le proprie sofferenze. Ci sono malati che ha visitato. Ci sono morti che ha accompagnato. Ci sono persone lontane dalla Chiesa che continuano magari a riconoscere in lui un volto amico.

Le relazioni pastorali non hanno una data di scadenza. Il ministero può cambiare forma. La responsabilità può diminuire. L’attività può ridursi. Ma una vita donata non può essere cancellata perché è terminato un incarico.

Il parroco non è una lampadina. Dovremmo forse cambiare anche il linguaggio. Si parla troppo facilmente di «sostituzione» del parroco. Ma un parroco non è una lampadina che si fulmina e viene sostituita. Non è un funzionario che cambia ufficio. Non è un dirigente che lascia un’azienda. È una persona che ha costruito relazioni. È una memoria vivente. È parte della storia di una comunità.

Per questo, quando un parroco di lunga permanenza deve lasciare la responsabilità pastorale, il passaggio dovrebbe essere pensato non come una sostituzione, ma come una successione. Non come una cesura, ma come una consegna. Non come uno strappo, ma come un passaggio generazionale.

La sostituzione di un parroco che ha guidato a lungo una comunità dovrebbe essere preparata con anticipo. Il futuro parroco dovrebbe poter essere affiancato al parroco anziano per un periodo sufficientemente lungo da permettere una vera conoscenza reciproca e una graduale familiarizzazione con la comunità. Non una semplice consegna delle chiavi. Non un passaggio di registri, documenti, bilanci e password. Una vera compresenza pastorale.

Il parroco che lascia e quello che arriva potrebbero celebrare insieme, visitare insieme i malati, incontrare le famiglie, conoscere i collaboratori, partecipare alle riunioni pastorali, ascoltare le persone.

Il nuovo parroco potrebbe conoscere la comunità attraverso la memoria di chi l’ha servita per decenni. Perché una parrocchia non è fatta soltanto di strutture. È fatta di volti, nomi, storie, ferite, relazioni. Il presbitero anziano potrebbe dire al suo successore: «Questa persona ha bisogno di essere cercata.» «Quella famiglia sta attraversando una crisi.» «Quel ragazzo non viene più in chiesa, ma non ha mai smesso di avere fiducia.» «Quell’anziana vive sola.» «Quella persona non entrerà mai spontaneamente in canonica, ma se vai a trovarla ti aprirà il cuore.» Questa non è burocrazia. È memoria pastorale. Ed è una ricchezza che non si può trasferire attraverso un fascicolo.

C’è poi un altro punto delicato. Perché il presbitero anziano dovrebbe necessariamente essere allontanato dalla comunità che ha servito? Perché dovrebbe lasciare contemporaneamente la parrocchia, la canonica, gli amici, le relazioni e tutto ciò che ha costruito?

Perché dovrebbe essere mandato altrove proprio quando potrebbe ancora offrire alla sua comunità la ricchezza della sua esperienza? Non significa sostenere che ogni presbitero debba necessariamente rimanere nella stessa canonica. Possono esistere ragioni pastorali, personali, sanitarie e organizzative che rendono opportuno un trasferimento. Ma non dovrebbe diventare un automatismo.

Quando è possibile e opportuno, perché non permettere al parroco anziano di rimanere nella canonica e vivere accanto al nuovo parroco? Due generazioni sacerdotali sotto lo stesso tetto. L’esperienza e la novità. La memoria e il futuro. La tradizione e la creatività. Non due parroci. Non due autorità. Non due padroni. Ma due presbiteri al servizio della stessa comunità.

Una canonica abitata da due generazioni di presbiteri potrebbe diventare una straordinaria scuola di fraternità presbiterale. Il giovane potrebbe imparare dal vecchio. Il vecchio potrebbe imparare dal giovane. L’uno potrebbe offrire esperienza. L’altro, energia. L’uno potrebbe custodire la memoria. L’altro aprire nuovi percorsi. Potrebbero pregare insieme. Mangiare insieme. Condividere la vita quotidiana. Sostenersi. Correggersi. Aiutarsi. E forse scopriremmo che la fraternità presbiterale non è soltanto una bella espressione da inserire nei documenti ecclesiali. È una forma concreta di vita.

Quando arriva un nuovo parroco (o un nuovo vescovo), qualche volta sembra quasi necessario cancellare ciò che c’era prima. Nuovo parroco. Nuovo stile. Nuove persone. Nuovi programmi. Nuova immagine. Come se il passato dovesse essere rimosso perché il futuro possa cominciare. Ma la Chiesa non vive di cancellazioni. Vive di memoria. Il nuovo parroco non dovrebbe avere paura del bene compiuto dal predecessore. E il predecessore non dovrebbe avere paura della novità portata dal successore. Il nuovo non dovrebbe dire: «Adesso tocca a me.» Il vecchio non dovrebbe pensare: «Adesso non conto più nulla.» Dovrebbero poter dire insieme: «Adesso tocca a noi.»

Forse dovremmo recuperare una parola semplice e bella: preti-nonno. Non soltanto preti emeriti. Non soltanto presbiteri pensionati. Non soltanto presbiteri «a riposo». Preti-nonno. Perché il nonno non è un padre che ha fallito. È un padre che ha attraversato il tempo. Il nonno custodisce la memoria. Racconta. Ascolta. Ricorda. Conosce le radici. Non corre più come un giovane, ma vede cose che il giovane non può ancora vedere.

Cosa può un prete anziano?

Così dovrebbe essere anche per i presbiteri anziani. Un prete di settantacinque anni possiede una ricchezza che nessun giovane presbitero può avere. Ha conosciuto generazioni. Ha attraversato trasformazioni della società e della Chiesa. Ha visto famiglie nascere e spezzarsi. Ha accompagnato malati e morenti. Ha conosciuto la sofferenza. Ha commesso errori. Ha imparato. Ha visto cambiare la Chiesa. Questa è una ricchezza immensa. E sarebbe assurdo disperderla.

Che cosa può ancora donare un prete anziano? Forse dovremmo smettere di chiederci: «Che cosa possiamo ancora fargli fare?» E cominciare a chiederci: «Che cosa può ancora donare questo presbitero?»

Può ascoltare. Può accompagnare. Può visitare anziani e malati. Può confessare. Può offrire direzione spirituale. Può accompagnare seminaristi e giovani presbiteri. Può raccontare la storia della comunità. Può essere una presenza discreta. Può essere un padre. Può semplicemente esserci. Quante cose può ancora fare un presbitero quando gli viene finalmente tolto il peso di dover fare tutto!

Dovremmo smettere di pensare che il dono di una vita presbiterale possa essere misurato, o addirittura vanificato, dall’ultimo atto di obbedienza. Un prete non ha donato la propria vita alla Chiesa perché un giorno, a settantacinque anni, possa dimostrare la propria fedeltà accettando senza discutere una decisione amministrativa.

La sua obbedienza non comincia con l’ultimo trasferimento. È cominciata il giorno della sua ordinazione. È passata attraverso decenni di servizio. Attraverso le notti accanto ai malati. Le porte aperte della canonica. I funerali. I battesimi. Le crisi familiari. I giovani incontrati. Le famiglie accompagnate. Le solitudini ascoltate. Le comunità amate. Le incomprensioni sopportate. Le proprie fragilità offerte a Dio. Quella è obbedienza. Quella è una vita donata.

E non è certo un ultimo atto, magari imposto in nome di una necessità burocratica, a poter giudicare o squalificare un’intera esistenza presbiterale. L’obbedienza cristiana non può essere confusa con la semplice esecuzione di un ordine. L’obbedienza evangelica è ascolto. È discernimento. È relazione. È ricerca comune della volontà di Dio. È anche capacità di parlare, di esprimere una sofferenza, di porre una domanda, persino di manifestare un dissenso rispettoso. Il vescovo non è un funzionario che impartisce ordini e il prete non è un dipendente che deve semplicemente eseguirli. Sono due fratelli, con responsabilità diverse, dentro la stessa Chiesa e al servizio dello stesso popolo di Dio.

Dovremmo avere il coraggio di distinguere tra obbedienza evangelica e obbedienza burocratica. Una decisione pastorale non diventa automaticamente evangelica soltanto perché viene chiamata «obbedienza». L’autorità ecclesiale è autenticamente pastorale quando ascolta prima di decidere, quando spiega, quando accompagna, quando discerne, quando tiene conto delle persone e delle relazioni coinvolte.

Un presbitero che dice: «Questa decisione mi fa soffrire. Vorrei capire. Vorrei parlarne. Vorrei trovare insieme una soluzione» non sta necessariamente disobbedendo. Sta parlando da uomo. E chi ascolta quella sofferenza non sta necessariamente cedendo alla debolezza. Sta esercitando la paternità. L’autorità nella Chiesa non dovrebbe avere paura dell’ascolto. Anzi, dovrebbe sapere che qualche volta è proprio attraverso la parola dell’altro che Dio ci obbliga a rivedere una decisione.

Un prete può avere difficoltà ad accettare una decisione. Può essere ferito. Può chiedere tempo. Può avere bisogno di essere ascoltato. Può persino sbagliare nel modo in cui reagisce. Ma non permettiamo che tutto questo cancelli quarant’anni di fedeltà.

Un presbitero non può essere ridotto all’ultima decisione che gli viene chiesto di accettare. Il suo sacerdozio è molto più grande di un decreto. La sua storia è molto più grande di un trasferimento. Il suo amore per la Chiesa è molto più grande di un atto burocratico. Se davvero crediamo che il sacerdozio sia una vita donata, dobbiamo dirlo con chiarezza: Il dono di una vita non si misura dall’ultimo atto di obbedienza, ma dalla totalità dell’amore con cui quella vita è stata consumata per il popolo di Dio.

 

Il vescovo emerito

Lo stesso principio deve valere, con assoluta coerenza, per i vescovi. Anche il vescovo, al compimento dei settantacinque anni, diventa emerito. Ma che cosa significa davvero «emerito»? Significa forse che un uomo che ha ricevuto la responsabilità di una Chiesa particolare diventa improvvisamente un uomo senza più nulla da offrire? No.

Il vescovo emerito porta con sé una conoscenza della diocesi che nessun nuovo arrivato può possedere immediatamente. Ha conosciuto i presbiteri. Ha visitato le comunità. Ha accompagnato famiglie. Ha ordinato preti. Ha affrontato crisi.

Ha preso decisioni. Ha portato sulle proprie spalle una porzione della Chiesa. Come può tutto questo diventare improvvisamente inutile a settantacinque anni? Anche per i vescovi l’emeritato dovrebbe essere una stagione preparata e accompagnata.

Il nuovo vescovo dovrebbe poter ricevere dal predecessore non soltanto gli archivi, ma la memoria. Il predecessore dovrebbe poter consegnare non soltanto documenti, ma una storia. E, quando opportuno, dovrebbe poter continuare a vivere nella diocesi, a pregare con essa, a servire discretamente, a offrire la propria esperienza quando richiesta. L’emeritato non dovrebbe diventare esilio.

Questo è importante anche per una ragione di giustizia. Non si può chiedere ai presbiteri di accettare serenamente il proprio emeritato e poi non applicare la stessa misura ai vescovi. Non si può dire al parroco: «A settantacinque anni non sei finito» e contemporaneamente pensare che il vescovo, raggiunta la stessa età, debba semplicemente uscire di scena.

La dignità dell’anzianità o è universale oppure rischia di diventare privilegio. La cultura della cura o vale per tutti oppure diventa retorica. La Chiesa-famiglia o protegge i suoi padri oppure non è ancora quella famiglia che proclama di essere. Perché anche il vescovo, prima di essere vescovo, è stato prete. E anche il vescovo, prima o poi, diventa anziano. Anche lui dovrebbe poter sentire: «La tua responsabilità è terminata. La tua storia con noi, no».

Comunità che custodiscono le storie che le hanno plasmate

È facile denunciare la cultura dello scarto quando riguarda i poveri, gli immigrati, gli anziani, i malati, gli ultimi. È molto più difficile riconoscerla quando rischia di toccare noi. La domanda diventa allora scomoda: possiamo denunciare la cultura dello scarto fuori dalla Chiesa se qualche volta non ci accorgiamo che essa può entrare anche dentro la Chiesa?

Un presbitero non può valere soltanto finché produce. Non vale perché amministra. Non vale perché organizza. Non vale perché è efficiente. Non vale perché riempie la chiesa. Vale perché è una persona. E quando diminuiscono le sue forze, non diminuisce la sua dignità.

Una famiglia si riconosce soprattutto da come tratta i suoi membri più fragili. Una famiglia non butta fuori il nonno perché è arrivata una nuova generazione. Gli prepara un posto. Gli avvicina una sedia. Gli chiede di raccontare. Gli permette di esserci.

Per questo una Chiesa che celebra la Giornata dei nonni e degli anziani dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi sui propri preti-nonno. Non possiamo predicare agli altri la cultura della cura e non praticarla con i nostri stessi presbiteri. La Chiesa-famiglia deve cominciare dalla propria casa.

Occorre allora immaginare una diversa cultura del passaggio generazionale. Quando un parroco ha guidato una comunità per venti, venticinque o trent’anni e arriva il momento di lasciare la responsabilità, non dovrebbe semplicemente ricevere una comunicazione. Dovrebbe iniziare un percorso.

Il successore dovrebbe arrivare per tempo. I due presbiteri dovrebbero conoscersi. La comunità dovrebbe essere accompagnata. Il nuovo dovrebbe entrare gradualmente. Il vecchio dovrebbe continuare a essere presente. La memoria dovrebbe essere trasmessa. La responsabilità dovrebbe passare. Il passaggio dovrebbe essere una consegna. Non una cancellazione. Non una sostituzione. Non un esilio.

Da questa riflessione potrebbero nascere alcune scelte pastorali molto semplici.

  • Il compimento dei 75 anni non dovrebbe essere vissuto automaticamente come un’espulsione dalla comunità.
  • Ogni presbitero anziano dovrebbe essere accompagnato personalmente nella preparazione della nuova stagione ministeriale.
  • La successione di un parroco che ha guidato a lungo una comunità dovrebbe prevedere, quando possibile, un periodo di affiancamento del successore.
  • Il nuovo parroco e quello uscente dovrebbero poter vivere una vera compresenza pastorale.
  • Il presbitero anziano, quando le condizioni lo consentono, non dovrebbe essere automaticamente allontanato dalla comunità che ha servito.
  • Quando possibile e opportuno, dovrebbe poter rimanere nella canonica insieme al nuovo parroco, con ruoli chiaramente definiti e nel rispetto dell’autorità pastorale del successore.
  • Il passaggio dovrebbe comprendere la trasmissione della memoria pastorale della comunità.
  • La comunità dovrebbe essere preparata al cambiamento.
  • Ogni diocesi dovrebbe sviluppare una vera pastorale per i presbiteri anziani.
  • Dovrebbe essere favorita la presenza intergenerazionale nelle canoniche.
  • Criteri analoghi dovrebbero essere applicati ai vescovi emeriti, perché anche il loro emeritato non diventi una forma di esilio.

L’importanza delle parole

Forse dobbiamo cambiare le parole. Non sostituzione, ma successione. Non trasferimento, ma passaggio. Non pensionamento, ma nuova stagione del ministero. Non allontanamento, ma accompagnamento. Non canonica da liberare, ma casa da condividere. Non prete anziano da sistemare, ma padre da custodire. Non vescovo emerito da collocare, ma padre della Chiesa da continuare ad accogliere.

Le parole non sono innocenti.  Rivelano una mentalità. E qualche volta dobbiamo cambiare le parole per cambiare il modo di pensare.

Forse è questa la Chiesa che dovremmo imparare a costruire.

Una Chiesa nella quale il giovane non debba eliminare l’anziano per poter essere riconosciuto. Una Chiesa nella quale l’anziano non debba temere il giovane. Una Chiesa nella quale il vescovo emerito possa stare accanto al nuovo vescovo. Nella quale il parroco emerito possa stare accanto al nuovo parroco. Nella quale il presbitero anziano possa accompagnare il giovane presbitero. Nella quale il giovane possa ricevere la memoria del vecchio senza sentirsi prigioniero del passato.

Non una Chiesa che sostituisce una generazione con un’altra. Ma una Chiesa nella quale le generazioni si consegnano reciprocamente il Vangelo. Questa sarebbe una forma concreta di sinodalità. Non soltanto camminare insieme nello spazio. Ma camminare insieme nel tempo.

La vita e i luoghi

Immaginiamo una canonica. Dentro, un presbitero anziano e un presbitero giovane. Uno ha alle spalle quarant’anni di ministero. L’altro ne ha davanti forse altrettanti. Uno conosce la storia della comunità. L’altro ne accompagnerà il futuro. Uno racconta. L’altro ascolta. Poi sarà il giovane a raccontare qualcosa che il vecchio non conosce. E il vecchio ascolterà. La sera pregano insieme. A tavola discutono. Qualche volta non saranno d’accordo. Qualche volta si irriteranno. Ma resteranno fratelli. E fuori dalla canonica c’è una comunità che non ha dovuto perdere un padre per ricevere un nuovo pastore.

Una comunità che ha potuto assistere a qualcosa di molto bello: una generazione che consegna il testimone a un’altra. Forse questa è la Chiesa che dovremmo costruire. Non una Chiesa che sostituisce. Una Chiesa che trasmette. Non una Chiesa che scarta. Una Chiesa che custodisce. Non una Chiesa che esilia. Una Chiesa che accompagna. Non una Chiesa che manda in pensione i suoi padri. Una Chiesa che insegna ai suoi figli a diventare adulti senza dimenticare da dove vengono.

Perché un parroco può smettere di essere parroco. Può lasciare una responsabilità. Può diminuire il ritmo. Può cambiare ministero. E un vescovo può cessare di governare una diocesi. Ma c’è una cosa che nessun decreto dovrebbe riuscire a cancellare: la loro appartenenza alla Chiesa che hanno servito e amato.

E allora, quando un prete compie settantacinque anni, prima di chiedersi: «Che cosa dobbiamo fargli fare?» dovremmo chiederci: «Come possiamo prenderci cura di lui?» E quando arriva un nuovo parroco, prima di dire: «Adesso comincia una nuova storia», dovremmo dire: «Adesso una storia continua, e qualcuno consegna a qualcun altro il testimone».

E quando un vescovo diventa emerito, prima di pensare a dove collocarlo, dovremmo chiederci: «Come possiamo continuare a riconoscere il bene che ha donato alla Chiesa?» Perché nella Chiesa di Cristo nessuno è materiale di scarto. Né il prete. Né il vescovo. Né l’anziano. Né chi ha terminato un incarico. Né chi non è più efficiente come un tempo.

E soprattutto: un uomo che ha consumato la propria vita per il popolo di Dio non dovrebbe mai sentirsi estraneo proprio nella casa che ha contribuito a costruire. Il dono di una vita non si cancella con un decreto. La paternità non va in pensione. L’obbedienza non è burocrazia. L’emeritato non è esilio. Il passaggio non è uno strappo. E nella Chiesa nessuno dovrebbe mai diventare materiale di scarto.

 

 

 

 

 

 

Settembre 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg 0 0 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-09-12 20:41:352026-09-18 10:19:32IL PRETE E L’ULTIMA STAGIONE DEL MINISTERO
In evidenza, News

PRETI SENZA MINISTERO

Preti senza ministero

10 settembre 2026/   di: Domenico Marrone

 

C’è una realtà che non sempre è visibile nella vita della Chiesa e sulla quale sarebbe necessario aprire una riflessione più franca: quella dei presbiteri che, pur continuando a essere pienamente tali, si ritrovano privati di un vero compito pastorale.

Non si tratta necessariamente di presbiteri stanchi, incapaci o desiderosi di ritirarsi. Talvolta sono uomini con alle spalle decenni di ministero, esperienza, competenze, relazioni e ancora un sincero desiderio di servire. Eppure, a un certo punto della loro vita, si ritrovano senza una parrocchia, senza un incarico diocesano, senza una comunità da accompagnare, senza una responsabilità precisa. Rimane il sacerdozio; si assottiglia il ministero.

La distinzione è tutt’altro che marginale. Il presbiterato, infatti, non può essere ridotto alla permanenza di una facoltà sacramentale. Il presbitero non è soltanto colui che celebra l’Eucaristia: è un uomo inserito nella storia di un popolo, chiamato ad ascoltarne le domande, accompagnarne le ferite, educarne la speranza, discernere con esso i cammini possibili.

Quando questa trama di relazioni e responsabilità viene meno, il presbitero rischia di conservare la propria identità sacramentale senza trovare più un luogo concreto nel quale esprimerla.

Ministero e pastorale

Da qui nasce una situazione singolare: qualche celebrazione, qualche sostituzione, qualche confessione, qualche benedizione. Talvolta la qualifica, rassicurante ma generica, di “collaboratore pastorale”. Una cosa, tuttavia, è avere un ministero; altra è essere chiamati occasionalmente a colmare una necessità. La differenza è esistenziale.

Un presbitero impegnato pastoralmente non ha semplicemente un’agenda piena. Ha una struttura della giornata. Persone da incontrare, telefonate, visite, celebrazioni, riunioni, emergenze, malati, famiglie, giovani, catechisti. La vita pastorale costruisce, con tutte le sue fatiche, una trama nella quale il tempo acquista direzione. Quando quella trama improvvisamente scompare, non sempre subentra la libertà. Può subentrare il vuoto. La domanda non è più soltanto: «Che cosa faccio oggi?». Lentamente può diventare: «A chi servo? Per chi sono ancora necessario?»

Per un uomo che ha costruito la propria identità ministeriale attraverso le relazioni, la perdita dell’incarico può significare anche la progressiva rarefazione dei rapporti. Diminuiscono le persone che telefonano, le famiglie che chiedono consiglio, i giovani che cercano un confronto. Il presbitero può ritrovarsi solo con se stesso.

Il tempo che potrebbe diventare occasione di studio, preghiera, cultura e contemplazione rischia così di trasformarsi semplicemente in tempo da riempire. È una condizione che può produrre sofferenza profonda: isolamento, perdita di motivazione, senso di inutilità e, in alcuni casi, anche forme depressive. Non necessariamente per fragilità personale, ma perché ogni essere umano ha bisogno di relazioni e di percepire che la propria esistenza continua a generare qualcosa.

Il presbitero, forse più di altri, è stato educato a donare. La questione allora diventa anche questa: abbiamo preparato i nostri presbiteri soltanto a fare, o li abbiamo aiutati anche ad abitare le stagioni nelle quali il fare diminuisce? La formazione permanente dovrebbe interrogarsi seriamente su questo passaggio. In questo contesto si comprende una prassi che meriterebbe di essere ripensata.

Talvolta, quando un presbitero rimane senza incarico, la principale preoccupazione sembra essere quella di assicurargli un luogo dove celebrare. «Almeno abbia una messa». Naturalmente, nessuno mette in discussione il primato dell’Eucaristia. La messa è il cuore della vita della Chiesa e del ministero presbiterale. Ma proprio per questo non può diventare la risposta amministrativa alla perdita di un ministero.

Il problema nasce quando si confonde il centro con la totalità. La celebrazione eucaristica non è un’attività isolata: apre alla Parola, alla fraternità, alla carità, alla missione. Dalla mensa eucaristica si torna alla strada. Il presbitero celebra il Cristo per riconoscerlo nella vita concreta delle persone. Perciò non basta assicurare un altare a un presbitero. Occorre chiedersi quale servizio possa svolgere intorno a quell’altare e, soprattutto, oltre quell’altare.

Talvolta si è arrivati a enfatizzare una sorta di “mistica della messa” secondo la quale, se il presbitero celebra, il problema sarebbe sostanzialmente risolto. Ma l’eucaristia non è un anestetico contro il vuoto ministeriale. La Messa può dare senso all’intera vita del prete; non può sostituire una vita pastorale.

Non solo la messa

Vi è poi una situazione ancora più singolare. Talvolta il vescovo non indica neppure al presbitero dove celebrare, ma gli dice: «Trovati tu una messa». È una frase che potrebbe sembrare soltanto pratica. In realtà pone una questione ecclesiale importante. Il presbitero non dovrebbe essere un uomo costretto a cercarsi da solo un posto dove esercitare ciò che rimane del suo ministero. Dovrebbe essere un uomo mandato.

Il presbitero appartiene a un presbiterio, a una Chiesa particolare, a una missione. Se viene lasciato alla ricerca individuale di una chiesa e di un orario, il ministero rischia di essere privatizzato: ciascuno si procura il proprio spazio, senza un progetto e senza una responsabilità riconoscibile. Non è soltanto una questione organizzativa. È una questione di appartenenza.

Un presbitero può avere ancora un altare e, nello stesso tempo, non sapere più quale sia il suo posto nella comunità ecclesiale. Ed è allora che la domanda diventa inevitabile: chi lo sta ancora mandando?

La questione interpella direttamente anche il governo episcopale. Il vescovo non è soltanto colui che distribuisce incarichi. È responsabile del presbiterio e dovrebbe accompagnare ciascun presbitero nelle diverse stagioni della sua vita ministeriale.

Quando un presbitero lascia una parrocchia, dunque, non dovrebbe aprirsi semplicemente un problema di collocazione. Dovrebbe aprirsi un tempo di discernimento: quali sono oggi le sue energie? Quali competenze ha maturato? Quale esperienza può mettere a disposizione? Di quali persone o realtà può prendersi cura?

Questo richiede ascolto e conoscenza personale. Richiede anche il coraggio di uscire dal modello secondo il quale l’unica forma piena di ministero è quella del parroco. La diminuzione del clero rende ormai inevitabile questa revisione.

Non tutti i presbiteri devono essere parroci. Ma non per questo devono diventare presenze marginali. Un presbitero può dedicarsi alla formazione dei catechisti, alla pastorale familiare, all’accompagnamento dei giovani, alla visita degli ammalati, alla cultura, alla pastorale sociale, alla formazione permanente del clero. Può affiancare presbiteri più giovani. Può accompagnare persone in situazioni di particolare fragilità. Può diventare una presenza qualificata negli ambienti nei quali la Chiesa fatica a essere presente.

La           domanda            non       dovrebbe           essere: «Dove   possiamo collocarlo?».

Dovrebbe essere: «Quale dono può ancora offrire?» È un cambio di prospettiva decisivo.

Generazioni nel ministero

Qui si innesta anche il rapporto tra giovani e anziani. La Chiesa ha bisogno dei giovani presbiteri, della loro energia e della loro capacità di abitare linguaggi nuovi. Ma non può trasformare la giovinezza in un criterio implicito di efficienza pastorale. Un presbitero giovane non è necessariamente migliore di uno più anziano; allo stesso modo, l’età non costituisce di per sé una garanzia di esperienza feconda.

Ciò che dovrebbe contare è il discernimento del dono. La maturità non è una malattia. L’esperienza non è un difetto. Un presbitero con molti anni di ministero porta con sé una memoria che può diventare risorsa per tutta la Chiesa: ha attraversato cambiamenti culturali ed ecclesiali, conosciuto persone, accompagnato crisi, fallimenti, conversioni, lutti, nascite, matrimoni, vocazioni.

Questa memoria non dovrebbe essere semplicemente archiviata. Dovrebbe essere messa a disposizione del futuro. Il giovane può portare slancio; l’anziano può offrire profondità. L’uno può imparare dall’altro. Una Chiesa intelligente non mette queste generazioni in competizione: le mette in relazione.

La questione tocca inevitabilmente anche il celibato. Nel dibattito contemporaneo esso viene spesso chiamato in causa per spiegare la scarsità dei presbiteri. Ma esiste una domanda complementare: che cosa significa vivere il celibato quando il ministero rischia di svuotarsi?

Il celibato è una forma di disponibilità e di fecondità. Il presbitero sceglie una vita consegnata a una comunità più grande della propria famiglia. Ma se quella comunità progressivamente scompare dall’orizzonte concreto del suo ministero, la solitudine può diventare particolarmente gravosa. Non possiamo chiedere a un uomo una vita interamente consegnata agli altri e poi lasciarlo senza altri ai quali consegnarsi. Il celibato non dovrebbe diventare una solitudine amministrativamente organizzata.

Possibilità

Forse è arrivato il momento di pensare a una vera pastorale dei presbiteri. Sappiamo progettare percorsi per giovani, famiglie, anziani, malati. Dovremmo imparare a progettare anche l’accompagnamento dei presbiteri nelle diverse stagioni della loro vita.

Non soltanto la formazione iniziale e gli anni della piena attività, ma anche le transizioni: il trasferimento, la rinuncia a un incarico, la perdita della parrocchia, l’avanzare dell’età, la riduzione delle energie. Il ministero non finisce quando cambia la forma. Può trasformarsi. Può diventare più discreto, meno visibile, ma non per questo meno fecondo.

Un presbitero che non governa più una parrocchia può accompagnare persone. Uno che non ha più la forza di correre può ascoltare. Uno che ha meno responsabilità amministrative può dedicare tempo alla formazione. Uno che ha attraversato molte stagioni della Chiesa può diventare memoria e discernimento per chi viene dopo.

Alla fine, la questione non è trovare una sistemazione ai presbiteri che non hanno più un incarico. Un prete non è una casella dell’organigramma diocesano e non dovrebbe essere trattato come una risorsa che perde valore con il trascorrere degli anni. È una persona che ha ricevuto una chiamata. Per questo la domanda decisiva non è: «Dove possiamo mettere questo prete?» ma: «Quale bene può ancora generare?»

Da questa domanda può nascere una diversa concezione del ministero: meno legata alla posizione occupata e più attenta alla fecondità della persona; meno preoccupata di distribuire incarichi e più capace di discernere carismi; meno centrata sulla conservazione delle strutture e più aperta alla missione.

Non tutti devono fare tutto. Non tutti devono essere parroci. Non tutti devono governare. Ma nessun presbitero dovrebbe essere lasciato nella condizione di chiedersi se la propria vita abbia ancora un senso per la Chiesa. Perché il vero problema non è avere presbiteri senza parrocchia. È avere presbiteri senza una missione.

E forse una delle sfide più urgenti per la Chiesa dei prossimi anni sarà proprio questa: imparare a riconoscere che, quando cambia l’ufficio, non necessariamente finisce il ministero. A volte, semplicemente, comincia una forma nuova di fecondità.

Vescovo e presbiterio

Qui la responsabilità dei vescovi non può essere elusa. Il vescovo non è soltanto colui che amministra la distribuzione degli incarichi. È il padre e il pastore del presbiterio. E la sua responsabilità non riguarda soltanto l’efficienza dell’organizzazione pastorale, ma anche, e prima ancora, l’umanità dei suoi presbiteri. È un aspetto che rischiamo di dimenticare proprio quando siamo più preoccupati delle strutture.

Un prete non è soltanto un ministro ordinato, né soltanto una funzione all’interno dell’organizzazione diocesana. Prima ancora di essere parroco, vicario, responsabile di un ufficio o collaboratore, è un uomo. Un uomo con la propria storia, le proprie relazioni, le proprie attese, le proprie fragilità, i propri bisogni affettivi e spirituali.

E anche un prete può attraversare il senso di inutilità. Anche un prete può sentirsi messo da parte. Anche un prete può svegliarsi al mattino e non sapere più per chi valga la pena alzarsi. Non dovremmo avere paura di dirlo.

Talvolta nella Chiesa abbiamo una concezione quasi eroica del presbitero: l’uomo sempre disponibile, sempre forte, capace di pregare, celebrare, servire, sopportare. Come se la grazia dell’ordinazione lo rendesse immune dalle dinamiche profonde dell’esistenza umana. Ma il sacramento non cancella l’umanità. Il prete rimane uomo.

E proprio perché è uomo, può sperimentare il bisogno di sentirsi riconosciuto, accolto, stimato, necessario. Può soffrire quando le relazioni si interrompono, quando il telefono smette di squillare, quando nessuno gli chiede più un consiglio, quando la sua esperienza non viene più cercata.

Per un presbitero che per trent’anni o quarant’anni ha ricevuto quotidianamente richieste, responsabilità e attenzioni, il passaggio improvviso a una condizione di marginalità può essere psicologicamente molto impegnativo. Non è soltanto una questione di agenda. È una questione di identità.

Perché per molto tempo egli ha potuto dire a se stesso: sono parroco di quella comunità, accompagno quelle persone, sono responsabile di quel servizio. Quando queste coordinate vengono meno, può aprirsi una zona di incertezza nella quale la domanda sull’utilità personale diventa inevitabile. E il senso di inutilità, se si prolunga, può diventare una ferita.

Talvolta può alimentare isolamento, amarezza, risentimento. Talvolta può tradursi in una progressiva perdita di interesse per ciò che accade intorno. E, nelle situazioni più delicate, può aprire la strada anche a una vera sofferenza depressiva.

Non si tratta di diagnosticare a distanza la vita dei presbiteri, né di trasformare ogni momento di stanchezza in una patologia. Si tratta semplicemente di riconoscere una verità elementare: una lunga stagione di inattività pastorale può avere conseguenze anche sulla salute umana e spirituale di un presbitero.

Per questo il vescovo non dovrebbe limitarsi a domandarsi se quel prete abbia un luogo dove dormire o una chiesa nella quale celebrare. Dovrebbe chiedersi anche: Come sta? Con chi vive le sue giornate? Quali relazioni gli sono rimaste? Come attraversa il tempo? Che cosa lo appassiona ancora? Che cosa lo fa sentire utile? Chi lo ascolta? Chi si prende cura di lui? Sono domande semplici, ma forse oggi diventano una forma necessaria di governo pastorale. Perché prendersi cura del presbiterio significa prendersi cura delle persone che lo compongono.

Nella comunità ecclesiale

E qui si apre una responsabilità che non può essere delegata soltanto alla buona volontà del singolo presbitero. Non basta dirgli di trovarsi qualcosa da fare, di leggere, di pregare di più, di dedicarsi a qualche celebrazione. Certamente tutto questo può essere prezioso, ma non sostituisce una relazione ecclesiale.

Un presbitero che ha perduto un incarico ha bisogno innanzitutto di non sentirsi perduto agli occhi della Chiesa. Ha bisogno di sapere che qualcuno si accorge della sua presenza. Che qualcuno conosce la sua storia. Che qualcuno si domanda come sta. Che qualcuno continua a considerarlo parte viva del presbiterio. Questa potrebbe essere una delle forme più alte della fraternità presbiterale: non lasciare solo un prete proprio quando diventa meno visibile.

La cura dell’umanità del presbitero dovrebbe allora diventare parte integrante della responsabilità episcopale. Non soltanto accompagnare il presbitero quando è in difficoltà evidente, ma creare condizioni nelle quali egli possa attraversare serenamente le diverse stagioni della propria vita.

Perché il passaggio dall’attività alla maggiore disponibilità, dalla responsabilità al servizio discreto, dalla guida di una comunità ad altre forme di presenza non dovrebbe essere vissuto come una espulsione silenziosa dal ministero. Dovrebbe essere accompagnato come un passaggio vocazionale.

Forse anche qui dobbiamo imparare una lezione che riguarda tutta la Chiesa: il valore di una persona non coincide con la quantità di cose che riesce a fare. Ma questo vale anche per il prete. Il suo valore non diminuisce quando diminuiscono gli incarichi. La sua dignità non dipende dal numero delle persone che lo cercano. La sua vocazione non diventa meno vera perché non occupa più una posizione di responsabilità. Tuttavia, dire questo sul piano teologico non è sufficiente. Occorre creare anche le condizioni umane perché questa verità possa essere interiorizzata.

Un presbitero può sapere benissimo, con la testa, di essere amato da Dio e tuttavia soffrire terribilmente perché non si sente più accolto, cercato, stimato dalla propria Chiesa. La teologia non deve diventare una risposta astratta alla solitudine concreta delle persone.

E allora la cura del presbitero passa anche attraverso la prossimità, l’amicizia, la fraternità, l’ascolto, la possibilità di sentirsi ancora parte di una storia comune. Forse il vescovo dovrebbe essere, in alcuni momenti della vita del presbitero, meno amministratore e più padre. Non soltanto colui che assegna un incarico, ma colui che sa riconoscere una persona. Non soltanto colui che decide dove mandare un prete, ma colui che sa domandargli dove si sente ancora capace di generare vita. Non soltanto colui che verifica se una comunità è servita, ma colui che si accorge quando un suo presbitero sta lentamente spegnendosi.

Perché può accadere che un prete continui a celebrare, continui a pregare, continui formalmente a svolgere il proprio ministero e, tuttavia, dentro di sé abbia già cominciato a ritirarsi dalla vita.

Ed è forse questo il punto più delicato. La Chiesa non deve aspettare che un presbitero crolli per accorgersi che aveva bisogno di essere accompagnato. La prevenzione della solitudine presbiterale dovrebbe diventare parte ordinaria della pastorale del clero. Non come controllo. Non come sorveglianza. Ma come fraternità.

Perché anche chi per tutta la vita ha accompagnato gli altri ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato. E forse una delle domande più evangeliche che un vescovo può rivolgere a un presbitero non è: «Che cosa stai facendo?» ma, semplicemente: «Come stai?». A volte, dentro questa domanda apparentemente piccola, può esserci tutta la cura che un uomo attende.

 

Settembre 12, 2026/da Giuseppe Nuzzi
https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg 0 0 Giuseppe Nuzzi https://www.dongiuseppenuzzi.it/wp-content/uploads/2024/11/logo-optimized.svg Giuseppe Nuzzi2026-09-12 20:40:272026-09-14 20:20:44PRETI SENZA MINISTERO

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